Mugs and magnets

Los Angeles, 25 agosto

Come in ogni viaggio, il momento culminante prima del rientro è quando si fanno i bagagli. Questo avviene in genere la sera prima della partenza, e il frame, lo scenario comprende fissare una stanza in un albergo vicino all’aeroporto, caricare valigie, borse e borsine, vettovaglie e generi sparsi in tutta la macchina su un carrello portabagagli dell’albergo, stando bene attenti a non sbilanciarlo (per avere un’idea guardate la foto del viaggio negli USA di tre anni fa), sparpagliarne il contenuto nella stanza d’albergo, cominciare la cernita soppesando gli articoli suscettibili di essere lasciati qui, e, da ultimo, stipare le valigie, senz’escludere, di tanto in tanto, un andirivieni dovuto a esitazioni di fronte a una bottiglia di vino, o una confezione nuova di Nivea per il corpo, di dentrificio e simili: “Lo prendo o lo lascio qui?”. Insomma, come oggi.

Durante il viaggio Boris ha comprato 17 magliette (non 34, come erroneamente credevo), 19 CD (prevalentemente musica nativo americana, ma anche rock, pop, reggae e melodica), un numero imprecisato di calamite, qualche tazza (come rinunciarvi?), cartelli avvisaorsi, numerosi libri di varie dimensioni e peso, regali per le famiglie a Berlino e a Forlì, e, last but not least, un bel po’ di pietre dure e rocce comprate al Moab Rock Shop.

Il tutto va naturalmente messo in valigia, ripartendolo equamente tra la mia e la sua, per evitare il più possibile eventuali sovrappesi, come insegna l’esperienza (già tre anni fa Boris si era procurato due valigie in più, comprate a un garage sale, il che non gli bastò ad evitare di comprarsene un’altra, più solida e capiente, in aeroporto a Denver).

Vedendo crescere di giorno in giorno il bottino raccolto da Boris, io avevo cominciato a immaginare alcune strategie per evitare il sovrappeso. Tra queste le più fantasiose erano:

  • Confezionare una T-shirt fatta tutta di CD, con le relative custodie, debitamente incollati tra loro, da indossare il giorno della partenza (l’alternativa prevista da Boris, eliminare tutte le custodie e mettere in valigia solo i CD con i booklet della copertina si è rivelata nell’applicazione troppo laboriosa);
  • Comprarsi un bel cinturone da cowboy di quelli con il posto per le pallottole e metterci, arrotolate, tutte le T-shirt; o, in alternativa
  • Corredare la suddetta cintura di moschettoni cui appendere gli oggetti acquistati, in particolare quelli più ingombranti o pesanti, come tazze o libri o calamite varie. A eventuali divieti del personale di sicurezza dell’aeroporto obiettare che si tratta di un costume  rituale, tipico di noi adepti di una religione in cui si venerano mugs and magnets (tazze e calamite). A supporto di quest’argomentazione avrei potuto portare la varietà di chiese e religioni ammesse qui negli States, proprio oggi a Las Vegas abbiamo visto un cartello che recitava “Bacon is our God. We believe in bacon because it is real.”, firmato United Church of Bacon.

Boris non ha scelto nessuna di queste alternative. Ha fatto la sua valigia, andando avanti e indietro per la stanza, parlando fra sé e sé, e poi, non contento, ha messo mano anche alle mia, che io avevo preparato a modo mio, con biancheria, indumenti e libri ben ordinati (memore degli zaini scout dei miei nipoti), rivoluzionandomela tutta e appesantendomela in modo per me inaccettabile. Poi le ha chiuse tutte e due, sentenziando: “Se ci sarà sovrappeso ci penseremo domani.” Io, saggiamente, ho taciuto.

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(foto: Giovanna T.)

Post scriptum

Il giorno dopo, in aeroporto, la sua valigia pesava 24,9 chili, la mia 26 (permessi erano 23 chili). I nostri zaini, da imbarcare in cabina, superavano i 9 chili. L’hostess di terra, al check in, molto gentilmente ha fatto passare la sua e a me ha chiesto se potevo togliere qualcosa e metterla in una sporta. Sapevo cosa fare: ho subito preso la custodia della macchina fotografica di Boris, che lui aveva riempito con alcune delle pietre comprate e raccolte, e gliel’ho rifilata in mano. Risultato: due chili in meno.

Post post scriptum

Alleggerita così la coscienza, oltre che la valigia, ci siamo dedicati alle nostre attività preferite in aeroporto: bere caffè e fare shopping. I due chili di M&M alle mandorle, introvabili da noi in Europa, ce li siamo addossati volentieri.

