La nube e il bagliore (ovvero, il vento nelle vele)

“Sotto ogni disgrazia si nasconde sempre una grazia”; “Hinter jedem Problem steckt ein Geschenk” (dietro ogni problema si nasconde un dono); “Every cloud has a silver lining” (ogni nube racchiude un bagliore). Nelle ultime settimane, dall’inizio di quest’anno dalle tredici lune, questi messaggi mi sono giunti da diversi angeli, angeli nel senso etimologico di “messaggeri”, ma anche nel senso di esseri che portano, conforto, saggezza, luce. La luce del bagliore racchiuso nella nube.

Per questo, invece di concentrarmi sulla disgrazia, che in fondo tale non è, sul problema, sulla nube, vorrei dedicarmi oggi alla grazia, al dono, al bagliore.

Presenze e parole, gesti d’ascolto e d’accoglienza, suggerimenti e consigli, persone e risorse venutemi incontro sulla mia strada nelle forme più inaspettate. I doni:

  • la forza e la ricchezza delle donne della nostra famiglia: mia mamma, mia zia e dietro di loro mia nonna, la zia Irma;
  • le voci e la presenza dell’Arianna e di Pierfrancesco, pietre preziose, e anche angeli, messaggeri di una presenza sempre più tangibile;
  • amiche, una in particolare, in grado di ascoltare lacrime e singhiozzi, e di prendere all’amo nella burrasca della disperazione quel brandello di veste che mi riporta su, verso la superficie del lago impazzito;
  • letture, consigliatemi, prestatemi o trovate per caso – ma esiste il caso? – che mi offrono agganci e puntelli per continuare il viaggio (ne parlerò nei prossimi post);
  • parole della Bibbia, del Vangelo, squarci di luce e spunti di meditazione;
  • semplici conoscenti che si rivelano amici, capaci di ascoltare e di accompagnare;
  • persone che, completamente inconsapevoli, ti regalano una parola, una frase, un sorriso, che ti fanno continuare;
  • una persona in particolare, che pur nel caos e nella confusione, riesce a riprendere la cima caduta in mare e riaggiusta la rotta;
  • i sogni, una ricchezza incomparabile, compagni delle notti e dei giorni, capaci di svelarti un segreto, di consegnarti un tassello in più del mosaico;
  • la dedizione e la generosità della preghiera donata senza chiedere nulla in cambio;
  • la preghiera e la meditazione, che, anche se fatte pressappoco, trivellano, trivellano, trivellano e finiranno per liberare il nucleo, l’essenza pura, al di là del maya, dell’illusione, che ancora mi avvolge.

Il mistero resta: qual è il dono, la grazia, il bagliore che si nasconde dietro la nube? Cosa mi è richiesto in quanto mi viene dato?

Nella prima lettura di oggi, ad Abramo viene richiesto di sacrificare il suo unico figlio, Isacco. E Abramo, senza chiedere perché, si appresta a obbedire, si mette in cammino, prepara l’altare, dispone la legna per il sacrificio. A me, cosa viene chiesto? Sono disposta a farlo?

E invece, nella mia debolezza, ho fatto resistenza, mi sono dibattuta fin troppo. “Allineati con l’universo”, mi dice l’Arianna. Forse è questo, che mi viene richiesto: accettare, accogliere, affidarmi, senza chiedere, senza capire, senza cercare una risposta, che forse non c’è.

Giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto. Presente. Guardando in alto la nube, nella quale riluce un bagliore.

(https://www.youtube.com/watch?v=RbEjtKf3Yr8)

Mentre scrivo mi viene in mente che una volta, avevo quindici o sedici anni, ero uscita in barca a vela, col 470 dei miei cugini Giornelli – l’unica volta, credo, che uscii con loro. Quando venne il momento di rientrare, mi volevano riportare al mio bagno. Tirava un forte garbino (vento di terra), e per quanti bordi facessimo, avvicinarsi a riva era impossibile. Così, dopo numerosi tentativi, decisi di tuffarmi in mare, con la maglietta addosso e gli zoccoli di legno in mano, e per coprire qualche decina di metri, forse un centinaio, a nuoto. E naturalmente, ce l’ho fatta, sono arrivata, con la forza delle mie braccia e il sostegno del mare. Chissà perché mi viene in mente ora. Anche questo è un dono.

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Lie to me – philosophique

In un libro di Alain Cugno, La blessure amoureuse, trovo alcuni passaggi che fanno da pendant filosofico alle scoperte di Paul Ekman sul rapporto tra emozioni e corporeità.

