Let love be

Qualche giorno fa, da Tanja, è emerso il tema dell’amore. Come sempre, Tanja mi vede dentro, già da tempo è un tema che agito nella mente, a volte affiora in superficie, più spesso si disperde tra le onde, mischiandosi agli abitanti dei miei abissi. E già da tempo sento il desiderio si scriverne, non un’urgenza, piuttosto l’eco di un desiderio, che finisce per lasciare il posto alla pigrizia e forse, freudianamente, alla Verleugnung.

Ed ora, eccomi qua, con qualche pensiero sbrindellato e la voglia di cucirli insieme.

Qualche mese fa, durante una passeggiata domenicale, B. ed io siamo stati intervistati da un’emittente televisiva che faceva un’inchiesta su “A cosa credono i tedeschi?” (anche se tedesca non sono, non andiamo tanto per il sottile). Quando mi sono trovata nella cabina di ripresa, ancora più piccola di quelle macchinette per fare le fotografie, con il riflettore sparato in faccia, alla domanda del giornalista “A cosa crede?” ho risposto “An die Liebe”, “All’amore”. Non solo ci credo, lo perseguo, moto dell’anima, in tutte le sue forme: l’amore per i miei famigliari, vicini e lontani, i miei fratelli, i miei nipoti, tutti i miei nipoti, i miei cugini, l’amore per B., naturalmente, l’amore per gli amici e le amiche, l’amore per le persone incontrate per strada. Da quando sono giovane mi capita di essere travolta da un’ondata di compassione, nel senso etimologico della parola, di profonda empatia, di amore, per una persona incrociata in treno, per un senzatetto seduto all’angolo di una strada, per un perfetto sconosciuto: a volte è un gesto, uno sguardo, un dettaglio, le mani incrociate in grembo, una busta di carta con un pezzo di pane estratta da una borsa, una manica sfilacciata, una scarpa slacciata. Improvvisamente mi ritrovo catapultata dentro l’altro, sopraffatta dalla sua umanità. Sono attimi estremamente intensi.

L’amore per la famiglia, gli amici, ha altri tratti, si snoda nel tempo, scorre e si evolve, un corso d’acqua, un lago, un mare. E quest’amore, ho bisogno di esprimerlo, a volte anche in modo rumoroso, impetuoso sempre. Ne sanno qualcosa i miei nipoti. Così quando l’altro giorno raccontavo a Tanja della videochiamata alla piccola Teresa nel giorno del suo compleanno, lei mi faceva notare il calore, l’entusiasmo, l’eccitazione quasi nella mia voce, nel descrivere i dettagli, l’espressione del suo viso, il tono della voce, le intromissioni di Giacomo (“Mi dona? Eh, mi dona?”) e di Michele. Mentre ne scrivo mi sorride il cuore.

Sull’amore m’interrogo anche. Su tutti questi incontri che suscitano amore. Un’ipotesi che mi affascina è quella delle anime compagne. Non le anime gemelle, le anime compagne. In qualche modo credo che le persone che fanno parte della mia vita siano anime già conosciute, in altre vite, in altri mondi, e che siamo insieme per scelta, per un percorso preciso. E mi chiedo perché, cosa posso imparare dal loro incontro, cosa m’insegnano, qual è il pezzo di cammino che condividiamo. Un’amica anni fa ha scritto un libro, una storia delicata che con un po’ di fantasia, ma forse anche con visionarietà, raccontava l’amicizia tra due bambine, una fuga, e il loro ritrovarsi in un’altra vita.

L’amore non ha confini, letteralmente. Si stende, come un manto, attraverso il tempo e supera il passaggio della morte. Lo sento, e non sono la sola.

L’amore è l’acqua che muove il mulino della vita.

L’amore degli altri, l’amore di sé: ama il prossimo tuo come te stesso. L’amore cristiano, l’amore delle filosofie orientali. In questi giorni ho riaperto quel bellissimo libro che è “Light on Yoga”, di B.K.S. Iyengar. Nella descrizione delle otto parti dello yoga (the eight limbs of Yoga), parlando della Ahimsa, la non-violenza, mi sono soffermata su queste parole: “Secondo il credo dello Yogi ogni creatura ha lo stesso diritto a vivere che ha lui. Lo Yogi crede che è nato per aiutare gli altri e guarda il creato con gli occhi dell’amore.”

In una delle meditazioni proposte recentemente da Deepak Chopra, il mantra affidatoci, “Yam” veniva così tradotto: “My love flows without restriction.”

(https://www.pikrepo.com/fiypx/silhouette-of-birds-flying-above-body-of-water-during-golden-hour)

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Navigare a vista

Ancora una volta navigo a vista. In balia delle onde. Paure, desideri, nostalgie, incertezze, nubi scure che mi avvolgono, mi travolgono. Domande senza risposta. Tremori, terremoti. Maremoti. Nascono dall’interno. Le circostanze esterne sono solo elementi scatenanti. Si alternano ad entusiasmi inaspettati, ed altrettanto incontrollati. La piena dei sentimenti, come la chiamava Josephine March in uno dei libri amati nella mia fanciullezza. Quando l’onda arriva, mi ci abbandono. Poi se ne va. Finché non ne torna un’altra. Spinta sott’acqua, trattengo il respiro, faccio capriole involontarie e se riesco ad essere presente colgo con la coda dell’occhio una formazione di coralli, anemoni di mare, il movimento di un branco di pesci multicolori, spiragli di speranza.