Post post post scriptum

Per la cronaca, le nostre valigie pesavano all’andata, rispettivamente 13 chili e 13 chili e 6.

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Folle Flagstaff

23 agosto

Ci lasciamo alle spalle Page, Arizona, la cittadina fantasma dalle sedici chiese per meno di seimila abitanti, in cerca di vita urbana. Dopo oltre tre settimane di natura a perdita d’occhio, siamo carichi di impressioni e immagini, terre rosse, archi, canyon, altipiani sconfinati che cambiano colore col cammino del sole, tramonti di fiamma e deserti; dopo tutto ciò sentiamo il bisogno di città, per prendere il respiro, per distrarre gli animi da questa overdose di bellezza. Ci fermiamo un’ultima volta a Horseshoe Bend, un altro miracolo della natura, il Colorado River un boa avvolto intorno a un enorme ferro di cavallo di roccia arenaria: le sue acque si muovono lente, viste da quassù, ma potenti, a giudicare dalle centinaia di miglia di canyon scavati attraverso questi vasti territori, dal Colorado, allo Utah, all’Arizona… Ci congediamo da questo fiume magico e misterioso, e ci rimettiamo in viaggio.

Non passa molto tempo che il paesaggio cambia. Le distese rosse e desertiche lasciano il posto a prati – oh, che sensazione rivedere il verde, disseminato dal giallo dei fiori, è un sentirsi rinascere – e boschi, l’odore delle conifere ci raggiunge attraverso i finestrini della macchina.

E poi siamo a Flagstaff, ridente cittadina dell’Arizona, a 80 miglia dal Gran Canyon, al principio della Route 66, sede della NAU, Northern Arizona University. Attraversati i sobborghi, costeggiati da motel, garage, bar, senza soluzione di continuità, alla nostra sinistra la ferrovia, entriamo nel cuore della città.

Un attimo, e scorgiamo l’insegna alta di un hotel, Hotel Monte Vista, un vecchio edificio in mattoni rossi in San Francisco Street, un’enorme reception con tappeti spessi e mobili in legno massiccio, un luogo accogliente e strano, con accesso diretto a un barettino frequentato, una sala da tè, un ristorante, e una cocktail lounge al seminterrato.

Una stanza ce l’hanno. Prima follia? No, l’albergo costa meno di quanto pensassimo. Saliamo al terzo piano e, aggirandoci nei corridoi alla ricerca della stanza 303, leggiamo sulle porte: Barbara Stanwyk – 304, Bon Jon Jovi – 305, Gary Cooper – 306, Debbie Reynolds – 307. Wow!. Arriviamo alla nostra: Air Supply – 303. Con tanti VIP accanto, ci sentiamo VIP anche noi e prendiamo possesso della nostra stanza. Solo più tardi, già lasciato l’hotel, lasciata la città, leggeremo che, tra i suoi ospiti famosi, l’Hotel Monte Vista vanta anche alcuni fantasmi, che rivelano la loro presenza in svariati modi. Per fortuna non ne abbiamo incontrato nessuno, nemmeno l’elevator attendant, che si rivelerebbe con una voce incorporea che chiede “Which floor may I take you to?”

Gli spirits il venerdì sera si concentrano prevalentemente nella cocktail lounge, un affollamento di giovani uomini e donne il cui tasso alcolico e acustico investe il marciapiede circostante nel raggio di duecento metri, ragione per cui, rientrando in albergo a tarda sera dopo un’escursione cinematografica assai avventurosa, la cocktail lounge l’abbiamo bypassata.

Sistematici in albergo, siamo subito pronti ad assaggiare la città, pregustando i sapori dell’urbanità. Il primo è tutto dolce. Dall’altra parte della strada, Aspen Avenue, ci attende lo Sweetshoppe Candy Shop, con una tavolozza di mele caramellate al cioccolato, cioccolato e macadamia, arachidi, noci del brasile e una varietà di cioccolate artigianali che la scelta ci imbarazza. Pregustiamo, gustiamo, facciamo il pieno per il resto della giornata. Passeggiamo per il centro della città, la downtown storica, annusiamo vetrine di negozi di abbigliamento, fotografiamo le immancabili bandiere a stelle e strisce negli edifici storici, ci intratteniamo con un pittore che sta decorando il muro di un edificio: Toulouse Lautrec e Frida Kahlo si danno la mano, sopra di loro aquile, farfalle e pappagalli colorati. Ci fermiamo increduli davanti a una chiesa dai muri di pietra, dal campanile e dai contrafforti rosa, che sembra uscita dalla favola di Hansel e Gretel, mi avvicino per capire se è fatta di marzapane e se ne può staccare un pezzetto. (Church of the Nativity, Flagstaff, AR). Proseguiamo, inoltrandoci in una galleria del centro, un negozio attira la nostra attenzione, Black Hound, c’è di tutto, carta igienica con la faccia della Merkel, calamite gay, tazze Star Trek con Captain Kirk e Mister Spock, edizioni scelte di saggi sociolinguistici come Watch your F*cking Language, teste di animali di gomma, unicorni, maiali, orsi, cavalli, tori, bulldog, non si sa se destinate a feste di carnevale o rapine in banca, e naturalmente T-shirt, T-shirt, T-shirt, che se Boris non ne avesse già comprate 37 durante queste vacanze, adesso ne comprerebbe un altro paio.

