Nipoti

Sono una delle gioie della mia vita, uno dei doni inesauribili e insostituibili. Ogni volta che li vedo, ogni volta che sono con loro, ogni volta che li penso, faccio il pieno d’amore.

Otto, dai trentadue anni ai tre mesi, cinque maschi e tre femmine, sei italiani e due tedeschi, i miei nipoti hanno un posto particolare nel mio cuore. Prima di tutti, nel tempo, Arianna e Pierfrancesco, i figli di mia sorella, cui mi lega un affetto profondo, anche perché, assurdamente, mi sento spinta a cercare di colmare il vuoto lasciato dalla scomparsa della loro mamma. Missione impossibile. Li ho visti crescere, li ho badati, li ho accompagnati, li ho viziati, li ho anche lasciati quando mi sono trasferita a Berlino, e un po’ mi sento anche responsabile della strada che hanno preso, entrambi lontani da casa, sparsi per l’Europa e presto, almeno una di loro, per il mondo. Anche ora che sono grandi, vedo in loro i bimbi che erano, in uno slancio iperprotettivo che altro non è che esuberanza d’amore. I momenti passati con loro quando erano ancora bambini, i momenti sereni e anche quelli dolorosi, sono incisi nel mio cuore. Ora sono adulti e grandi, i miei nipoti, e nel momento del bisogno, qualche mese fa, sono stati per me due angeli custodi. Sono loro grata, per avermi ascoltato di notte, per avermi dato consigli, loro a me, per aver insistito e preso l’aereo, una da Londra, l’altro da Forlì, ed essere venuti a passare ognuno un fine settimana da me. Con me.

Gli altri sono ancora piccoli, otto anni Michele, cinque anni e mezzo Giacomo e Mika,  tre e mezzo Irene, due e mezzo Mats e infine tre mesi Teresa. Li vedo di meno, a causa dei milleduecento chilometri di distanza per quelli italiani, a causa dei ritmi lavorativi e della distanza, inferiore sì, ma non da poco, tra Wilmersdorf e Prenzlauerberg, per quelli tedeschi. Quando li vedo, però, mi lascio trasportare, avvolgere, risucchiare nel loro mondo. Qualche settimana fa, a Forlì, volevo mettere un materasso per terra e dormire nella stanza dei bambini, finché Giorgio e la Marta, saggiamente, non mi hanno dissuaso. Mi assumo volentieri i turni dei libri della buona notte, rigorosamente due, uno per uno, mi stendo un minuto nel loro letto prima che si addormentino, la loro lucina ancora accesa, mi precipito di sopra appena li sento muoversi la mattina, li porto a scuola e all’asilo e li vado a prendere, se posso, e la Marta, giustamente, me li dà da badare una volta in più.

I nipotini tedeschi, Mika e Mats, li ho messi a letto una volta sola, una sera che ho fatto loro da baby sitter, dopo averli viziati a dovere con patatine fritte e caramelle gommose a gogo: ho letto loro il re leone a fumetti, cantato la ninna nanna in italiano, finché il piccolo non si è addormentato vicino a me e il più grandicello mi ha saggiamente congedato.

Con i nipoti mi sento libera, la libertà che viene da una relazione trasversale, non parentale, in cui c’è amore ma non responsabilità diretta, come tra Paperino e Qui Quo Qua o Paperina ed Emy, Ely ed Evy. Non credo sia un caso che Walt Disney abbia scelto la relazione zii-nipoti per raccontare le loro avventure. Con i miei nipoti, secondo l’umore, posso fare un po’ la matta, un po’ la seria, posso giocare o rispondere a qualche domanda – “Da dove vengono le stelle?”, mi ha chiesto Giacomo una volta. Tra i miei passatempi preferiti ci sono leggere e raccontare favole (una in particolare, quella di Pirimpimpim, Giacomo e Michele me la chiedono sempre), cantare “Ci son due coccodrilli”, di cui ho elaborato una versione tutta personale in cui alla fine arrivano anche i due liocorni, fare il bagno al mare, e guardare insieme a loro i film di Walt Disney, naturalmente cantando le canzoni, anche se loro mi zittiscono e io le parole non me le ricordo tutte. Se fosse per me, guarderei sempre Mary Poppins, che ormai so a memoria. Lo sanno bene l’Ari e Pierfra, perché li avevo sfiniti, sempre a dire “Guardiamo Mary Poppins?”, ogni volta che si trattava di scegliere un film, anche quando loro ormai avevano tutt’altri gusti.