Navigo a vista. Mi perdo nel quotidiano, non seguo alcuna rotta. Di nuovo in alto mare.

A salvarmi dal naufragio, squarci di gratitudine. Il palpitare di stelle lontane, polvere d’amore.

Gli strumenti di bordo?

Il mio telefono, bussola impazzita, emette segnali intermittenti, cifrati. Intesse lievi reti, disegna fragili frattali, cangianti come i frammenti di un caleidoscopio.

I rapporti virtuali scavalcano fusi orari, attraversano continenti, sedimentando nostalgia. Le parole di un amico ieri, incrociate su Facebook – l’algoritmo che ci controlla – mi trafiggono con la loro bellezza, ma permettono solo un abbraccio virtuale, ombra della realtà.

Voci reali, di famigliari e amiche, presenti e lontane, mi raggiungono: le replico, le riproduco, finché l’eco a poco a poco si smarrisce.

Incontri di anime compagne chiedono che li onori: alcuni rari e inaspettati, un improvviso rivelarsi, occhi negli occhi, di antiche affinità; altri divenuti consuetudine, fonte di gratitudine. Cosa farei senza di loro?

Lo yoga: Stefanie col suo accento del sud della Germania mi guida verso la presenza, verso il qui e l’ora, la scoperta, l’unione dei diversi strati dell’esistenza.

Tanja, nelle ore del mattino, m’invita a liberarmi da scorze inutili, a guardare l’invisibile.

Le rare meditazioni, in questi giorni un nuovo assaggio di percorso con Deepak Chopra, Journey to Perfect Health, mi ricordano che sono una scintilla di qualcosa di più grande di me. Che basta affidarsi.

La rotta non è sempre chiara. Ondate di nostalgia, di desideri, cumuli di perché. Sogni e ancora sogni. Mi aggrappo a qualche talismano, a un amuleto, come la Dora Markus di Montale – silenziosa e inquieta, uccello di passo:  

“è una tempesta anche la tua dolcezza, / turbina e non appare.”  (Montale, Le occasioni)

Ondate di nostalgia, di desideri, cumuli di perché. Sogni e ancora sogni. Mi lascerò portare.

 Mare aperto, Jules Dupré, 1868

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Temporali tropicali

Qualche giorno fa, a colazione con Carla da Caino, mi sono fatta riraccontare l’episodio del temporale tropicale. Rieccolo – per chi non lo sa (“Io non la so!”, come si usa dire tra noi con gli amici di sempre per farsi riraccontare una delle tante storie intessute nella nostra memoria collettiva…)

Di tappa a Miami nel loro viaggio verso il Messico, appena arrivata in albergo – un edificio gigantesco a pochi metri dall’oceano – Carla si precipita in spiaggia. Promette a Piero, suo marito, di aspettarlo per fare il bagno, ma non resiste, e va subito a mollo. Dal mare tiene d’occhio la spiaggia, per poter vedere Piero al suo arrivo e fargli segno. Quand’ecco che Piero arriva e contemporaneamente dietro l’albergo si profila un addensarsi di nubi nere nel cielo, e Carla, con l’eccitazione di una bambina, grida: “Guarda Piero, un temporale tropicale!”

Piero fa appena in tempo a voltarsi e in men che non si dica la temperatura scende di venti gradi, un fuggi fuggi dalla spiaggia verso l’albergo: pioggia, grandine e neve si abbattono sul paese, le iguane vanno in catalessi e cadono dagli alberi. Carla e Piero sono costretti a trascorrere tutto il loro soggiorno a Miami infreddoliti in albergo.

Altro che temporale tropicale! Mentre torno a casa, quel giorno e nei giorni seguenti al nostro incontro, l’episodio mi torna sempre in mente, mi accompagna, quasi una cifra di lettura…

“Temporali tropicali” come quello sono abbagli, eventi inattesi, improvvisi, fraintesi, di cui mal misuriamo l’intensità, la portata, le conseguenze. Tanti temporali tropicali hanno punteggiato queste ultime settimane. Il diluvio e il cielo imbiancato dai fulmini mentre da Tolmezzo scendevamo verso Trieste, sotto un’acqua torrenziale, e B., magico driver, immerso in un universo parallelo, ci conduceva sani e salvi a destinazione. E i giorni seguenti a Trieste, a Duino, mulinelli neri nel cielo che portavano scrosci interminabili e grandine, tuoni fragorosi e fulmini come non ne avevamo mai visti. Inquietanti, unheimlich, perché diversi da tutto, invertono le regole, non salgono dal basso come le trombe d’aria, ma scendono dall’altro e precipitano, si abbattono con violenza, sradicano alberi, distruggono, sconvolgono il nostro ordine, il mondo che ci siamo costruito. Mettono a nudo la nostra avventatezza, la nostra hybris nei confronti della natura che ci ospita.

“Temporali tropicali” anche dentro di me. Incontri inattesi, improvvisi, che lasciano un segno, che portano nuvole e scrosci d’acqua, onde alte che travolgono. Ed eccomi sbalzata fuori bordo, “ubriacata dalla voce” che esce dalle bocche dell’”antico”, il desiderio di abbandonarmi alla corrente. “Temporali tropicali” persistenti, perturbazioni nel cuore, così diviso e sopraffatto dal sovrapporsi e dallo staccarsi dei due mondi, dei tanti mondi dentro di me: volti amici, amati, voci che mi avvolgono, figure che mi chiamano, tra qui e là, in un girotondo felliniano.