Quando usciamo siamo un po’ brilli, e veniamo catapultati in una libreria antiquaria, Starrlight books, in un piccolo edificio bianco e verde, vecchi scaffali odorosi di carta vecchia, collezioni di fumetti e fantascienza, libri storici, letteratura, poesia, saggi, un retrobottega a winter garden con due sedie di paglia, un tavolino, e una scelta di libri aperti. Mentre sfoglio una traduzione americana di “Se una notte d’inverno un viaggiatore” e annuso Steinbeck in edizione originale, Boris è già immerso in una fitta conversazione con il proprietario, storie di pirati e di indigeni, e il proprietario, tutto preso, apre la vetrinetta dei tesori e gli mostra un’edizione del 1700 del primo libro sulle culture indigene, scritto da un pirata che, ferito, si dovette fermare su un’isola dei Caraibi, accolto e curato da sciamani delle popolazioni indigene. Insomma, Pirates of the Caribbean (I pirati dei Caraibi) in versione originale!

Questo ci riporta a uno dei desideri espressi la mattina in macchina, alla volta di Flagstaff: andare al cinema. Una breve perlustrazione del centro ci rivela la vitalità cinematografica di Flagstaff, che offre cineforum e serate a tema, horror il mercoledì, film storici il lunedì, ma oggi è venerdì. Anche lo storico teatro Orpheum, del 1911, non ha in programmazione niente per stasera. È così che, dopo una lunga ricerca su internet, troviamo finalmente una multisala, gli Harkins Theaters, e ci prepariamo alla nostra serata cinematografica. Un’occhiata al programma, un’occhiata alla cartina, e siamo partiti per l’avventura cinematografica.

Avventura cinematografica che, anche questa una piccola follia, si può riassumere nell’erronea trasposizione di distanze americane in distanze europee. Un po’ come le miglia e i chilometri, il cui calcolo, per quanto preciso, non rende mai l’idea delle distanze percepite. Al cinema, distante sulla carta circa un miglio, ci vogliamo andare a piedi. E così facciamo, prendendo la San Francisco Street, attraversando la ferrovia, costeggiando il cimitero, oltrepassando il campus della NAU, e una MALL e inoltrandoci sulla collina alla volta degli Harkins Theaters. E, come nelle favole, camminacheticammina, dopo esserci persi nella MALL, aver vagato da una stazione di servizio a un fast food, aver percorso una strada a serpentina prima in un senso poi nell’altro, finalmente arriviamo in vista del cinema, di cui intravediamo, dietro un bosco fitto di abeti, l’enorme insegna al neon.

Camminare in sé non è il problema. Il problema è camminare in una città americana. Perché nessuno, dico nessuno, va a piedi e se vai tu a piedi uno ti senti fuori posto, due non incontri nessuno a cui chiedere informazioni, tre rischi di non essere visto al buio perché tutti, dico tutti, si spostano in macchina. Al ritorno dal cinema, in camminocheticammino verso downtown, verso il nostro albergo abitato dagli spiriti (informazione che per fortuna non ci è ancora nota) c’imbattiamo in un treno merci che corre sui binari. Mentre il treno corre e corre continuo a dire a Boris, che bello, che bello, non finisce mai, e guardo il treno e guardo Boris e lo vedo assorto (il treno, non Boris, anzi no, Boris, non il treno) come in un mondo suo: starà meditando? Avrà visto un fantasma? (No, quello non lo sapevamo ancora) Gli sarà venuta in mente una storia? Finalmente il treno finisce e Boris si riprende: 184 vagoni. Li ha contati!