Paul Ekman, psicologo, ha analizzato per decenni le tracce delle emozioni sul nostro viso e sul nostro corpo. Ricerche condotte in tutto il mondo, dagli Stati Uniti alla Nuova Guinea, l’hanno portato a scoprire gli universali della mimica, l’espressione della rabbia, della paura, della tristezza, dello stupore, del disprezzo, della gioia. Espressioni che s’iscrivono sul nostro viso in modo talora palese, talora rapido e impercettibile, solo per decimi di secondo (le microespressioni), tanto da ingannare chiunque, anche gli specialisti. (La scoperta delle microespressioni, Ekman l’ha fatta guardando e riguardando per un centinaio di ore al rallentatore il filmato di una paziente depressa a colloquio con uno psichiatra. La paziente aveva richiesto di poter essere dimessa dalla struttura psichiatrica in cui era ricoverata per un fine settimana, a suo dire per vedere la famiglia. Lo psichiatra, che doveva valutare se lasciarla uscire o meno, se fosse stata o no a rischio di suicidio, le firmò il permesso per il fine settimana. E lei, contrariamente a quanto aveva affermato, si suicidò.)

Anche noi, giorno per giorno, minuto per minuto, quante volte ci inganniamo scrutando il volto di una persona, anche di una persona amata, sorvolando su un sopracciglio alzato, su un angolo delle labbra rivolto all’ingiù, su un paio di braccia conserte, perfino su un sorriso?

Un inganno che si ritrova anche nelle considerazioni di Cugno. Qui, alla consapevolezza che le nostre emozioni si iscrivono nel nostro volto e nel nostro corpo, che lo vogliamo o no, si aggiunge la costatazione che questo avviene in un complicato gioco di specchi tra noi e l’altro, tra noi e gli altri, in cui né vediamo quello che manifestiamo né siamo in grado di interpretare quello che vediamo.

« Nous sommes persuadé que les personnes qui nous entourent savent la tête qu’elles font, et nous les traitons comme telles. C’est même ce que nous voyons sur leur visage et ce à quoi nous les reconnaissons : leur signature. Mais en réalité, elles n’en savent rien. Elles ne savent pas comment elles signent et à cet égard naviguent à l’estime, en essayant de deviner ce que nous percevons d’elles, à partir d’expressions de notre corps que nous ne maitrisons pas plus qu’elles ne maitrisent les leurs. » (Alain Cugno, La blessure amoureuse, Paris, Seuil, 2004, p. 40).

Insomma, ci troviamo davanti agli altri, anche alle persone più vicine a noi, come davanti a enigmi da decifrare. Enigma noi a noi stessi, perché percepiamo emozioni di cui non vediamo le tracce, enigma agli altri, che ne vedono le tracce e ci attribuiscono una firma che forse non è la nostra, che forse non corrisponde a quanto sentiamo; enigma gli altri a noi, quando crediamo di leggere nel loro volto, nei loro gesti, nelle loro parole, emozioni e affetti che loro si ostinano a negare.

Così entriamo in confusione. Basta guardarci allo specchio per non riconoscerci, a volte. Qual è la nostra espressione quando siamo felici? Quando siamo innamorati? Quando siamo delusi? Quando siamo tristi fino alla morte? Quando siamo in preda all’ira?

GhigliaDonna-allo-specchioOscar Ghiglia, Donna allo specchio

(http://www.giovannifattori.com/wp-content/uploads/2011/03/GhigliaDonna-allo-specchio.jpg)

I sentimenti, le emozioni, spesso non li riconosciamo neanche quando si fanno strada potenti nel nostro corpo. A volte non li vogliamo riconoscere a volte perché fanno a botte con la nostra ragione, con quello che ci auguriamo, che desideriamo. A volte non li riconosciamo perché ci sorprendono, perché ci assalgono come ladri, come banditi, come aggressori e prendono possesso di noi, contro la nostra volontà, e quando ce ne accorgiamo è troppo tardi per trattenerli, per farli tornare indietro, per evitare di farli dilagare. Ne so qualcosa anch’io. E a volte, anche quando crediamo che siano trascorsi, che ci abbiano attraversato, lasciato, purificato, ce li ritroviamo nei segnali che il nostro corpo ci manda a nostra insaputa. Somatizzati, come diceva la medicina una volta, un termine che non ha quasi più senso se pensiamo che siamo un’unità, il corpo-mente, in cui la nostra mente, i nostri sentimenti e le nostre cellule parlano la stessa lingua, che noi, per la maledizione di Babele, crediamo tante lingue diverse, discrete, separate.

A volte, anche quando li abbiamo riconosciuti, i sentimenti faticano a farsi strada, vittima di autocensure e di censure sociali. Alcune sane, per carità, altre invece no. Così ci può capitare di trovarci di fronte ad altri che ci dicono che quello che sentiamo non è giusto, è sproporzionato alla situazione, è fuori luogo, è inaccettabile, non è vero.

Insomma, la strada che porta dai sentimenti alla loro espressione e ritorno, dalla loro espressione alla loro lettura, è spesso un labirinto, fatto di sentieri incrociati.

Eppure qualcuno ci dice:

“Stop minimizing and discounting your feelings. You have every right to feel the way you do. Your feelings may not always be logical, but they are always valid. Because if you feel something, then you feel it and it’s real to you. It’s not something you can ignore or wish away. It’s there, gnawing at you, tugging at your core, and in order to find peace, you have to give yourself permission to feel whatever it is you feel.