Nostalgie del vissuto e del non vissuto, di chi ho incontrato in questi ultimi giorni e di chi non ho incontrato. Anche un messaggio whatsapp, una foto, può scatenare un diluvio di emozioni. I miei spiriti guida in continua trasformazione, come quelli dei bambini nella His dark materials trilogy di Philip Pullman: a volta a volta gatto, scimmia dorata, orsacchiotto, uccello di salina. Sono l’onda e il nuotatore, la fragile foglia e la radice, la zolla di terra e la zappa che la rovescia, il corso d’acqua e il deserto… Sono tutti loro, gli amici, la famiglia, gli amori, i dispiaceri, le nostalgie, le affinità intellettuali, i progetti, i libri scritti e quelli a venire, le parole non dette e quelle già dimenticate. Sono tutti voi e voi siete me…

“Temporali tropicali” sul mare. Basta un niente a scatenarli. La Vale mi racconta della traversata Corfù-Rimini appena conclusa: la barca che prende il vento come niente, burrasche e incidenti di percorso che avrebbero potuto lasciarli a piedi… Ma c’era Toto, “in barca si trasforma”, dice la Vale. Appena salito studia i venti, calcola le rotte, decide, parte in piena notte per una navigazione a venticinque nodi per quindici ore filate, di notte dorme appena, pronto a salpare appena si alza il vento. E consapevole, sicuro, attraversa i “temporali tropicali”, lasciandoseli alle spalle. Vorrei essere come lui? Calcolare non è il mio forte. Mi vedo più come l’Arsenio montaliano, pronta a seguire “il segno d’un’altra orbita”, “una tromba di piombo, alta sui gorghi / più d’essi vagabonda”…

È la voce cristallina della Carla a riportarmi sulla terra: “Guarda, Piero, un temporale tropicale!”

Il mare di Trieste (foto di Boris P.)

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G alla terza

Sono sempre stata attratta dalle famiglie dei parenti che gravitavano intorno alla nostra: certo dai miei zii, la Piccia e Giancarlo, i più vicini, di fatto parte del nucleo familiare, con cui i legami sono stretti, e da persone più lontane fisicamente, la zia Irma, sorella di mia nonna, e i cugini di Trieste, o addirittura scomparse, la bisnonna, zii e nonni conosciuti solo per nome. Fin da piccola trascorrevo interi pomeriggi a casa della nonna, poi degli zii, non appena in grado di farlo da sola passavo settimane a Trieste nell’indimenticabile villa della zia Irma in Scala Santa.

La famiglia di mia madre essendo più numerosa di quella di mio padre, e forse più loquace, è da lì che viene il maggior numero di storie, di volti, di nomi.

Nelle ultime settimane si era stabilito un contatto con un cugino mai più incontrato da quando eravamo tanto piccoli da non ricordarci. Un avvicinamento graduale, una certa curiosità, qualche commento a post reciproci, qualche “mi piace”. E così è stato che, più per caso, ma non per caso, anzi con leggerezza, ci siamo incontrati. Non solo noi, ma le tre GGG: l’Anna, la Piccia e la Lella. Si erano annunciati insieme, infatti, lui e la “zia Lella”. La zia Lella, una presenza già famigliare, con i suoi occhi azzurri, lo sguardo vivace e il sorriso dolce. La zia Lella, che come ho appreso solo ieri, da piccola veniva chiamata in vari modi, tra cui “Sta’ un po’ zitta!”. La zia Lella, le cui visite alla nonna Vanda – per lei “la zia Vanda” – erano sempre occasione di gioia e di conversazioni animate.

Riconoscerla è stato un attimo. Siamo scese insieme ad incontrarla, la Piccia ed io. È bastata un’occhiata per ritrovare la fisionomia nota, la stessa di mia madre e mia zia, somiglianze di famiglia di cugine-sorelle: occhi chiari, volto affilato, quel profilo particolare, e il sorriso…

A sorriso si è aggiunto sorriso, quello di lui, il cugino mai più incontrato. È bastato un attimo. La sintonia è riesplosa immediata: mischiato a ricostruzioni genealogiche a beneficio di noi “giovani” – il chi è chi dei nonni, dei bisnonni, dei fratelli, dei figli, degli zii e delle zie – è tutto uno zampillare di ricordi, affettuosi epiteti, marachelle, punizioni impietose della nonna Adele, un’estate passata a casa della zia Vanda a ripassare latino con l’Anna… Si confondono le città e gli anni: era all’asilo o forse più tardi che uno dei due cugini difese l’altro, suo coetaneo, e scappò insieme a lui, trovando la via di casa attraverso tutta la città?

Cugini-fratelli, tra loro, come mio zio mi ripete ogni volta che lo vedo, rievocando Giorgio, la cui tragica fine ancora lo segna. Ci segna.