Al cinema ci torniamo la sera successiva, a vedere The gift, di Joel Edgerton, un thriller psicologico davvero fantastico. Ci torniamo in macchina, stavolta, per non avere sorprese. La sorpresa invece ce l’abbiamo in sala: nei momenti clou del film, quando la musica si fa inquietante e la macchina da presa percorre il corridoio dell’appartamento disseminato da tracce di sangue e improvvisamente gira l’angolo, tutta la sala ha un sobbalzo e tutti, dico tutti, urlano di paura. Così urlo anch’io senza problemi (a Berlino non oserei mai, al massimo tratterrei il respiro e soffocherei un “Ooohhh!”). Urlo e poi rido, e mentre torniamo in albergo continuo a ridere: “Ils sont fous, ces américains!”.

L’albergo non è più l’Hotel Monte Vista, perché per la seconda sera, il sabato, non ha più stanze libere. Meglio così, col senno di poi, pensa se ci avessero dato una stanza già occupata da un fantasma, la 305, con la “rocking chair” o la 210, dove John Wayne in persona vide il fantasma Bellboy. No, la seconda sera siamo al Downtowner, un motel storico della Route 66, ora ostello per la gioventù, dove abbiamo conquistato l’ultima stanza privata libera, tutt’intorno a noi giovani backpacker che tra una birra e l’altra, un passaggio e l’altro, si accontentano di un letto in una stanza da otto.

Guadagniamo la nostra stanza, il nostro queen bed, e prima di addormentarci, mentre fuori imperversa il sabato sera, musica e voci indecifrabili, ripensiamo alla folle Flagstaff, e ai folli noi, e, mentre a un centinaio di metri sentiamo arrivare il treno, ci sentiamo giovani, anche noi…

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(foto: Boris P.)

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Archi, angeli e arcobaleni

20 agosto

La tappa più attesa del nostro viaggio è Moab, Utah. A Moab ci siamo fermati una settimana, da trascorrere ad Arches e Canyonlands, paesaggi che ci avevano magicamente conquistati durante il nostro primo viaggio negli USA.

Al nostro ingresso nello Utah, ancora sulla Interstate 15, siamo stati accolti da un arcobaleno. Ci eravamo appena fermati a una stazione di servizio, depistati dal navigatore, “la signorina”, e un po’ offuscati, quando ci ha colto la pioggia, con quelle goccione enormi come le ricordavo dalla prima visita ad Arches, gocce che quasi ci schiaffeggiavano. Sono bastati pochi minuti appoggiati alla macchina, nel parcheggio dell’area di servizio, fermi a guardare le montagne, esposti al vento e all’acqua che cadeva di taglio, a lavarci dal malumore e dall’incertezza. E, ripresa la strada, ci si affianca l’arcobaleno. Un arcobaleno enorme, completo, uno solo, poi due, tra il verde delle montagne, il nero e il grigio delle nuvole, l’arancio del sole, mentre la pioggia andava e veniva. Siamo nello Utah, nella terra magica delle montagne e dei canyon rossi, delle nuvole che inondano di viola il tramonto, delle colonne di pioggia che si disegnano nel vasto orizzonte – cielo e terra a 180 gradi, senza segni di intervento umano.

Arriviamo a Moab la sera seguente, dopo aver attraversato pascoli verdi e paesi di quattro case, esserci inoltrati nel Capitol Reef National Park, e lasciato alle nostre spalle, dopo i canyon, enormi montagne grigie. Non so come, a Moab ci sentiamo subito a casa. È una cittadina turistica senza pretese, ma accogliente. O sarà per le montagne rosse che la costeggiano?

Il ritorno ad Arches è indescrivibile. Appena entrati nel parco sono sopraffatta dall’emozione. Un’emozione già provata, ma questa volta ancora più intensa: la meraviglia, lo stupore e al tempo stesso un’indefinibile affinità con queste roccione rosse che si stagliano, che sfidano le leggi della statica e dell’equilibrio (Balanced Rock), con questi scorci che si aprono all’orizzonte. Cosa mi lega a questi luoghi? A questa terra così unica? Ci sono stata in un’altra vita? O è semplicemente sacra?

In questa settimana a Moab abbiamo trascorso tre giorni ad Arches, camminando, molto, assorbendo il sapore del vento e delle rocce, respirando la sabbia e il sole. Tacendo, pregando. Che questi giorni non finiscano mai. Che questi archi così fragili restino in piedi. Che altri se ne formino, nelle migliaia di anni di questo pianeta.

Park avenue, le tre sorelle, Balanced Rock, Courthouse Towers, le due Windows (raggiunte questa volta dal primitive trail), Turret Arch, Skyline Arch, Sand Dune Arch, Landscape Arch, Tunnel Arch, Pine Tree Arch, tre elefanti. Non so descrivere la sensazione di pienezza, di pace, di essere uno con il paesaggio.