You have to let go of what you’ve been told you should or shouldn’t feel. You have to drown out the voices of people who try to shame you into silence. You have to listen to the sound of your own breathing and honour the truth inside you. Because despite what you may believe, you don’t need anyone’s validation or approval to feel what you feel. Your feelings are inherently right and true. They’re important and they matter — you matter — and it is more than okay to feel what you feel. Don’t let anyone, including yourself, convince you otherwise.” (Daniell Koepke)

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Cy Twombly, Hero and Leander, 1984

(http://www.cytwombly.info/twombly_gallery3.htm)

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Le qualità della matita

Oggi desidero riportare un racconto che mi è stato regalato questo Natale. Chi me lo ha regalato non poteva sapere (o forse sì) quanto ne avrei avuto bisogno. È racchiuso in un rotolino di carta dentro il mio astuccio rosso, un rotolino come quelli, un po’ più grandi, che Giacomo e Michele portano a casa dall’asilo: un disegno, una preghiera, un collage. Un dono.

Eccolo qui, questo racconto.

La storia della matita

Il bambino guardava la nonna che stava scrivendo la lettera. A un certo punto, le domandò:
“Stai scrivendo una storia che è capitata a noi? E che magari parla di me. ”
La nonna interruppe la scrittura, sorrise e disse al nipote:
“È vero, sto scrivendo qualcosa di te. Tuttavia, più importante delle parole, è la matita con la quale scrivo. Vorrei che la usassi tu, quando sarai cresciuto. ”
Incuriosito, il bimbo guardò la matita, senza trovarvi alcunché di speciale.
“Me è uguale a tutte le altre matite che ho visto nella mia vita! ”
“Dipende tutto dal modo in cui guardi le cose. Questa matita possiede cinque qualità: se riuscirai a trasporle nell’esistenza sarai sempre una persona in pace col mondo.
“Prima qualità: puoi fare grandi cose, ma non devi mai dimenticare che esiste una Mano che guida i tuoi passi. ‘Dio': ecco come chiamiamo questa mano! Egli deve condurti sempre verso la Sua volontà.
“Seconda qualità, di tanto in tanto, devo interrompere la scrittura e usare il temperino. È un’azione che provoca una certa sofferenza alla matita ma, alla fine, essa risulta più appuntita. Ecco perché devi imparare a sopportare alcuni dolori: ti faranno diventare un uomo migliore.
“Terza qualità: il tratto della matita ci permette di usare una gomma per cancellare ciò che è sbagliato. Correggere un’azione o un comportamento non è necessariamente qualcosa di negativo: anzi, è importante per riuscire a mantenere la retta via della giustizia.
“Quarta qualità: ciò che è realmente importante nella matita non è il legno o la sua forma esteriore, bensì la grafite della mina racchiusa in essa. Dunque, presta sempre attenzione a quello che accade dentro te.
“Ecco la quinta qualità della matita: essa lascia sempre un segno. Allo stesso modo, tutto ciò che farai nella vita lascerà una traccia: di conseguenza impegnati per avere piena coscienza di ogni tua azione.”

(Paolo Coehlo, Sono come il fiume che scorre, Bompiani)

Ecco, in questi giorni, in queste settimane, nei prossimi mesi e anni, vorrei imparare ad essere come quella matita: non dimenticare la Mano che guida i miei passi, la Persona alla guida del tandem impazzito; imparare a sopportare alcuni dolori, che mi faranno diventare una donna migliore ; correggere un’azione o un comportamento ; prestare attenzione a quello che accade dentro di me; avere piena coscienza di ogni mia azione, per lasciare un segno che sia degno di me.

Oggi è il compleanno dei miei amati fratelli, e a malapena ho fatto loro gli auguri, soffocata come sono in questo momento dal mio ego. Glieli voglio fare a questo modo, gli auguri, per ringraziarli, e ringraziare tutti coloro che mi avvolgono con il loro amore e mi arricchiscono con le loro risorse. Tanti altri racconti, tanti altri doni, tanti altri tesori da scoprire.

Grazie !

reflection.jpg!BlogOdilon Redon, Reflection (http://www.wikiart.org/en/odilon-redon/reflection)

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Rivolgersi a Dio

„Credo nel sole, anche quando non splende; credo nell’amore, anche quando non lo sento, credo in Dio, anche quando tace” (Scritta sul muro di una cantina di Colonia, dove alcuni ebrei si nascosero per tutta la durata della guerra).

Con queste parole inizia un libretto prezioso, Yossl Rakover si rivolge a Dio, di Zvi Kolitz, che, con la finzione di un testamento ritrovato in una bottiglia nelle rovine del ghetto di Varsavia, ha scritto alcune delle pagine più vere sulla tragedia dell’olocausto, sulla religiosità ebraica, sul grido impotente dell’uomo a Dio e sul Suo silenzio.

Mai come in questi giorni sento queste parole estranee e intimamente familiari.