Tra ricordi ricostruiti insieme e segreti rivelati, le somiglianze di famiglia riemergono presto, e il denominatore comune si riafferma indiscusso: la “pazzia”. Una ”pazzia” buona, nel nostro lessico famigliare “pazzo” è da sempre un complimento, l’unico mai rivoltomi da mio zio, e poi mi ricordo che l’Olga mi chiamava “la pazza simpatica”, anzi venendo in casa soleva ripetere che l’unico sano di mente, a parte la Vanda, era il gatto. È la pazzia di chi dà in escandescenze, della nonna Adele che puniva i nipoti con una ventola, o tirando loro le bocce, ma anche la pazzia che la rendeva capace, ancora bambina, di guidare il carro pronta ad affrontare i briganti con uno schioppo tra le mani. La pazzia che la rese capace di occuparsi dei suoi nipoti, rimasti orfani, alcuni di padre, altri di madre. La pazzia che la condusse a mettersi in viaggio per riconoscere e recuperare il corpo di uno di loro…

Una pazzia, insomma, trasmessa da generazioni, che si esprime sì in vizi – o vezzi – ma anche in creatività, in pensiero laterale. Una pazzia che è saggezza di vita, che permette di viverne le contraddizioni, di accettarle, e di trasformarle in esperienza, di far coesistere la risata e lo sguardo serio all’essenziale.

Intorno al tavolo, questo pomeriggio, è tutto un darsi del pazzo, della pazza, un farsi complimenti.

E mentre il mio cugino ritrovato racconta alle zie di un ritratto nascosto dietro uno specchio di casa, uno specchio grande così, e la Lella mi parla del principio dell’omeostasi, dell’evoluzione di batteri che hanno saputo scegliere la collaborazione e la coesistenza, di ecosistemi che noi non solo abbiamo accolto nel nostro corpo, ma che ci permettono di provare emozioni e di ragionare, di prendere decisioni e di evolvere, nel nostro stare insieme di questo pomeriggio, nei volti, nelle risate, negli scherzi, nel pensiero rivolto a ci ha portato insieme, a chi ci ha messo sulla strada, nuovi frattali famigliari prendono forma: legami intellettuali, sentimenti, e progetti: “L’ordine strano delle cose”.

(Foto: Giovanna T.)

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Fuori dal labirinto

Una delle domande che da tempo agito nella mente è come comportarmi, come comunicare con qualcuno che mente. Di più, con qualcuno che mente, e che ha come unica misura sé stesso e l’affermazione della propria persona, della propria influenza, del proprio potere sugli altri.

A guardarmi intorno, vedo sempre con maggiore chiarezza esempi di questo tipo. Non c’è bisogno di menzionarli, a guardarvi intorno li vedrete anche voi. Determinati, senza scrupoli, senza altro scopo che giocare le proprie carte, secondo regole ogni volta diverse e mai condivise, per piegare gli altri al loro volere. Il commercio umano con persone di questo tipo è quasi impossibile. Pur sapendo che mentono, o forse, proprio perché so che mentono, mi ritrovo disarmata nella comunicazione. Di fronte a loro la mia sincerità sbocca in un vicolo cieco. Se si trattasse di ricavarne una sola informazione, come nel paradosso del mentitore nella versione di Watzlawick, sarebbe più facile. In quel paradosso un viandante si trova a un bivio e non sa quale strada prendere per arrivare alla sua meta. Al bivio ci sono due persone, un bugiardo e una persona sincera, e il viandante ha una sola domanda a disposizione. La realtà è molto più complessa, e individuare quali possibili realtà si celino dietro certe menzogne, quali intenzioni, quali motivi, quali piani vengano perseguiti è arduo. È come andare a tentoni in un labirinto. Trovare la via d’uscita è spesso più un caso che altro.

Se queste personalità siano intrinseche alla natura umana o un prodotto dello Zeitgeist non saprei dirlo. Certo è che la loro esistenza, il loro modo di fare, si sono andati affermando anche nella coscienza collettiva, tanto che oggi sono entrati nell’uso comune termini come “contrevérité”, e certi politici parlano spudoratamente di “alternative facts”.

Lungi da qualsiasi ingenuità intellettuale che creda nell’esistenza di una sola verità, ho assimilato lezioni della filosofia e della letteratura, il pirandelliano “così  è se vi pare”, il relativismo wittgensteniano delle Philosophische Untersuchungen, ma continuo a non arrendermi alla convinzione che “là fuori” esista una realtà, almeno percepita, e che una fedeltà di fondo alla propria percezione – appercezione – della realtà sia uno dei fondamenti della propria onestà intellettuale e morale.

In altre parole, se so che sta piovendo e dico a qualcuno che sta uscendo: “Guarda che non piove, non prendere l’ombrello!” mento. E se mento, mento per uno scopo che raramente è giustificabile moralmente. E se a una frase innocua come questa ne sostituiamo un’altra, le conseguenze possono essere molto più consistenti che quelle di far prendere a qualcuno una bella bagnata e forse un raffreddore.

E non ci può essere dibattito, comunicazione, né tantomeno azione comune con chi un momento dice “A, facciamo A perché A”, e pochi minuti dopo “Non ho mai detto A, ho detto B”, oppure “Non ho detto che lo facevo io, A, era compito tuo.”

Certo, a guardarci bene, il mentire ha tanti volti, tante sfumature: c’è il mentire scientemente, come negli esempi sopra, l’ingannare, l’illudere, il nascondere una parte della verità, il depistare, il mentire ipocrita, o il millantare. Secondo gli specialisti di letteratura anche l’ironia rientra nelle categorie del dire il contrario di quello che si pensa. Nella comunicazione interpersonale, tuttavia, in genere l’ironia ha un’altra funzione rispetto alla menzogna vera e propria. È più facile rispondere all’ironia con altra ironia, ma come reagire alla menzogna senza cadere nella trappola?