L’ultimo giorno l’abbiamo dedicato a Delicate Arch. Tornando, prima sul percorso fatto tre anni fa, al Wolfe Ranch, poi incamminandoci alla volta dell’arco. Cinque chilometri di cammino, salendo sotto il sole su una montagna di pietrone rosse, enormi mammelle o dinosauri che ti chiamano a proseguire, oltre il sudore e la fatica. E un paesaggio che si apre, a poco a poco, in bacini concavi che ti accolgono senza riserve. L’ultima parte del percorso, un sentiero stretto di pietra, appoggiato alla roccia a destra e aperto su un lago di rocce a strapiombo sulla sinistra, richiede tutta la mia attenzione. E poi, improvvisamente, Delicate Arch. Le foto che tanto spesso si trovano su internet, sulle guide, che tutti ammirano, non rendono giustizia a Delicate Arch. Perché Delicate Arch è solo una parte di un paesaggio mistico: un grande bacino concavo che si apre a ovest dell’arco, una parete che lo chiude dalla parte opposta, e poi l’arco, finestra sull’infinito, tutto l’insieme è un tempio naturale che ispira meraviglia e venerazione. Il senso del sacro. Nel significato etimologico del termine: un recinto naturale, in cui si raccolgono i misteri inviolabili dell’universo.

Quanto siamo rimasti lassù? Non lo so. Non me ne sarei mai andata. Stanchezza, caldo, sete, tutto era sparito in quel cerchio magico. Solo il vento, che soffiava con tutta la sua forza, a spazzare via le impurità, a strappare i pensieri dalla testa, che quasi non te ne restavano più, inutile rincorrerli, erano già persi / precipitati nello strapiombo. Il vuoto mentale, un esercizio zen in grembo a Madre Terra.

Infine siamo dovuti tornare. Sospinti dal vento, lampi e colonne di pioggia all’orizzonte, accanto al sole e alle nuvole che si preparavano a stendere i loro drappi rosseggianti.

L’ultima passeggiata ad Arches, l’ultimo giorno a Moab. Ci prepariamo a congedarci dal miracolo.

E poi, già in macchina, usciti da Arches, sulla via per Moab, un altro miracolo. Un arcobaleno davanti a noi. Un arcobaleno, due arcobaleni e in mezzo un raggio di luce, una colonna di pioggia bianca, due ali, sì due ali. Un angelo. Scende a salutarci. Ad accompagnarci. Non siamo soli. Proseguiamo.

 

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Archi e arcobaleni ad Arches (foto di Giovanna T. e Boris P.)

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Flash flood

Moab, UT, tredici agosto

Tra i numerosi avvertimenti ai visitatori dei canyon ci sono quelli relativi al pericolo di flash flood (inondazioni lampo). Nel foglietto illustrativo ricevuto al Capitol Reef National Park le flash flood sono indicate come “unespected danger”. Le flash flood sono inondazioni improvvise di canyon e di wash, letti di torrenti stagionali. Generate da temporali, spesso lontani, anche in periodi secchi, riversano nei wash repentinamente e rapidamente enormi quantità d’acqua e di detriti, pietre, rami, fango, travolgendo tutto quello che incontrano, persone e auto comprese. Possono arrivare fino a 15 piedi d’altezza, circa quattro metri e mezzo, ed essere mortali.

Nel 1997, ad Antelope Canyon (Page, AZ), dodici persone hanno perso la vita travolte da una flash flood. No chance. Qualche settimana fa, sempre ad Antelope Canyon, un gruppo di turisti e una guida sono riusciti a mettersi in salvo appena in tempo da un’altra flash flood, sollevando in aria i bambini che erano con loro, che rischiavano di essere sommersi dai flutti.

Le flash flood si annunciano con un forte rombo, simile a quello di un jet. Per mettersi in salvo bisogna salire subito in alto, dove si può, arrampicandosi sulle rocce o su altro luogo elevato; se ci si riesce, si è salvi. Poi, aspettare che il livello dell’acqua scenda (può volerci qualche ora, a volte anche più). Per salvarsi, ci vogliono sangue freddo e rapidità di reazione (e, in un secondo momento, pazienza). L’altro ieri Boris e io eravamo sul fondo di un wash nel Capitol Reef National Park; c’eravamo arrivati in macchina, in una giornata di pioggia. Scesi dalla macchina, c’eravamo allontanati di qualche passo per fare delle foto, Boris vicino a una parete rocciosa, io più in basso, tra gli arbusti. Improvvisamente abbiamo sentito un rumore, come un rombo lontano. L’orecchio teso in ascolto, il tempo di qualche istante, poi Boris mi ha chiamato: “Giovi, vieni qua!”. Io ho tardato pochi secondi, tra l’incredulo e lo spaventato, mentre ancora rielaboravo l’informazione, il tempo di rendermi conto che il rombo era quello del motore di un’automobile che si avvicinava lungo il wash. Nessun pericolo, quindi. Ma se fosse stata davvero una flash flood, forse sarebbe stato troppo tardi. Quei pochi secondi d’esitazione sarebbero stati troppi.