Dopo aver visto morire i suoi figli, uno a uno, Yossl Rakover scrive: “Ora è giunto il mio momento, e come Giobbe posso dire di me, e non sono il solo a poterlo dire, che torno nudo alla terra, nudo come nel giorno della mia nascita.”

Quest’uomo, che serviva Dio “con ardore” e non gli chiedeva altro che “il permesso di continuare a servirlo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze”, ora reclama da lui di pagare il suo debito, “credo di avere il diritto di esigere ciò che mi spetta”. Inutilmente. Dio resta in silenzio, Dio non paga il suo debito.

“Dio ha nascosto il suo volto al mondo e in questo modo ha consegnato gli uomini ai loro istinti selvaggi”. Il Dio degli Ebrei è il Dio delle vendette (Salmi, 94, 1), non il Dio dell’amore. Eppure le atrocità vengono commesse in nome del Dio dell’amore. Da uomini senza pietà.

Vicino ai cadaveri dei compagni uccisi, vicino al cadavere di un bambino “che giace come addormentato” con la bocca “atteggiata a un sorriso”, come di “tranquilla, ma divertita ironia”, quasi a dire “Pazienta ancora un po’, stolto uomo, fra un po’ sarà tutto chiaro anche a te”, Yossl Rakover rivolge a Dio il suo lamento di dolore, d’incomprensione: “che cosa ancora deve accadere perché Tu mostri nuovamente il Tuo volto al mondo?”; il suo avvertimento: “Non tendere troppo la corda, perché, non sia mai, potrebbe spezzarsi.” e al tempo stesso la sua paradossale promessa di fedeltà: “Non Ti posso lodare per le azioni che tolleri, ma Ti benedico e Ti lodo per la Tua stessa esistenza, per la Tua terribile maestà…”.

Che mistero, che contraddizione, che paradosso si cela nel rapporto complesso tra l’uomo e Dio? È forse il Dio dei cristiani, il Cristo morto in croce, “scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani”, (San Paolo, Lettera ai Corinzi, 1, 23) che li risolve?

Ma la vita di Yossl Rakover è giunta al termine.

“La morte non può aspettare oltre, e io devo finire di scrivere. Dai piani superiori gli spari si fanno più isolati. (…) Il sole è ormai al tramonto, e ringrazio Dio che non dovrò rivederlo mai più. (…) Tra un’ora al massimo sarò con la mia famiglia, e con milioni di altri uccisi del mio popolo, in quel mondo migliore in cui non vi sono più dubbi e Dio è l’unico pietoso sovrano.

Muoio tranquillo, ma non appagato, colpito, ma non asservito, amareggiato, ma non deluso, credente, ma non supplice, colmo d’amore per Dio, ma senza rispondergli ciecamente ‘amen’”.

(Tutte le citazioni sono tratte da Zvi Kolitz, Yossl Rakover si rivolge a Dio, Adelphi 2010, seconda edizione)

1024px-William_Blake_007William Blake, Satana riversa le piaghe su Giobbe, 1826-1827, Londra, Tate Gallery

(http://it.wikipedia.org/wiki/Giobbe#mediaviewer/File:William_Blake_007.jpg)

E per non fermarci al Dio delle vendette, a Giobbe e Yossl Rakover, uno dei salmi che amo di più:

SALMO 90
Beato chi si pone sotto la protezione dell’Altissimo

Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni (Lc 10,19).

Tu che abiti al riparo dell’Altissimo *
e dimori all’ombra dell’Onnipotente,
di’ al Signore: « Mio rifugio e mia fortezza, *
mio Dio, in cui confido » .

Egli ti libererà dal laccio del cacciatore, *
dalla peste che distrugge.
Ti coprirà con le sue penne, *
sotto le sue ali troverai rifugio.

La sua fedeltà ti sarà scudo e corazza; *
non temerai i terrori della notte,

né la freccia che vola di giorno, †
la peste che vaga nelle tenebre, *
lo sterminio che devasta a mezzogiorno.

Mille cadranno al tuo fianco †
e diecimila alla tua destra; *
ma nulla ti potrà colpire.

Solo che tu guardi, con i tuoi occhi *
vedrai il castigo degli empi.
Poiché tuo rifugio è il Signore *
e hai fatto dell’Altissimo la tua dimora,

non ti potrà colpire la sventura, *
nessun colpo cadrà sulla tua tenda.
Egli darà ordine ai suoi angeli *
di custodirti in tutti i tuoi passi.

Sulle loro mani ti porteranno *
perché non inciampi nella pietra il tuo piede.

Camminerai su aspidi e vipere, *
schiaccerai leoni e draghi.

Lo salverò, perché a me si è affidato; *
lo esalterò, perché ha conosciuto il mio nome.

Mi invocherà e gli darò risposta; †
presso di lui sarò nella sventura, *
lo salverò e lo renderò glorioso.

Lo sazierò di lunghi giorni *
e gli mostrerò la mia salvezza.