Sarà il mio lato ancora infantile, ma Mary Poppins mi affascina, così impenetrabile e magica, così capace di aprire mondi favolosi, di salire oltre i tetti scalini di fumo, di vincere le corse con un cavallo della giostra, di riunire un babbo un po’ burbero ai suoi bambini per far volare un aquilone. Forse, avrei voluto essere io, un po’ Mary Poppins, per i miei nipoti. Perché vorrei vederli sorridere appena arrivo, perché vorrei vivere con loro le avventure più fantastiche, quelle che non si scordano mai; vorrei curare le loro ferite, consolare il loro pianto, e indicar loro “la soglia di un mondo incantato”. E chissà, ripensandoci, forse l’ho fatto un po’.

Tornando qualche giorno fa da Forlì a Berlino, in aereo per la prima volta dopo tanto tempo mi sono rimessa a fare matrix. Tanja, seduta accanto a me, mi ha ricordato: “Non dimenticare di entrare nel cuore, prima di cominciare!” E io: “Entrare nel cuore, già. Come si fa?” “Pensa ai tuoi nipoti!”

Mary Poppins, scena finale: aquilone e partenza di Mary Poppins (se non riuscite a vederla qui, guardatela in dvd, e cercate il messaggio nascosto J)

 

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Compagni dell’anima

Domenica pomeriggio a Berlino. Il sole, che fino a poco splendeva illuminando d’oro le fronde degli alberi davanti alla mia finestra, sembra cedere a poco a poco alle nuvole. Sono alla scrivania, B. è appena uscito per andare alla partita dell’Hertha, io mi sono ripromessa di approfittarne per portarmi avanti col lavoro. E invece, eccomi qua, un leggero prurito nella mente, una vocina sottile che mi sollecita: “Scrivi, perché non scrivi?”.

In queste ultime settimane, in questi mesi, vado cercando la mina della matita, il suo nucleo resistente, il suo nocciolo, il suo cuore, il suo mistero. Divisa tra cielo e terra, tra corporeità e ascetismo, concilio opposti eraclitei, mi muovo a smascherare gli inganni dell’ego alla ricerca della coscienza universale e al tempo stesso a scandagliare gli interrogativi della mia identità personale.

Come sempre, messaggeri e guide, i sogni. Ho ricominciato ad annotarli, la mattina appena sveglia, a tracciarne l’eco con la mia penna verde sui miei quaderni, a riviverli nella memoria, a riascoltarli, ad amplificarli, a interrogarli. Sogni fitti di avvenimenti, di luoghi, di persone, di animali. Le persone: gli amici di sempre, in tante forme diverse, vicini, accoglienti, premurosi, pronti a raggiungermi attraversando le acque, a salvarmi naufraga in un canotto, o a portarmi su spiagge inesplorate. I luoghi, principe il mare, che da sempre m’investe con la sua immensità, il suo “esser vasto e diverso e insieme fisso”, come scrive Montale, il mare in cui nuotare, in cui veleggiare, il mare da percorrere e da accarezzare, il mare di casa mia e l’oceano inesplorato. Gli animali, che si avvicinano silenziosi, incutendo apprensione e curiosità: in questi giorni cigni, oche, alci. Oche e cigni che si erano intrufolati nell’ampia sala di una baita luminosa in montagna, circondata dal verde. Come c’erano entrati? E che fare, mandarli via, farli uscire? E se cominciavano a svolazzare lì dentro?

Apro il fedele Chevalier Gheerbrant, “Dictionnaire des symboles” ormai ingiallito dal tempo. L’oca, che oggi noi vediamo come oca domestica, simbolo della fedeltà coniugale, guardiana della casa (ricordate le oche del Campidoglio che salvarono Roma dai Galli?), è anche l’oca selvatica, che migra dal Nord al Sud, attraversando le regioni del cielo. Messaggera dell’altro mondo, come il cigno, suo cugino. Ricordo che un anno e mezzo fa, con B., andammo a vedere in ottobre, a Rangsdorf, poco fuori Berlino, le oche selvatiche che, sul far della sera, arrivavano in volo per passare la notte sul lago, prima di ripartire per il Sud. Mentre il cielo si andava inscurendo e gli alberi da blu diventavano neri, illuminati solo dal riflesso dell’acqua, le oche arrivavano, a coppie, a stormi di tre, di quattro, di nove, di dieci. Arrivavano a centinaia, forse a migliaia, coprendo il cielo con le loro ali nere spiegate, assordandoci con i loro gridi incomprensibili. Le oche, come i cigni, volano. Anzi veleggiano (segeln, si dice in tedesco, proprio come andare in barca a vela). Forse ci dicono che anche noi possiamo volare? Veleggiare sul mare della nostra esistenza? Una direzione ci vuole. Una fedeltà anche.