Per cercare di uscire da questo labirinto di specchi ho letto negli ultimi anni diversi libri. Tra gli altri, Emotions revealed (in italiano Te lo leggo in faccia), di Paul Ekman, su come riconoscere le tracce delle emozioni nelle espressioni e microespressioni del volto; Der Verhörspezialist (Lo specialista degli interrogatori), di Dieter Bindig, un commissario di polizia, su come porre domande per smascherare menzogne e scoprire la verità; Machtspiele. Die Kunst sich durchzusetzen (Giochi di potere. L’arte di affermarsi), su varie forme di argomentazione di fronte a tentativi di manipolazione; L’arte di ottenere ragione, di Schopenhauer, un manualetto delizioso con tanti stratagemmi per ottenere o anche farsi dare ragione; e ora, Petit traité de manipulation à l’usage des honnêtes gens (Piccolo trattato di manipolazione all’uso di persone oneste), di Robert-Vincent Joule et Jean-Léon Beauvois, su meccanismi psicologici di presa di decisione e tanti modi di manipolare le decisioni altrui. Qualcosa ho imparato, su come guardarmi dal credere acriticamente a quello che viene detto, su come rendermi conto se l’interlocutore mente, su come funzionano alcune forme di manipolazione, e su come guardarmene. Ma difendermene, reagire, senza cadere nella logica di chi mente, no.

Il giugno scorso Claire Kramsch, linguista franco-tedesca dell’università di Berkley, California, ha tenuto a Potsdam una bella lezione su “Language teaching in the age of Trump”. Nella sua analisi critica dell’evolversi dei meccanismi di comunicazione degli ultimi decenni, Kramsch nota che nel mondo di oggi, i principi griceani della comunicazione sono “roba da boyscout”, e la comunicazione si allontana da principi come verità referenziale, intenzioni dei parlanti, identità sociali, diritti di parola e principi morali, lasciando sempre più spazio a discorsi di potere (dal “power of discourse” si passa al “discourse of power”). Al suo centro sta la competenza simbolica, la capacità di usare la comunicazione ai fini dell’affermazione di potere, di superiorità. Tra i tanti esempi di usurpazione del potere attraverso la comunicazione, Kramsch ha analizzato la nota favola del lupo e dell’agnello: “La raison du plus fort est toujours la meilleure” paragonandola alle forme di comunicazione usate da Trump. Di fronte alle accuse del lupo, le repliche dell’agnello, ragionevoli e fondate sull’evidenza, non hanno altro effetto che inasprire il lupo e portarlo ad affermare la sua prevaricazione con argomentazioni sempre diverse: “Si ce n’est toi, c’est donc ton frère”, “C’est donc quelqu’un des tiens; car vous ne m’épargnez guère, vous, vos bergers, et vos chiens.”, per concludere con “On me l’a dit: il faut que je me venge !” prima di divorare l’innocente. A una domanda del pubblico su cosa avrebbe potuto fare l’agnello per salvarsi, Kramsch ha risposto: “Run for its life!” Il che non ci lascia molte alternative, no?

Un’alternativa è quella di esercitarci a riconoscere la competenza simbolica e il suo abuso, e di sottrarci a una comunicazione che, basata sui fatti e sui ragionamenti, non fa che rafforzarla. Un’alternativa è quella di essere vigili, di rifiutarci di nutrire i discorsi di potere e il potere stesso. Un’alternativa è quella di ricostruire una visione del mondo umana e umanistica, e non stancarsi di affermarla.

(foto: https://pixabay.com/it/illustrations/labirinto-puzzle-indovinello-quiz-1560761/)

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Perché Pooh?

Il fine settimana scorso siamo andati a Londra, al Victoria & Albert Museum, a visitare la mostra dedicata a Winnie-the-Pooh, l’Orso di Pochissimo Cervello.

Winnie-the-Pooh, in italiano Winnie Puh, l’ho conosciuto che ero ancora piccola. Avevano regalato a me e mia sorella, a ciascuna un libro, bello grande e illustrato. A me Bambi, a lei Winnie Puh l’orsetto. E, c’era d’aspettarselo, non so se per la mia gelosia congenita o per la forza della storia, io allo sfortunato Bambi a me assegnato preferivo di molto l’Orso d Pochissimo Cervello toccato a mia sorella.

Anche dopo l’infanzia le storie di Pooh, Christopher Robin, Piglet e i loro amici del Bosco dei Cento Acri mi sono rimaste nel cuore, e soprattutto Pooh, quell’orsetto che scendeva le scale a testa in giù, trascinato per una zampa da Christopher Robin, e alla fine della storia le risaliva al contrario, sbattendo la schiena di gradino in gradino.

Ero ormai adulta quando nella libreria Il Cenacolo, in via Giorgina Saffi a Forlì, allora vicino a casa, scoprii in uno scaffale il libro di Benjamin Hoff “Il Tao di Winnie Puh. La ‘Via’ rivelata da un orso di pochissimo cervello”. Anche quel libro lo lessi avidamente. Letto e riletto fino a pochi giorni fa, per prepararmi all’incontro con Pooh al Victoria & Albert Museum.