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Von Menschen und Schlangen

Vor kurzer Zeit habe ich Das Erbe des Rings, Band 4 der Akademie der Abenteuer, gelesen. Besser gesagt, verschlungen. In mich hineingesaugt. Ein wunderschönes Buch, das mich nicht nur wegen der Geschichten, die es erzählt, in Bann gehalten hat, sondern wegen der erleuchtenden Einblicke in die vielseitige Natur der Menschen und ihres Zusammenseins. Machtkämpfe und Gier, Hinterhältigkeit und Lügen existieren neben dem Streben nach Wahrheit, nach Aufrichtigkeit und nach Gerechtigkeit. Wissen kann so oder so, für gute und böse Zwecke angestrebt und eingesetzt werden.

Die Figuren, die in diesem Buch vorkommen, enthüllen mehr als das, was ich hier erzählen kann. Ein König, der sein Königreich durch Krieg und Töten errungen hat, eine Königin, die eine Vergangenheit von Missbräuchen und Gewalt dadurch wiedergutmachen will, dass sie ihren Sohn regieren lässt, und ein junger Mann, der König werden soll und vielleicht nicht werden will, nicht um jeden Preis, tauchen aus einer fernen Vergangenheit auf und vermischen sich mit Figuren aus dem Heute, so dass ihre Gedanken und Worte, ihre Gefühle und Handlungen ineinander schmelzen, wie die Farben auf einer Palette, wie die Spiegelung von Blättern in einem klaren See.

Ich möchte nicht viel über die Geschichte verraten, vielmehr einige Gedanken zu Papier bringen, einige Erkenntnisse, die dieses Buch mir für mein Leben, insbesondere für einige Lebenssituationen, gebracht hat.

Wahrheit und Lügen

Die Akademie der Abenteuer ist ein besonderer Ort. Dort erforschen junge Lehrlinge zusammen mit ihren Meistern mit Leib und Seele die Vergangenheit: Die Früchte ihrer Erkenntnisse sind historische Fluten, in denen die Vergangenheit lebendig wird und ihre Lehre in der heutigen Welt sichtbar macht. Aber in der Akademie gibt es einige Menschen, Lehrlinge und Meister, die im Geheim daran arbeiten, das Wissen, das in der Akademie entsteht, für ihre Zwecke zu missbrauchen. Diese Menschen spinnen Komplotte, spionieren andere aus, greifen an, zerstören, und natürlich lügen sie auch. Im Grunde nichts Neues. Aber erstaunlich und lehrreich ist, wie dies im Buch dargestellt wird. Ein Beispiel davon: An einer Stelle geht es darum, dass die Mutter eines Lehrlings, die sich mit denjenigen zusammengetan hat, die Schätze aus der Akademie schmuggeln, um selbst an diesen Schätzen Geld zu verdienen, dass diese Mutter vom Direktor der Akademie verdächtigt wird. Ihr Sohn Rufus ist hingegen der Akademie zutiefst treu und verbunden, kann aber in dieser Situation wenig tun: Seinen Verdacht, dass ein anderer Lehrling, das Mädchen mit dem Schlangenkleid, dahintersteckt, kann er nicht beweisen. Und das Mädchen mit dem Schlangenkleid ist eine Meisterin im Lügen. So erwidert sie auf seine Anschuldigungen:

„Alles klar? Können wir endlich weiter machen?“

„Nein, Coralia“, sagte Rufus. „Nicht bevor ich nicht weiß, wie es kommt, dass meine Mutter auf einer Auktion Bücher aus der Bibliothek der Akademie verkauft. Und woher sie offenbar gewusst hat, dass sich im Buchdeckel einer Inkunabel ein Fluchtbericht befand!“

Coralia lächelte gelassen.

„Das kann ich dir nicht beantworten, Rufus, Geselle, Frischling!“ Sie verzog den Mund. „Aber vielleicht weißt du es ja selbst am besten? Sie hat also Bücher aus der Bibliothek verkauft! Wie aufschlussreich, das zu erfahren. Schade, dass wir gerade keine Zeit haben, in die Mensa zu gehen, das würde alle anderen in diesen seltsamen Tagen bestimmt auch brennend interessieren. Nun, denke ich, sie wird es für dich tun, Rufus. Weil sie nicht will, dass du weiter so arm und kümmerlich aufwächst, wie du es offenbar bisher getan hast. Und ich vermute sehr stark, du wirst ihr irgendetwas verraten haben, was sie auf die richtige Spur gebracht hat. Vielleicht hat sie ja auch ein bisschen die Flutgabe [die Gabe, historische Fluten hervorzurufen, um die es in der Akademie geht, MGT] und ist der Akademie auf die Schliche gekommen, als sie beim Flutmarkt war? Oder deine Frischlingsfreunde haben sich verplappert? Vielleicht steht deine Mutter sogar hinter den Anschlägen?“

Coralia schürzte die Lippen und stieß einen zischenden Laut aus. „Ich jedenfalls werde die Akademie verteidigen bis zum letzten Atemzug. Ich lasse sie mir nicht von ein paar naiven Frischlingen mit ein bisschen Anfängerglück kaputt machen und wegnehmen. Ist das klar?!“

Mit feurigem Blick sah Coralia in die Runde.