Qualche settimana fa, una passeggiata nel Tiergarten in una fredda giornata di febbraio, Andreas e io abbiamo visto due oche selvatiche sulla riva del fiume. Vicino a loro un uomo già anziano, gli parlava. Ci siamo avvicinati e abbiamo cominciato a parlare. E l’uomo ci ha raccontato che conosce queste oche da anni: si è fatto conoscere, ha conquistato la loro fiducia a poco a poco, anni fa, ed ora, quando tornano regolarmente a Berlino, in genere due volte all’anno, lo vengono ad incontrare qui. Lo conoscono, lo riconoscono, e se lui le chiama, gli si avvicinano. Anche questa un’amicizia. Una fedeltà.

Saper volare via, saper migrare dal Nord al Sud, e poi dal Sud al Nord. Veleggiare i cieli, solcare le nuvole, e poi adagiarsi verso sera su un lago. Starnazzare, perché no?, con gli amici e le amiche, far sentire la propria voce, innalzarla e poi ricongiungerla al silenzio della notte. Andare, partire, e tornare anche. Un sogno?

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Le foto: cigni a Charlottenburg, oche a Dettenhausen (Boris P.), oche selvatiche nel Tiergarten (Giovanna T.), Mill Pond, Anna Pugh (https://de.pinterest.com/tuffgirl4/anna-pugh/)  e oche selvatiche (http://pixabay.com/de/vogelschwarm-g%C3%A4nse-zugv%C3%B6gel-schwarm-645793/)

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L’Illusione e l’Essere

Tra i libri che mi portano luce in queste settimane c‘è anche Un mondo nuovo, di Eckhart Tolle. Me l’ha consigliato mio fratello Giorgio sabato tre gennaio, mentre mi accompagnava in aeroporto a Bologna, io in partenza per Berlino. Nella libreria dell’aeroporto l’ho cercato, l’ho trovato e l’ho comprato. Un acquisto prezioso.

Riprendendo principi della filosofia e delle diverse religioni, dal Cristianesimo al Buddhismo, Eckahrt Tolle ci invita a rinnovare la nostra coscienza individuale e la coscienza universale, liberandoci dalle catene di una percezione distorta della realtà e di noi stessi.

Il primo e il più grande ostacolo al fiorire della consapevolezza, in altre parole all’illuminazione che ci libera dall’inganno quotidiano del mondo, dall’”inganno consueto” di cui parla Montale nella sua bellissima lirica “Forse un mattino andando” è la mente (chi la vuole ascoltare dalla voce di Montale clicchi qui).

“La mente è maya”, dice Ramana Maharshi, un saggio indiano. È maya, cioè illusione, perché genera “dukkha”, sofferenza, insoddisfazione, miseria. In altre parole, il peccato, che, scrive Tolle, nel suo significato originale, significa “mancare il bersaglio”. La mente è maya perché nel suo stato normale è dominata da qualcosa che, invece di spingerla verso la consapevolezza, il risveglio, l’illuminazione, la trattiene e l’invischia nell’apparenza, nella confusione, nel continuo flusso di pensieri che ci abitano a centinaia, a centinaia di migliaia, e in cui, erroneamente, ci identifichiamo. Chi non conosce il martellare dei pensieri, il rovistare nel prima e nel dopo, le voci da cui non riusciamo a liberarci, ipotesi e previsioni, recriminazioni e rimorsi, ricordi e speranze che, istante dopo istante, ci portano fuori di noi? E non c’è bisogno di essere pazzi per sperimentare questa patologia del quotidiano. Siamo semplicemente noi. Noi che pensiamo, noi che architettiamo, noi che progettiamo, noi che ricordiamo. Guidati, dice Tolle, dalla falsa percezione della nostra identità, del nostro io, del nostro ego, che Einstein chiamava “un’illusione ottica della coscienza.” (Tolle, Un nuovo mondo, Mondadori, 2008, p. 33)

La via d’uscita da questo senso illusorio d’identità è rendersi conto che “la voce nella testa” che non smette di parlare non sono io. Che IO sono al di sopra. Al di fuori. “La consapevolezza che precede il pensiero.” (Id., p. 29)

Chi di noi ha qualche esperienza di meditazione può cogliere un bagliore di questa realtà. Quando lasciamo andare i pensieri, che corrono via come nubi impazzite e per una frazione di secondo – o è l’eternità? – ci ritroviamo in uno spazio vuoto, quel vuoto che ci nutre nella pausa impercettibile tra l’inspirazione e l’espirazione, nel silenzio che improvvisamente riempie l’universo mentre noi ci assentiamo. Mentre noi lasciamo la mente per ricongiungerci alla coscienza universale.