Forse in situazioni di reale pericolo ci viene in aiuto l’istinto. Una scarica di adrenalina acuisce i sensi e accorcia i tempi di reazione. Ricordo che Bibi Nanki, una mia insegnante di yoga, sorpresa dallo tsunami del 26 dicembre del 2004, in Thailandia, raccontò di essersi salvata arrampicandosi con una rapidità insospettata su un albero, sentendosi come sospinta in alto, mentre l’acqua la sommergeva, senza neanche sapere bene come, o da che cosa. Correre via non sarebbe servito. Poi, mentre sull’albero aspettava che l’ondata si calmasse, continuava a ripetersi un mantra, per darsi un briciolo di speranza… Ancora oggi Bibi Nanki non sa cosa l’ha aiutata a salire sull’albero quando l’onda la travolgeva. L’istinto, o l’universo.

A volte la vita ci sorprende con flash flood: pericoli, travolgimenti, esplosioni non arginabili, senza preavviso ci sommergono. Eventi più grandi di noi, più forti di noi, davanti ai quali siamo inermi, indifesi. Anche in questi casi l’unica salvezza è innalzarsi al di sopra dei flutti, come mi consigliò un giorno una saggia persona. Andare in alto, prendendo con sé la bambina inerme che è in noi. Osservare il disastro sotto di noi senza assoggettarvisi. Poi, aspettare pazientemente, invocando l’aiuto dell’universo, che l’ondata si calmi, l’acqua receda, il sentiero si liberi.

Come in natura, anche nella vita le flash flood, possono sopraggiungere da luoghi remoti, che neppure conosciamo. Come in natura, anche nella vita le flash flood ci travolgono con detriti, fango e rovine, e lasciano traccia: sradicano alberi, fendono pareti di roccia, scavano canyon. Poi, a poco a poco, decrescono.

L’altro ieri, a Capitol Reef, non c’è stato pericolo, per fortuna. Altre flash flood sono passate. E siamo ancora qui.

Flash flood ad Antelope Canyon, Page, AZ (https://www.youtube.com/watch?v=m44gkjMukP0)

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Buddy bear

Yosemite, National Park, nove agosto

Prima di partire avevo espresso il desiderio d’incontrare un orso, in una safe situation, al sicuro, naturalmente. L’orso infatti è il mio animale preferito (ne ho quattro di peluche, un orso bruno, un teddy, un orso bianco e un teddy rosa), per la forza e la sicurezza che emana. Nella cultura nativo americana l’orso è un totem, considerato un tramite tra l’uomo e le forze naturali e sovrannaturali, capace di forza e ferocia, ma anche di mite introspezione nei lunghi mesi del suo ritiro invernale. L’orso mi piace, mi affascina per la tangibile dolcezza che emana dal suo muso, per l’apparente impaccio delle zampe quando stringono un pesce appena pescato, per la simpatia del suo grattarsi contro la corteccia di un albero, per quell’andare dinoccolato, per la sensazione di caldo rifugio che suscita la sua pelliccia.

È un animale che ispira sia potenti riti totemici sia racconti per bambini e adulti, Winnie the Pooh, Baloo nel libro della giungla, Koda fratello orso, figure che coniugano leggerezza e saggezza, come bene illustra il Tao di Winnie the Pooh, di cui ho parlato altrove.

Il mio desiderio si è avverato. Il primo orso me l’ha indicato Boris a bassa voce, attraversava la strada al Sequoia National Park, proprio al nostro arrivo. Un orso bruno. Spaventato da una macchina che arrivava in senso opposto alla nostra, con un balzo rapidissimo è sparito nel bosco, per poi riapparire, guardarsi intorno, attraversare la strada con il suo passo molleggiato, fermandosi appena a guardare la macchina, e inoltrarsi nel bosco, il muso rivolto al suolo, in cerca di cibo.