Rufus schwieg entsetzt. Er hatte gedacht, dass er Coralia stellen könnte. Aber sie hatte seine Anschuldigung so leicht pariert wie einen Angriff mit einem Spielzeugschwert. (Akademie der Abenteuer. Das Erbe des Rings. Graphiti Verlag, S. 187)

Als ich die Antwort von Coralia, dem Mädchen mit dem Schlangenkleid, gelesen habe, habe ich gedacht: Wie geschickt! Sie dreht das Ganze um und droht sogar dem Unschuldigen, ihn vor der gesamten Akademie anzuschwärzen! Warum kann ich das nicht? In manchen Situationen, wäre es ganz günstig, so was zu können. (Und leider kenne ich einige Menschen, die es können und tun). Das Buch in der Hand, habe ich die Sätze noch einmal gelesen und darüber nachgedacht. Und plötzlich wurde es mir klar, warum ich das nicht kann: Ich will es nicht. Ich will es auch nicht lernen. Ich will denjenigen, die so eine Situation für sich umdrehen, die für ihre Zwecke lügen, nicht mit denselben Waffen, nicht mit denselben Lügen begegnen.

Und ich war froh, dass ich es nicht kann.

Macht und Methode

Einige ehemalige Meister, macht- und geldgierig, finden, dass die Kräfte der Akademie, ihr „Potential“ würde man heute sagen, verschwendet sind, wenn sie nur dazu genutzt werden, Wissen zu erlangen und dieses Wissen in die Welt zu setzen. Sie greifen die Akademie aus dem Verborgenen an, und wenn der günstige Moment gekommen ist, übernehmen sie die Macht, die Leitung der Akademie. So soll die Akademie von einer Einrichtung, die dem Wissen verpflichtet ist, zu einem „mächtige[n] Unternehmen mit Erfolgsquoten“ werden. So spricht einer von ihnen, Meister Malenhagen:

„[…] die altmodischen Methoden der bisherigen Führer der Akademie haben zu großer Schwäche geführt und die Akademie in große Gefahr gebracht. […] Aber zum Glück für alle hier Versammelten ist es meiner Frau und mir gelungen, diesen Angriffen auf die Spur zu kommen und sie zu beenden. Wir sind selbst Antikenhändler und so haben wir es geschafft, die Gegner der Akademie unschädlich zu machen. Um das Netz unserer Gegner aber nicht sich selbst zu überlassen und es so auf kurz oder lang wieder zu Macht kommen zu lassen, haben wir uns dazu entschlossen, es zu übernehmen. Wir selbst werden ab heute den Markt der Antikenhändler beherrschen. Wir werden dafür sorgen, dass andere die Akademie nie mehr angreifen können. Wir sind von nun an die Herren der Geschichte!“ (Akademie der Abenteuer. Das Erbe des Rings. Graphiti Verlag, S. 201-202)

Sind es nicht Worte, die wir auch heute hören?

Geschickt und einfach. Kein Kommentar nötig. Aber Direktor Saurini, der gute Direktor der Akademie, erwidert:

„Die Worte, die ihr eben aus dem Mund von Meister Malenhagen gehört habt – ja, er ist ein Meister der Akademie, auch wenn es mir selbst schwer fällt, das zu glauben – sind vielleicht in manchen Dingen wahr. Er sagt, dass die Akademie angegriffen wurde. Das stimmt. Aber er sagt nicht, ob er auch weiß, woher diese Angriffe ausgingen. Er sagt, er habe diese Angriffe ausschalten können. Nichts aber lässt sich leichter ausschalten als das, was man möglicherweise selbst initiiert hat.“ (Akademie der Abenteuer. Das Erbe des Rings. Graphiti Verlag, S. 201-202)

Food for thought. Stoff zum Nachdenken.

IMG_5951Die Akademie der Abenteuer (Foto: Giovanna T.)

A suivre – Fortsetzung folgt – continua…

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Ancora amore

“La vera amicizia resiste al tempo, alla distanza e al silenzio” (Isabel Allende). Queste parole, inviate a me e ad altre due amiche da un’altra, immancabile amica, valgono anche per l’amore. Sì, perché l’amore ha qualcosa in comune con l’amicizia, come rivela la loro comune radice “am-“. Se spesso nella vita di tutti i giorni li separiamo, è forse perché siamo condizionati dalle rappresentazioni che dell’amore danno la letteratura, la musica, il cinema, la pubblicità: sublimate, trasfigurate, romanticizzate, ridotte a schemi predefiniti, steoreotipate. Fuorvianti.