Il fatto è che, al di fuori di questi istanti, nella vita quotidiana, ci identifichiamo fin troppo con i nostri pensieri, con la nostra mente, con il nostro ego. Ce lo chiedono le strutture sociali, che ci inducono compulsivamente a definirci, attraverso il nostro lavoro, il nostro status sociale, le nostre relazioni, gli oggetti che possediamo, le imprese che realizziamo. Anche il bene che facciamo. E, ciechi come siamo, ci attacchiamo a tutte queste cose, surrogato di quell’Essere che, avvolti dall’illusione, non riusciamo a percepire.

“Ogni cosa che l’ego persegue e a cui si attacca sostituisce quell’Essere che non riesce a percepire. Puoi dare valore alle cose e prendertene cura, ma ogni volta che c’è un attaccamento nei loro confronti, allora sai che è l’ego. […] Ogni volta che accetti totalmente una perdita, vai al di là dell’ego, e chi sei tu, quell’IO SONO che è coscienza in sé stessa emerge.” (Id., p. 43)

In queste settimane di intensi pensieri, di martellamenti della mente, di prognostici e di riflessioni – quante illusioni, quanti inganni – questa frase ha fatto breccia nel mio cuore: ad essere attaccati alle cose è il mio ego, non il mio vero Essere. La scommessa è trovare l’equilibrio tra il dare valore alle cose, prendersene cura, senza esservi attaccati, senza esserne dipendenti. Una scommessa non da poco.

Mi riecheggiano le parole di San Paolo, nella lettera ai Corinzi letta qualche settimana fa a Messa, e anche queste mi accompagnano da allora: “Questo vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo!” (1 Cor. 7, 29-31)

È questa la sfida a cui siamo chiamati noi umani: essere nel mondo senza essere di questo mondo. Sembra impossibile, sembra di dover conciliare l’inconciliabile. E invece è il nocciolo della nostra condizione umana. Perché, come disse Don Michele al funerale della Cri, “La vita eterna comincia qui”.

castrocarotramontoenuvolecippaIl cielo sopra Castrocaro (foto di Marco Carnaccini)

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La nube e il bagliore (ovvero, il vento nelle vele)

“Sotto ogni disgrazia si nasconde sempre una grazia”; “Hinter jedem Problem steckt ein Geschenk” (dietro ogni problema si nasconde un dono); “Every cloud has a silver lining” (ogni nube racchiude un bagliore). Nelle ultime settimane, dall’inizio di quest’anno dalle tredici lune, questi messaggi mi sono giunti da diversi angeli, angeli nel senso etimologico di “messaggeri”, ma anche nel senso di esseri che portano, conforto, saggezza, luce. La luce del bagliore racchiuso nella nube.

Per questo, invece di concentrarmi sulla disgrazia, che in fondo tale non è, sul problema, sulla nube, vorrei dedicarmi oggi alla grazia, al dono, al bagliore.

Presenze e parole, gesti d’ascolto e d’accoglienza, suggerimenti e consigli, persone e risorse venutemi incontro sulla mia strada nelle forme più inaspettate. I doni:

  • la forza e la ricchezza delle donne della nostra famiglia: mia mamma, mia zia e dietro di loro mia nonna, la zia Irma;
  • le voci e la presenza dell’Arianna e di Pierfrancesco, pietre preziose, e anche angeli, messaggeri di una presenza sempre più tangibile;
  • amiche, una in particolare, in grado di ascoltare lacrime e singhiozzi, e di prendere all’amo nella burrasca della disperazione quel brandello di veste che mi riporta su, verso la superficie del lago impazzito;
  • letture, consigliatemi, prestatemi o trovate per caso – ma esiste il caso? – che mi offrono agganci e puntelli per continuare il viaggio (ne parlerò nei prossimi post);
  • parole della Bibbia, del Vangelo, squarci di luce e spunti di meditazione;
  • semplici conoscenti che si rivelano amici, capaci di ascoltare e di accompagnare;
  • persone che, completamente inconsapevoli, ti regalano una parola, una frase, un sorriso, che ti fanno continuare;
  • una persona in particolare, che pur nel caos e nella confusione, riesce a riprendere la cima caduta in mare e riaggiusta la rotta;
  • i sogni, una ricchezza incomparabile, compagni delle notti e dei giorni, capaci di svelarti un segreto, di consegnarti un tassello in più del mosaico;
  • la dedizione e la generosità della preghiera donata senza chiedere nulla in cambio;
  • la preghiera e la meditazione, che, anche se fatte pressappoco, trivellano, trivellano, trivellano e finiranno per liberare il nucleo, l’essenza pura, al di là del maya, dell’illusione, che ancora mi avvolge.