La visita alla mostra è stata stupefacente. Una mostra ben preparata, per grandi e piccini, con angoli ricostruiti del Bosco dei Cento Acri, la casa di Owl, di Gufo, il buco in cui Pooh era rimasto incastrato dopo la visita a Coniglio, Rabbit, il ponte per giocare a Poohstecco (Poohstick), e soprattutto, con una ricostruzione filologica della nascita di questo classico della letteratura, con le idee di A.A. Milne e i disegni originali di E.H. Shepard, con il loro carteggio e i loro incontri nella casa dei Milne nel Sussex, a studiare i luoghi originali delle avventure di Winnie-the-Pooh e dei suoi amici. Ne trovate un assaggio nelle foto.

Vicino al Victoria & Albert Museum, una decina d’anni fa o più, in una piccola libreria, B. mi aveva regalato una ristampa dell’originale, “Winnie-the-Pooh”, anche questa letta e riletta. Tra le innumerevoli calamite sul nostro frigo ce n’è una di Winnie-the-Pooh appeso al palloncino, anche questa comprata anni fa a Londra, in un negozietto del Covent Garden. A ogni mia chiavetta del computer è appeso un piccolo Winnie-the-Pooh, di quelli che si trovavano una volta nei distributori automatici, dove mettevi un euro, e veniva fuori una pallina con Pooh o uno dei suoi amici. Io naturalmente preferivo Pooh, in tutte le variazioni: Pooh con un vaso di miele, Pooh con salvagente pronto per la spiaggia, Pooh travestito da vaso di fiori, da Piglet, da Eeyoore.

Perché Pooh? Dove sta il fascino di quest’orso? Vi darò le mie ragioni.

Uno

Winnie-the-Pooh sa stupirsi. È lo stupore di chi s’interroga sulle cose, così ben rappresentato nei disegni di Shepard, Pooh che si gratta la testa di fronte al tappetino della vasca da bagno con “BATH” visto al contrario, o che si gratta il naso seduto su un tronco d’albero, o che, la zampa sotto il mento, si chiede insieme a Piglet di chi siano quelle orme sulla neve… Ma è anche uno che le cose le accetta così come sono. Leggendo il libro resto ogni volta affascinata dall’uso delle maiuscole, che dà onore alle cose, agli eventi, alle azioni. Le trasforma in epos.

“I have discovered that the bees are now definitely Suspicious.”, dice Pooh a Christopher Robin.

“Rabbit means Company […] and Company means Food and Listening-to-me-Humming and such like.”

“So they went on, feeling just a little anxious now, in case the three animals in front of them were of Hostile Intent.”

Due

Winnie-the-Pooh è un poeta. Se ne va nella foresta canterellando testi da lui composti, variamente poetici o senza senso. Mentre sale in alto appeso al palloncino blu, travestito da nuvola per ingannare le api dell’alveare, Pooh canta:

“How sweet to be a Cloud

Floating in the Blue!

Every little cloud

Always sings aloud.

How sweet to be a Cloud

Floating in the Blue!

It makes him very proud

To be a little cloud.”

A ben guardare, “Nel blu dipinto di blu” ante litteram.

Tre

Winnie-the-Pooh fa supposizioni improbabili che poi si rivelano essere esatte. Immagina il mondo dal suo punto di vista, e per assurdo poi ci prende. Come quando propone di buttare una pietra nel fiume per salvare Eeyoore, Isaia, che nel fiume era caduto e, trascinato dalla corrente e dalla sua inerzia, non riusciva a venirne fuori.

Quattro

Winnie-the-Pooh è modesto. Quando, inavvertitamente, durante la “Expotition” con Christopher Robin e tutti gli altri, scopre il “North Pole”, nient’altro che un bastone raccolto per terra, (“I just found it,” he said. “ I thought it ought to be useful. I just picked it up”, e Christopher Robin gli annuncia solennemente “Pooh, the Expedition is over […] .” You have found the North Pole!”, Pooh risponde solo: “Oh!”

Cinque

Winnie-the-Pooh ha empatia. Quando Eeyore gli racconta, triste come sempre, di aver perso la coda, lo guarda con simpatia e dice “Dear, dear, […] I am sorry about that.” E poi, per empatia, o simpatia, è un Orso d’Azione, si mette in moto, alla ricerca della coda di Eeyore, trova il modo di attraversare la foresta inondata imbarcandosi insieme a Christopher Robin in un ombrello rovesciato per andare a salvare Piglet rimasto intrappolato dall’inondazione.

Sei

Winnie-the-Pooh capisce solo le parole semplici:

“Well,” said Owl, “the customary procedure in such cases is as follows.”

“What does the Crustimoney Proseedcake mean?” said Pooh. “For I am a Bear of Very Little Brain and long words Bother me.”

“It means the Thing to Do.”

“As long as it means that, I don’t mind, “said Pooh humbly.

Sette

Winnie-the-Pooh vive nel momento. Il suo giorno preferito è “Oggi”.

Queste sono le mie ragioni. Quali sono le vostre?

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(foto: G. Tassinari)

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Effetto Finlandia

Sauna

Tra le esperienze nuove in Finlandia c‘è stata la sauna. Non la sauna in sé, la sauna con B. In questi quindici giorni ci siamo ritrovati insieme, in sauna, parecchie volte. Fatta da soli, con una sauna tutta per noi, prima al cottage, poi in albergo a Jyväskylä, la sauna invita al dialogo. Si sta lì, seduti, sudati, e tra una gittata d’acqua sulle pietre e l’altra, dissipatosi un po’ il vapore bollente, si parla. Fatta così, la sauna crea un’intimità come quella delle conversazioni fatte a letto, la sera, a luce spenta, con l’altro che già si addormenta, o con te che ti addormenti, e perdi qualche parola, forse, che si mescola coi sogni.