La stessa amica che ci ha mandato le parole di cui sopra usa ripetere che l’amore non esiste, è solo questione di ormoni. Non nego che gli ormoni contino, nel trascinarci in un’avventura, anche nell’avventura dell’amore. In fondo, siamo anche noi soggetti alle leggi della natura, anche se abbiamo imparato ad elevarci al di sopra. Siamo animali, ma non animaleschi, animali nel senso etimologico di “dotati di anima”. Ricordate lo straziante incontro tra Dante e Francesca, nel quinto canto dell’Inferno? (“O animal grazioso e benigno, che visitando vai per l’aere perso…”).

Quindi, anche l’ormone conta. Ma contano anche le parole. Quelle che pronunciamo e quelle che non pronunciamo. Conta il cuore, conta il coraggio. Il coraggio di guardarsi dentro, il coraggio di guardare in faccia l’altro, il coraggio di scavare dietro le apparenze, di condividere dubbi e incertezze, di farsi domande e interrogarsi sulle risposte.

Amare in una lingua straniera, dice Jeanne Balibar, un’attrice francese, intervistata da Anne Diaktine per Libé, significa non essere mai del tutto sicuri di quello che l’altro ci dice, ci costringe sempre a interrogarci sul senso, sulle sfumature, sugli angoli oscuri alla nostra comprensione. È più vero e vitale di quando ci si ama nella propria lingua. Perché ne scaturiscono incertezza e desiderio di capire, gli stessi che ci dovrebbero governare anche quando ci si ama e ci si parla nella stessa lingua. Conosciamo davvero il senso delle parole che l’altro ci dice ? Il vissuto che ci sta dietro ? Unico e irripetibile, spesso irraggiungibile – ecco la fonte di tanti malintesi nella conversazione amorosa.

Stamane, appena uscita di casa, ferma a un semaforo mi sono trovata vicino a una famiglia di francesi, marito, moglie e tre figli. Lui, incollerito e duro, continuava a ripetere a lei seccamente: “Estelle, tu rentres à l’hotel! Estelle, tu rentres à l’hotel!” Un ordine, una minaccia di separazione, terribile per tutti quanti, pensando alla giornata di vacanza in visita alla città davanti a loro. I figli lo guardavano ammutoliti. E lei, timidamente ripeteva: “J’essaie de te parler, j’essaie de te parler” (sto cercando di parlarti…).

È questo che non dobbiamo mai smettere di fare, quando amiamo: parlarsi. Nell’amore, nell’amicizia, nella vita in generale: parlarsi. Con le parole, con i gesti, con il cuore. Parlarsi.

Lo auguro a tutti noi, che amiamo, che abbiamo amato e che ameremo. Ancora.

ilbacio-klimtGustav Klimt, Il bacio, 1907-1908, particolare

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Memorabilia 2

Questione d’abitudini

Siamo un gruppo affiatato, la Vale, Boris ed io, e, grazie, all’esperienza del viaggio negli USA, due anni, fa, oltre che a un’amicizia ormai millenaria, sappiamo come prenderci, nei momenti di buona e nei momenti più critici.

Momenti critici sono quelli dei pasti, perché, come dice la Vale, abbiamo abitudini alimentari quanto meno divergenti. La Vale, appena si alza, deve far colazione, in casa. Boris ed io possiamo aspettare ore; io, in particolare, vorrei fare colazione al bar, e la ricerca del bar può andare per le lunghe. La Vale mangia ad orari regolari pasti regolari. Leggi: al ristorante. Boris e io invece, mangiamo a orari irregolari, in piedi o camminando, quelli che la Vale chiama “cazzabuboletti”, un panino, una quiche (io), una carotina (Boris) o altra verdura, acquistati preferibilmente in bancarelle o negozietti strani (ricordo ancora quell’ottimo pesce fritto tailandese mangiato nella meravigliosa atmosfera del Mindil Beach Sunset Market di Darwin la sera del nostro arrivo. Mhm!) Quando si fa una cert’ora, quindi, bisogna mettersi alla ricerca di un ristorante per il verso per la Vale. Più la ricerca è lunga, più la Vale, affamata, s’inscurisce. Boris, nel frattempo, si dedica alle sue attività preferite, foto urbane e shopping; io, a volte mi accodo alla Vale, a volte a Boris.

Quando poi la giornata volge al termine, la situazione si può fare tesa, perché, come la Vale stessa riconosce, “se non mangio una bistecca m’incazzo”. Ricordo in particolare la sera del nostro arrivo a Cairns, quando, dopo esserci sistemati in appartamento, siamo usciti alle nove e mezzo passate e non siamo riusciti a trovare un ristorante aperto. Non solo, al supermercato (quello sì, aperto) dove abbiamo potuto fare la spesa ed assicurarci qualche Ceasar salad o Greek salad, insieme ad altri “cazzabuboletti” vari, vedi le mie adorate barrette di cereali che la Vale invece non sopporta, al supermercato, dicevo, non c’era verso di trovare una bottiglia di vino. Anche in Australia, come negli Stati Uniti, la vendita degli alcolici si fa a parte. Immaginatevi il tenore della serata: senza bistecca, senza vino!