Il mistero resta: qual è il dono, la grazia, il bagliore che si nasconde dietro la nube? Cosa mi è richiesto in quanto mi viene dato?

Nella prima lettura di oggi, ad Abramo viene richiesto di sacrificare il suo unico figlio, Isacco. E Abramo, senza chiedere perché, si appresta a obbedire, si mette in cammino, prepara l’altare, dispone la legna per il sacrificio. A me, cosa viene chiesto? Sono disposta a farlo?

E invece, nella mia debolezza, ho fatto resistenza, mi sono dibattuta fin troppo. “Allineati con l’universo”, mi dice l’Arianna. Forse è questo, che mi viene richiesto: accettare, accogliere, affidarmi, senza chiedere, senza capire, senza cercare una risposta, che forse non c’è.

Giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto. Presente. Guardando in alto la nube, nella quale riluce un bagliore.

(https://www.youtube.com/watch?v=RbEjtKf3Yr8)

Mentre scrivo mi viene in mente che una volta, avevo quindici o sedici anni, ero uscita in barca a vela, col 470 dei miei cugini Giornelli – l’unica volta, credo, che uscii con loro. Quando venne il momento di rientrare, mi volevano riportare al mio bagno. Tirava un forte garbino (vento di terra), e per quanti bordi facessimo, avvicinarsi a riva era impossibile. Così, dopo numerosi tentativi, decisi di tuffarmi in mare, con la maglietta addosso e gli zoccoli di legno in mano, e per coprire qualche decina di metri, forse un centinaio, a nuoto. E naturalmente, ce l’ho fatta, sono arrivata, con la forza delle mie braccia e il sostegno del mare. Chissà perché mi viene in mente ora. Anche questo è un dono.

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Lie to me – philosophique

In un libro di Alain Cugno, La blessure amoureuse, trovo alcuni passaggi che fanno da pendant filosofico alle scoperte di Paul Ekman sul rapporto tra emozioni e corporeità.

Paul Ekman, psicologo, ha analizzato per decenni le tracce delle emozioni sul nostro viso e sul nostro corpo. Ricerche condotte in tutto il mondo, dagli Stati Uniti alla Nuova Guinea, l’hanno portato a scoprire gli universali della mimica, l’espressione della rabbia, della paura, della tristezza, dello stupore, del disprezzo, della gioia. Espressioni che s’iscrivono sul nostro viso in modo talora palese, talora rapido e impercettibile, solo per decimi di secondo (le microespressioni), tanto da ingannare chiunque, anche gli specialisti. (La scoperta delle microespressioni, Ekman l’ha fatta guardando e riguardando per un centinaio di ore al rallentatore il filmato di una paziente depressa a colloquio con uno psichiatra. La paziente aveva richiesto di poter essere dimessa dalla struttura psichiatrica in cui era ricoverata per un fine settimana, a suo dire per vedere la famiglia. Lo psichiatra, che doveva valutare se lasciarla uscire o meno, se fosse stata o no a rischio di suicidio, le firmò il permesso per il fine settimana. E lei, contrariamente a quanto aveva affermato, si suicidò.)

Anche noi, giorno per giorno, minuto per minuto, quante volte ci inganniamo scrutando il volto di una persona, anche di una persona amata, sorvolando su un sopracciglio alzato, su un angolo delle labbra rivolto all’ingiù, su un paio di braccia conserte, perfino su un sorriso?

Un inganno che si ritrova anche nelle considerazioni di Cugno. Qui, alla consapevolezza che le nostre emozioni si iscrivono nel nostro volto e nel nostro corpo, che lo vogliamo o no, si aggiunge la costatazione che questo avviene in un complicato gioco di specchi tra noi e l’altro, tra noi e gli altri, in cui né vediamo quello che manifestiamo né siamo in grado di interpretare quello che vediamo.