Cosa ci siamo detti, nelle serate di sauna, non lo so più. Ma la sensazione di vicinanza, di aver aggiunto qualcosa in più alla nostra storia, forse le parole, forse un getto di vapore, forse la vicinanza dei corpi nella loro liquefazione, ancora mi avvolge al ricordo.

Sogni

Chi mi conosce lo sa, l’attenzione, l’affetto che porto ai sogni. Come già in altri viaggi, l’Australia di due anni fa, i sogni in Finlandia sono un crocevia di immagini, persone, luoghi situazioni dai quattro venti. Volti familiari di amici di Forlì scaraventati in contesti lontani, le pareti domestiche che danno luogo ad altre costellazioni di stanze, stanze in più, stanze sconosciute, dietro un paravento, una porta mai aperta. Guide turistiche che mi portano a visitare i luoghi della mia infanzia, quello che doveva essere un museo è il mio vecchio asilo, l’asilo Santarelli, e la città improvvisamente si estende, si estende, si estende, una linea di metropolitana collega gli estremi del mondo.

Mi giro e mi rigiro nel letto sul soppalco, scosto la coperta, mi alzo a guardare dalla finestra. Il lago tace, la luna l’accompagna.

Sharing stories

Dopo dieci giorni di ritiro siamo a Jyväskylä, in albergo. Un po’ strano, trovare un altro ritmo, colazione insieme la mattina, poi io mi avvio al convegno e B. torna in camera, un thermos di caffè, a scrivere. Percorro una strada color arcobaleno e arrivo in tempo per l’apertura del convegno.

Nei giorni scorsi avevo scoperto con gioia che avrei incontrato tanti dei colleghi che stimo professionalmente, cui sono affezionata personalmente, provenienti da tutto il mondo: dall’Europa sì, ma anche dal Canada, dagli Stati Uniti, dal Giappone, da Hong-Kong, dall’Australia, dalla Nuova Zelanda. Marina vive nello Yorkshire, ci eravamo scritte qualche giorno fa, ricordo ancora la sorpresa, pensavo che l’avrei rivista forse nel luglio 2017, e invece, c’è anche lei. Sarah, Christina, Rebecca, Elaine, di loro lo sapevo già, Leena, Fergal… Scorrendo il programma, due giorni prima del convegno, scopro il nome di Laura, dal Canada, e che bello, c’è anche Cynthia! E poi, mi chiedo, magari viene anche Steve… E, infatti, eccolo lì! È tutto un fiorire di whatsapp, nell’anticipazione degli incontri. La sera prima del convegno Marina ed io ci diamo appuntamento per cena, una cena tranquilla, noi due, poi si aggiunge Steve, poi si aggiunge Katherine…

Un convegno come questo, Psychology in Language Learning 2, è diverso da altri convegni nel mondo accademico. È un po’ come quelli sull’autonomia: è un incontro di esseri umani, di persone interessate agli altri. Meno rivalità, meno esclusioni, più apertura, più ascolto. E l’augurio di Paula Kalaja, nel saluto iniziale è questo: “Talk to each other, listen to each other, share stories!”

E di storie, ne abbiamo davvero condivise tante. Nelle presentazioni, nelle pause, durante i pranzi, un intessersi di storie. Storie in cui gli aspetti professionali si mescolano a quelli personali: ricerche, emozioni, incontri, percorsi… Le ultime, in aeroporto, quando B. ed io diamo un passaggio a Cynthia, in partenza per la Nuova Zelanda. Questa volta sono storie di libri, gli animali del Wildes Pack, i protagonisti dell’Accademia delle avventure, mareggiate di mondi, Faraway  tree. Parliamo fitto, fino al momento di imbarcarci, e di separarci, in due direzioni opposte. Il rombo dell’aereo mi culla, le storie nella mente.

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(Foto di Giovanna T. e Boris P.)

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Fuochi e foreste

Lo so, sono mesi ormai che non pubblico nulla sul blog, a causa degli innumerevoli impegni accademici che mi sono presa. Non so dire di no, e quindi, dopo il convegno di Anversa, inizio marzo, ho risposto a circa quattro o cinque call for papers, ho accettato di curare insieme ad altri colleghi gli atti di un convegno, sono andata a Birmingham per il congresso mondiale dell’IATEFL, più che altro per il nostro Learner Autonomy Special Interest Group, ho maturato due progetti di ricerca, ho rivisto insieme a Javier le ultime bozze del numero speciale di Jahrbuch Deutsch als Fremdsprache, e poi le ultime bozze delle ultime bozze, ho scritto un articolo, ne ho rivisti diversi, ho accettato di tenere una formazione a Paderborn all’inizio di settembre, di organizzare insieme a colleghi un convegno a Potsdam e uno a Bolzano, poi mi sono vista fare una di quelle offerte che non si possono rifiutare per un ulteriore convegno a Jena, senza contare Wuhan, che vuole già i paper (2000 parole ciascuno) entro il 31 di agosto, Rio de Janeiro, per cui Walkyria e Christine hanno in cantiere un volume… E non ci ho messo il lavoro di tutti i giorni, i corsi, le lezioni, i gruppi di lavoro, il Centro di Risorse…

Alla luce di tutto questo, e visto che anche Boris ha un calendario piuttosto serrato, quest’anno abbiamo scelto una vacanza-ritiro. Ed eccoci in Finlandia, a Kinnula, in un cottage davanti a uno dei laghi che disseminano questa regione, il (la?) Lomaseutu.