Per fortuna la sera dopo, rientrando dalla nostra passeggiata al giardino botanico, Boris e io abbiamo scoperto una “sticaus” (steak house) proprio vicino a casa. Con licenza di servire alcolici. E wifi. E così, tutte le restanti serate a Cairns erano assicurate.

In vino levitas

Un’abitudine che invece accomuna Boris e la Vale, è quella di concludere la giornata con qualche bicchiere di vino. Rigorosamente bianco la Vale (che però, a mali estremi, accetta anche di bere il rosso, per esempio una sera a Darwin a una Noodle house e anche, sempre a Darwin, al Nirvana); sempre rosso Boris. Io mi accodo a Boris, preferisco il rosso.

Dopo le ricognizioni necessarie a identificare i negozi di alcolici più vicini a casa (Liquorland in Brunswick Street a Brisbane, o nello stradone dietro casa a Cairns, o dietro l’angolo di Harriet Place a Darwin, e , come ricorderete, l’Outback Pioneer Hotel all’Ayers Rock Resort), Boris e la Vale – o più spesso la Vale – si organizzano per fare provviste. “Per i tempi di magra”.

Così le serate, anche se passate in casa, se debitamente innaffiate, sono un successo garantito. Ciascuno chino sul proprio pc o tablet, tra un segnale di fumo alla famiglia e un blog, tra una mail e un capitolo di un libro (sì, Boris ogni tanto, di nascosto, lavorava, il fedifrago, facendomi subito prendere dai sensi di colpa, “Cosa fai, lavori?”) si faceva strada una battuta, poi un’altra, una risata, poi un’altra, un commento, poi un altro e si finiva per suggellare la giornata in scioltezza. O almeno, sciolti loro, io un po’ meno, visto che, mentre loro il vino li rende leggeri, me, mi appesantisce un po’. Così finiva che io ero quella che cedeva per prima (il che non è una novità), e caracollavo verso il letto, lasciando loro due a trafficare, scrivere, parlare, bere, ridere, confabulare… E mentre io mi adagiavo tra le braccia di Morfeo, loro, si libravano leggeri sostenuti da Dioniso e dal suo corteo. Anche qui, insomma, c’era qualche saliscendi

 Cammin facendo

Dove andiamo andiamo, Boris e la Vale si comprano delle scarpe. Negli Stati Uniti Timberland, stivali di cuoio da cow boy e mocassini; in Australia le UGG multicolori, foderate di pelo, che li hanno salvati nelle fredde mattine e serate a Brisbane. Questa volta anch’io ero alla ricerca di scarpe, le Blundstone, che dopo averle inseguite per anni, ho finalmente acquistato a Brisbane in un negozio di articoli da campeggio. E, come vuole il caso, appena rientrata a Berlino, alla festa della Düsseldorfer Strasse, scopro che mentre noi eravamo in Australia, a due passi da casa ha aperto proprio un negozio della Blundstone…

Le scarpe, si sa, servono per camminare. La Vale, in questa vacanza, ne ha usate parecchie. Infatti, mentre io ero al convegno, a Brisbane (nel programma avevo scritto proprio così: dal 10 al 15 agosto la Giovi è al convegno, Boris e la Vale si arrangiano), Boris ha fatto fare alla Vale quello che non voleva: camminare. Fin dal primo giorno, con le sue scarpe da ginnastica comprate a Forlì per il viaggio, la Vale si era procurata le prime vesciche scarpinando dietro a Boris in direzione del ponte, del museo d’arte moderna, di Kangooroo Point, della South Bank, del museo degli opali… “Sono solo due chilometri da qui al museo degli opali…” “Sì, due chilometri… australiani!”. E, cammina cammina, guardandosi ogni tanto alle spalle per vedere se arriva l’autobus, ancora un semaforo, poi un altro semaforo: “È dopo questo semaforo!”, dice Boris. Finché, all’ennesimo semaforo, si trovano davanti a un cartello che indica la Golden Coast. “E noi eravamo a piedi!”, precisa la Vale, che alla Golden Coast ci aveva fatto un pensierino, con altri mezzi di locomozione, però.

Insomma, consumata da queste scarpinate, la Vale ne ha dovuto comprare un altro paio, di scarpe, le pedule, perché le sue le aveva lasciate a Forlì “per non appesantire il bagaglio”. Con il risultato che, sempre per non appesantire il bagaglio, di scarpe la Vale ne ha lasciate anche in Australia: le scarpe da ginnastica nuove, nel cottage a New Farm, Brisbane, e i sandali Birkenstock, consumati fino all’osso. Per fortuna che in ufficio ci va in bicicletta.

Io invece, nell’autunno berlinese, il primo paio di Blundstone me lo sto godendo da matti. Il secondo ancora no – perché sì, ne ho un secondo paio, coll’elastico rosso, regalatomi da Boris il giorno stesso del rientro, nel negozio della Düsseldorfer Strasse, perché, come ha detto “Il viaggio non è ancora finito…”.

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(foto di Boris P., Giovanna T. e Valeria V.)

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