« Nous sommes persuadé que les personnes qui nous entourent savent la tête qu’elles font, et nous les traitons comme telles. C’est même ce que nous voyons sur leur visage et ce à quoi nous les reconnaissons : leur signature. Mais en réalité, elles n’en savent rien. Elles ne savent pas comment elles signent et à cet égard naviguent à l’estime, en essayant de deviner ce que nous percevons d’elles, à partir d’expressions de notre corps que nous ne maitrisons pas plus qu’elles ne maitrisent les leurs. » (Alain Cugno, La blessure amoureuse, Paris, Seuil, 2004, p. 40).

Insomma, ci troviamo davanti agli altri, anche alle persone più vicine a noi, come davanti a enigmi da decifrare. Enigma noi a noi stessi, perché percepiamo emozioni di cui non vediamo le tracce, enigma agli altri, che ne vedono le tracce e ci attribuiscono una firma che forse non è la nostra, che forse non corrisponde a quanto sentiamo; enigma gli altri a noi, quando crediamo di leggere nel loro volto, nei loro gesti, nelle loro parole, emozioni e affetti che loro si ostinano a negare.

Così entriamo in confusione. Basta guardarci allo specchio per non riconoscerci, a volte. Qual è la nostra espressione quando siamo felici? Quando siamo innamorati? Quando siamo delusi? Quando siamo tristi fino alla morte? Quando siamo in preda all’ira?

GhigliaDonna-allo-specchioOscar Ghiglia, Donna allo specchio

(http://www.giovannifattori.com/wp-content/uploads/2011/03/GhigliaDonna-allo-specchio.jpg)

I sentimenti, le emozioni, spesso non li riconosciamo neanche quando si fanno strada potenti nel nostro corpo. A volte non li vogliamo riconoscere a volte perché fanno a botte con la nostra ragione, con quello che ci auguriamo, che desideriamo. A volte non li riconosciamo perché ci sorprendono, perché ci assalgono come ladri, come banditi, come aggressori e prendono possesso di noi, contro la nostra volontà, e quando ce ne accorgiamo è troppo tardi per trattenerli, per farli tornare indietro, per evitare di farli dilagare. Ne so qualcosa anch’io. E a volte, anche quando crediamo che siano trascorsi, che ci abbiano attraversato, lasciato, purificato, ce li ritroviamo nei segnali che il nostro corpo ci manda a nostra insaputa. Somatizzati, come diceva la medicina una volta, un termine che non ha quasi più senso se pensiamo che siamo un’unità, il corpo-mente, in cui la nostra mente, i nostri sentimenti e le nostre cellule parlano la stessa lingua, che noi, per la maledizione di Babele, crediamo tante lingue diverse, discrete, separate.

A volte, anche quando li abbiamo riconosciuti, i sentimenti faticano a farsi strada, vittima di autocensure e di censure sociali. Alcune sane, per carità, altre invece no. Così ci può capitare di trovarci di fronte ad altri che ci dicono che quello che sentiamo non è giusto, è sproporzionato alla situazione, è fuori luogo, è inaccettabile, non è vero.

Insomma, la strada che porta dai sentimenti alla loro espressione e ritorno, dalla loro espressione alla loro lettura, è spesso un labirinto, fatto di sentieri incrociati.

Eppure qualcuno ci dice:

“Stop minimizing and discounting your feelings. You have every right to feel the way you do. Your feelings may not always be logical, but they are always valid. Because if you feel something, then you feel it and it’s real to you. It’s not something you can ignore or wish away. It’s there, gnawing at you, tugging at your core, and in order to find peace, you have to give yourself permission to feel whatever it is you feel.

You have to let go of what you’ve been told you should or shouldn’t feel. You have to drown out the voices of people who try to shame you into silence. You have to listen to the sound of your own breathing and honour the truth inside you. Because despite what you may believe, you don’t need anyone’s validation or approval to feel what you feel. Your feelings are inherently right and true. They’re important and they matter — you matter — and it is more than okay to feel what you feel. Don’t let anyone, including yourself, convince you otherwise.” (Daniell Koepke)

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Cy Twombly, Hero and Leander, 1984

(http://www.cytwombly.info/twombly_gallery3.htm)

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Le qualità della matita

Oggi desidero riportare un racconto che mi è stato regalato questo Natale. Chi me lo ha regalato non poteva sapere (o forse sì) quanto ne avrei avuto bisogno. È racchiuso in un rotolino di carta dentro il mio astuccio rosso, un rotolino come quelli, un po’ più grandi, che Giacomo e Michele portano a casa dall’asilo: un disegno, una preghiera, un collage. Un dono.