Ancora tutta presa da quest’incontro, il giorno dopo, mentre percorriamo il Big Trees Trail, un circuito intorno a un prato, sentiamo gridare dietro di noi: “Bear!”. Ci voltiamo appena in tempo per scorgere non uno, ma tre orsi, mamma orsa e due piccoli, inoltrarsi nel prato. Quasi coperti dall’erba alta, degli si scorge il dorso e, a tratti, il muso della mamma, e degli orsacchiotti appena l’ombra. Da lontano, in piedi su un tronco d’albero, ne seguiamo i movimenti. A tratti i piccoli si alzano per un attimo a guardarsi intorno, gli occhietti vispi e le orecchie spuntano fuori dall’erba – una meraviglia. Trascorriamo quasi un’ora ad osservarli, da lontano, a scattare foto, io in uno stato di felice contemplazione. Tutt’intorno al trail tante altre persone, alcune si sono avvicinate, gesto estremamente pericoloso, come mostra il triste incidente avvenuto proprio in questi giorni a Yellowstone, dove un uomo, Lance Crosby, un esperto del parco, è stato aggredito e ucciso da un grizzly e almeno un cucciolo nell’Elephant Back Loop Trail.

I parchi nazionali sono pieni di avvertimenti per i turisti e di divieti. Cosa fare se s’avvista o s’incontra un orso, come spaventarlo, come difendersi se si avvicina: restare fermi, ritti, farsi più grandi di quello che si è, rimanere in gruppo, urlare per spaventarlo, in nessun caso scappare, perché l’orso potrebbe pensare che stai giocando. Tra i divieti, il divieto di lasciare cibi, bevande e articoli da toeletta in macchina. Addirittura i seggiolini per bambini vanno tolti, perché gli orsi li considerano cibo. Nei parcheggi dei sentieri e nei campeggi ci sono box di metallo antiorso in cui vanno chiusi cibi, bevande e tutto ciò che potrebbe attirare un orso; collocate in diversi punti dei parchi ci sono anche trappole antiorso, che servono più che altro per censirli e studiarli, come ci racconta Karen, la guida che ci accompagna in un tour al Glacier Point, qui a Yosemite.

Per chi lascia cibi in macchina, rischiando così di attirare un orso, ci sono multe fino a cinquemila dollari. Gli orsi che mangiano alimenti dell’uomo, ci informano i ranger, diventano aggressivi, a volte impazziscono, e spesso vanno soppressi. E noi, che mangiamo tutti i giorni alimenti per noi umani, ci meravigliamo dell’aggressività e della follia che ci circonda?

L’equilibrio tra la natura e l’uomo, tra la wildlife e la civiltà, è un equilibrio difficile e instabile, cui le organizzazioni di questi parchi naturali si dedicano giorno per giorno, attraverso informazione, formazione, ricerca e interventi. Un compito, un impegno anche per noi. Rispettare la natura significa considerarla con saggia soggezione, affrontarla senza prepotenza e imprudenza, per poter godere della sua maestosa forza.

Flagstaff, ventidue agosto

Dopo gli incontri al Sequoia NP, di orsi in natura non ne abbiamo visti altri. Però ne ho ricevuti in dono due, due feticci, opera di due artisti nativo-americani. Il primo, un orso minuscolo di pietra, oggetto Navajo, sparisce quasi mentre lo stringo nel palmo della mano, ma emana forza e tranquillità, dà sicurezza e fiducia. Il secondo mi viene in mano inaspettato, un orso in pietra dolomite, rosa e bianco, scolpito da un artista Zuni. Sorridente, solare, fermo nella sua interezza. Li porto con me, ricordo di questo viaggio indimenticabile, compagni per il viaggio a venire.

In spirit.

bear_yosemite0Eye contact (foto: Yosemite National Park, https://www.facebook.com/YosemiteNPS?fref=ts)

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Mirror river

Cedar Grove, King’s Canyon, tre agosto

Alloggiamo al Cedar Grove, in una stanza al pianterreno con un nostro patio, due sedie a sdraio, un tavolo di legno, nel bosco a due passi da un fiume, il King’s river. Un fiume di montagna, che accarezza rocce e liscia sassi, che scroscia brillando nel sole.

Il rumore dell’acqua e la vista del fiume che scorre tra le pietre, qualche passo sotto di noi, mi riporta a Moena, alla casa allora di Regina Pacis, proprio accanto al fiume, alle vacanze in montagna con il gruppo della parrocchia, ai miei undici, dodici, tredici anni… Sono qui, a Cedar Grove, e sono lì, a Moena, ora e allora, allora adolescente, incerta, paurosa, ora donna adulta, ancora alla ricerca, una ricerca nei due sensi, nel passato e nel presente.

E improvvisamente, come la luce del sole tra gli alberi, m’investe la consapevolezza, la chiarezza. Quello che mi parlava al cuore nelle estati a Moena, che me la riporta presente con questa forza, non erano solo i luoghi, che pure hanno lasciato in me un’impronta indelebile, il lago di Carezza, non era la montagna verde e boscosa, non erano i passi innevati raggiunti a piedi con passeggiate interminabili, il Pordoi, era la compagnia. Era il camminare insieme, a piccoli gruppi, il cercare di raggiungere i compagni più avanti, il lasciarsi guidare dalle canzoni, il sedersi all’ombra di un albero a mangiare con loro pane e cioccolata.