Eccolo qui, questo racconto.

La storia della matita

Il bambino guardava la nonna che stava scrivendo la lettera. A un certo punto, le domandò:
“Stai scrivendo una storia che è capitata a noi? E che magari parla di me. ”
La nonna interruppe la scrittura, sorrise e disse al nipote:
“È vero, sto scrivendo qualcosa di te. Tuttavia, più importante delle parole, è la matita con la quale scrivo. Vorrei che la usassi tu, quando sarai cresciuto. ”
Incuriosito, il bimbo guardò la matita, senza trovarvi alcunché di speciale.
“Me è uguale a tutte le altre matite che ho visto nella mia vita! ”
“Dipende tutto dal modo in cui guardi le cose. Questa matita possiede cinque qualità: se riuscirai a trasporle nell’esistenza sarai sempre una persona in pace col mondo.
“Prima qualità: puoi fare grandi cose, ma non devi mai dimenticare che esiste una Mano che guida i tuoi passi. ‘Dio': ecco come chiamiamo questa mano! Egli deve condurti sempre verso la Sua volontà.
“Seconda qualità, di tanto in tanto, devo interrompere la scrittura e usare il temperino. È un’azione che provoca una certa sofferenza alla matita ma, alla fine, essa risulta più appuntita. Ecco perché devi imparare a sopportare alcuni dolori: ti faranno diventare un uomo migliore.
“Terza qualità: il tratto della matita ci permette di usare una gomma per cancellare ciò che è sbagliato. Correggere un’azione o un comportamento non è necessariamente qualcosa di negativo: anzi, è importante per riuscire a mantenere la retta via della giustizia.
“Quarta qualità: ciò che è realmente importante nella matita non è il legno o la sua forma esteriore, bensì la grafite della mina racchiusa in essa. Dunque, presta sempre attenzione a quello che accade dentro te.
“Ecco la quinta qualità della matita: essa lascia sempre un segno. Allo stesso modo, tutto ciò che farai nella vita lascerà una traccia: di conseguenza impegnati per avere piena coscienza di ogni tua azione.”

(Paolo Coehlo, Sono come il fiume che scorre, Bompiani)

Ecco, in questi giorni, in queste settimane, nei prossimi mesi e anni, vorrei imparare ad essere come quella matita: non dimenticare la Mano che guida i miei passi, la Persona alla guida del tandem impazzito; imparare a sopportare alcuni dolori, che mi faranno diventare una donna migliore ; correggere un’azione o un comportamento ; prestare attenzione a quello che accade dentro di me; avere piena coscienza di ogni mia azione, per lasciare un segno che sia degno di me.

Oggi è il compleanno dei miei amati fratelli, e a malapena ho fatto loro gli auguri, soffocata come sono in questo momento dal mio ego. Glieli voglio fare a questo modo, gli auguri, per ringraziarli, e ringraziare tutti coloro che mi avvolgono con il loro amore e mi arricchiscono con le loro risorse. Tanti altri racconti, tanti altri doni, tanti altri tesori da scoprire.

Grazie !

reflection.jpg!BlogOdilon Redon, Reflection (http://www.wikiart.org/en/odilon-redon/reflection)

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Rivolgersi a Dio

„Credo nel sole, anche quando non splende; credo nell’amore, anche quando non lo sento, credo in Dio, anche quando tace” (Scritta sul muro di una cantina di Colonia, dove alcuni ebrei si nascosero per tutta la durata della guerra).

Con queste parole inizia un libretto prezioso, Yossl Rakover si rivolge a Dio, di Zvi Kolitz, che, con la finzione di un testamento ritrovato in una bottiglia nelle rovine del ghetto di Varsavia, ha scritto alcune delle pagine più vere sulla tragedia dell’olocausto, sulla religiosità ebraica, sul grido impotente dell’uomo a Dio e sul Suo silenzio.

Mai come in questi giorni sento queste parole estranee e intimamente familiari.

Dopo aver visto morire i suoi figli, uno a uno, Yossl Rakover scrive: “Ora è giunto il mio momento, e come Giobbe posso dire di me, e non sono il solo a poterlo dire, che torno nudo alla terra, nudo come nel giorno della mia nascita.”

Quest’uomo, che serviva Dio “con ardore” e non gli chiedeva altro che “il permesso di continuare a servirlo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze”, ora reclama da lui di pagare il suo debito, “credo di avere il diritto di esigere ciò che mi spetta”. Inutilmente. Dio resta in silenzio, Dio non paga il suo debito.