Una piccola rivelazione per me, su di me, scopro, riconosco di avere bisogno della compagnia di altri, di amici, di amiche, della famiglia, dell’uomo che amo e che mi ama. È come scoprire una debolezza e al tempo stesso accettarla. Così, accanto al King’s river a Cedar Grove, in un viaggio che è ricerca e ritorno, qualcosa si ricompone come le tessere di un mosaico, come i puzzle interminabili cui si dedica Marsha Goldfinger del Goldfinger’s Get-Away, come i puzzle cui si dedicava mia sorella. La mia famiglia, i miei fratelli, i miei cugini vicini e lontani, una corsa dietro mio babbo e Fabrizio partiti per l’aeroporto di Rimini, la noia di certi pomeriggi domenicali, gli amici, i litigi e le riconciliazioni, parte di me, inseparabili da me.

Ritorno verso la stanza dove Boris mi aspetta per andare a cena, allo snack bar del Cedar Grove, la ragazza al banco ci accoglie, “Hi, how are you today?”, “Fine, we are fine, and you?”

IMG_7323Il King’s River, King’s Canyon, CA (foto: Giovanna T.)

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Abbracciare alberi

Sequoia National Park, CA, 4 agosto 2015

Abbracciare alberi: è quello che faccio qui al Sequoia National Park. Con lo sguardo, la testa rivolta all’insù, il naso verso il cielo, per vederne la cima; o tutt’intorno, a centottanta gradi, gruppi di giganti rossi a due, a tre; o dall’alto, dal bordo di una strada di montagna che si apre su uno strapiombo, e intorno una cintura di montagne, la Sierra Nevada, rendendomi improvvisamente consapevole di una prospettiva più ampia, più di centottanta gradi, come mi suggeriva l’Ari in sogno qualche giorno fa…

Siamo negli USA, questo paese contraddittorio e affascinante, la cui natura supera la nostra immaginazione, per vastità, per ampiezza di proporzioni, per gli scorci e i panorami. Un viaggio alla scoperta, alla riscoperta, di paesaggi esteriori e interiori.

In questi giorni, le sequoie. Alberi indescrivibili. Alte da non vederne la fine, rosse come la terra rossa dei canyon desertici, come la luna in certe notti, come la pelle dei popoli nativi di qui, come un sorriso caldo di una vecchia. Le più alte, il General Sherman Tree, o il Grant Grove, raggiungono i 274,9 piedi e hanno 2.000 anni di età. La base spesso cava, quasi un tipì nero nel quale ripararsi, cicatrici nere degli incendi che le assalgono di tanto in tanto, le sequoie resistono, nel senso etimologico della parola: stanno, restano, s’innalzano, svettano. Sussistono.

Al Sequoia Museum leggo: “Do sequoias have a natural life span, an age at which they weaken and die? No one knows. Some are over 3.000 years old. Long life plus rapid growth let sequoias attain immense size. How do they live so long? Adaptations help sequoias survive. When injured, most Big Trees heal and keep growing.”

Più che un’informazione, un insegnamento.

Il fuoco, gli incendi che periodicamente le assalgono sono vitali per le sequoie, le rendono forti, liberano il terreno circostante e permettono ai semi/alle spore di insediarvisi dando vita a nuovi alberi. Le ferite, le cicatrici sono il segno della loro esperienza, della loro esperienza di esseri silenziosi e sereni, parte del tutto che le circonda, del bosco, della montagna, del vento che le accarezza.

In un sentiero appena fuori della folla, il Congress Trail, mi fermo davanti a una sequoia sul bordo del cammino. Mi avvicino, la sfioro, mi ci appoggio. La corteccia è calda, squamosa, schegge minuscole, quasi briciole di segatura, mi restano attaccate al palmo della mano. Ora mi ci appoggio con tutto il corpo, le braccia stese ad abbracciarne una piccola porzione, il cuore contro la corteccia, linfa su linfa. L’albero tace, tranquillo.

Percorriamo questa foresta di sequoie insieme a una brezza leggera. Penso a mio padre, che di queste sequoie sognava, senza averle mai viste. Oggi le ho viste io per lui. Con lui. E improvvisamente mi sembra che il loro insegnamento sia anche il suo: esistere, resistere, accogliere le ferite e guarirne, farne cicatrici, segni del cammino, guarire e continuare a crescere.

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Sequoie, particolari (foto di Boris P.)

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