“Dio ha nascosto il suo volto al mondo e in questo modo ha consegnato gli uomini ai loro istinti selvaggi”. Il Dio degli Ebrei è il Dio delle vendette (Salmi, 94, 1), non il Dio dell’amore. Eppure le atrocità vengono commesse in nome del Dio dell’amore. Da uomini senza pietà.

Vicino ai cadaveri dei compagni uccisi, vicino al cadavere di un bambino “che giace come addormentato” con la bocca “atteggiata a un sorriso”, come di “tranquilla, ma divertita ironia”, quasi a dire “Pazienta ancora un po’, stolto uomo, fra un po’ sarà tutto chiaro anche a te”, Yossl Rakover rivolge a Dio il suo lamento di dolore, d’incomprensione: “che cosa ancora deve accadere perché Tu mostri nuovamente il Tuo volto al mondo?”; il suo avvertimento: “Non tendere troppo la corda, perché, non sia mai, potrebbe spezzarsi.” e al tempo stesso la sua paradossale promessa di fedeltà: “Non Ti posso lodare per le azioni che tolleri, ma Ti benedico e Ti lodo per la Tua stessa esistenza, per la Tua terribile maestà…”.

Che mistero, che contraddizione, che paradosso si cela nel rapporto complesso tra l’uomo e Dio? È forse il Dio dei cristiani, il Cristo morto in croce, “scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani”, (San Paolo, Lettera ai Corinzi, 1, 23) che li risolve?

Ma la vita di Yossl Rakover è giunta al termine.

“La morte non può aspettare oltre, e io devo finire di scrivere. Dai piani superiori gli spari si fanno più isolati. (…) Il sole è ormai al tramonto, e ringrazio Dio che non dovrò rivederlo mai più. (…) Tra un’ora al massimo sarò con la mia famiglia, e con milioni di altri uccisi del mio popolo, in quel mondo migliore in cui non vi sono più dubbi e Dio è l’unico pietoso sovrano.

Muoio tranquillo, ma non appagato, colpito, ma non asservito, amareggiato, ma non deluso, credente, ma non supplice, colmo d’amore per Dio, ma senza rispondergli ciecamente ‘amen’”.

(Tutte le citazioni sono tratte da Zvi Kolitz, Yossl Rakover si rivolge a Dio, Adelphi 2010, seconda edizione)

1024px-William_Blake_007William Blake, Satana riversa le piaghe su Giobbe, 1826-1827, Londra, Tate Gallery

(http://it.wikipedia.org/wiki/Giobbe#mediaviewer/File:William_Blake_007.jpg)

E per non fermarci al Dio delle vendette, a Giobbe e Yossl Rakover, uno dei salmi che amo di più:

SALMO 90
Beato chi si pone sotto la protezione dell’Altissimo

Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni (Lc 10,19).

Tu che abiti al riparo dell’Altissimo *
e dimori all’ombra dell’Onnipotente,
di’ al Signore: « Mio rifugio e mia fortezza, *
mio Dio, in cui confido » .

Egli ti libererà dal laccio del cacciatore, *
dalla peste che distrugge.
Ti coprirà con le sue penne, *
sotto le sue ali troverai rifugio.

La sua fedeltà ti sarà scudo e corazza; *
non temerai i terrori della notte,

né la freccia che vola di giorno, †
la peste che vaga nelle tenebre, *
lo sterminio che devasta a mezzogiorno.

Mille cadranno al tuo fianco †
e diecimila alla tua destra; *
ma nulla ti potrà colpire.

Solo che tu guardi, con i tuoi occhi *
vedrai il castigo degli empi.
Poiché tuo rifugio è il Signore *
e hai fatto dell’Altissimo la tua dimora,

non ti potrà colpire la sventura, *
nessun colpo cadrà sulla tua tenda.
Egli darà ordine ai suoi angeli *
di custodirti in tutti i tuoi passi.

Sulle loro mani ti porteranno *
perché non inciampi nella pietra il tuo piede.

Camminerai su aspidi e vipere, *
schiaccerai leoni e draghi.

Lo salverò, perché a me si è affidato; *
lo esalterò, perché ha conosciuto il mio nome.

Mi invocherà e gli darò risposta; †
presso di lui sarò nella sventura, *
lo salverò e lo renderò glorioso.

Lo sazierò di lunghi giorni *
e gli mostrerò la mia salvezza.

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