Tenuto conto della lista di testi da scrivere e da preparare in questi dieci giorni, prima del convegno a Jyväskyla, questo diario sarà frammentario, in formato A5 o post-it.

11 agosto

Volo Berlino-Helsinki e Helsinki-Jyväskyla. Nella tratta Helsinki-Jyväskyla siamo una decina di passeggeri in un ATR 72 della NorRA (Nordic Regional Airline), sottocompagnia della Finnair, un aereo a elica. Voliamo a una quota che ci permette di vedere già le distese di verde e di laghi verso cui ci dirigiamo. All’aeroporto di Jyväskyla ritiriamo la macchina noleggiata e il driver si mette al volante.

Arriviamo al cottage, una costruzione di legno affacciata su un lago, con un portico, un gazebo e una sauna, un bel camino dentro che abbiamo acceso fin dal primo giorno. Un breve giro di ricognizione della casa, una spesa in paese, una cena veloce e già siamo a letto, cullati dal rumore della pioggia sul tetto.

12 agosto

Spezziamo le ore di lavoro per una passeggiata fino in paese. Ci avviamo lungo la strada sterrata che conduce fino in paese, costeggiando cottage e fattorie disseminate qua e là. Le case e i cottage sono quasi tutte di legno, molte di quel colore rosso cupo che mi era piaciuto tanto quando avevamo cercato una sistemazione. La passeggiata è lunga, ci vuole circa un’ora per arrivare. Secondo le poche informazioni turistiche ricevute, il paese ha una scuola, un ufficio informazioni, una biblioteca, un fiorista, supermercati, una piscina e altre amenità. Mentre camminiamo per la via che lo attraversa, passiamo accanto a un segnale, Salmamienti, che indica balneazione. La piscina è uno spicchio di lago, un quadrato circoscritto da un pontile in legno, deserto. Ci avventuriamo sul pontile, il vento increspa il lago. Onde, dico io. Hai il punto di vista di una formica, dice Boris.

Continuiamo. In una piazzetta si affacciano alcuni negozi: un ristorante (chiuso, anzi con l’aria di essere dismesso), un parrucchiere che espone fuori dal negozio alcuni vestiti, una farmacia, Apteeki (chiusa), un negozio dell’usato, con un’insegna scritta a mano su cartoncino bianco, Kirppi, e i due supermercati. Mentre Boris si avventura nel negozio dell’usato io mi siedo al sole. Poi ci dedichiamo alla spesa. Dall’ultima visita a Helsinki mi ricordo che i supermercati in Finlandia non vendono alcolici, a parte la birra. L’unico vino disponibile è un bianco frizzante analcolico prodotto in Germania. Rinunciamo. Di birre invece ce n’è parecchie, ma una sola attira la mia attenzione, la Kahru III, dalla cui lattina un orso color bronzo sembra guardare proprio me: bear beer. E bear beer sia.

13 agosto

Il vino lo si può ordinare all’emporio e fast food vicino all’unica stazione di servizio, Scan Burger. La ragazza che ci lavora ci fa scegliere da un ampio catalogo e il giorno seguente, dopo le quattro, andiamo a ritirarlo. Shiraz siciliano in bottiglie di plastica.

Ma l’emporio e il fast food meritano una visita. Sulla veranda un uomo anziano siede solo e fuma. Dentro due o tre avventori. Il fast food offre diversi tipi di hamburgher, kebab, pizza, torte, gelato e caffè.

Oltre che fast food, l’emporio vende articoli per l’igiene, spazzolini, dentifrici, shampoo, spray antizanzare, zampironi. Bibite. Girato l’angolo, troviamo alcuni articoli da regalo, quadretti in legno con frasi come home sweet home o simili, in finlandese.

Torniamo al cottage e continuiamo a lavorare. Oggi piove tutto il giorno: writing in the rain.

14 agosto

Kinnula è uno dei quattro comuni su cui si estende il Salamajärvy National Park, un vasto parco nazionale, 62 chilometri quadrati di foreste e laghi. Raggiungiamo in macchina il rifugio di Koirasalmi e dal di lì ci muoviamo per una passeggiata. Un arcobaleno sul lago ci saluta.

Il paesaggio è indescrivibile. Intorno al lago un bosco di conifere, e altri alberi indefiniti, il terreno ricco di piante dai più svariati toni di verde, di funghi, di bacche rosse, e disseminato da rocce, forse arrivate qua dopo diverse ere glaciali. Camminiamo in un sentiero lungo il lago, la foresta emana un senso di mistero, sarà la mia immaginazione, ma mi sembra che possano manifestarsi da un momento all’altro folletti e fate.

15 agosto

Dopo qualche giorno di esitazione, abbiamo esplorato la sauna del nostro cottage: un edificio in legno, tre stanze, quella della sauna vera e propria, con una stufa a legna, l’anticamera, con una panca di legno e una doccia d’acqua fredda, e una stanza per riposarsi tra un giro di sauna e l’altra, dotata di un camino, un divano, un tavolino e poltrone di vimini.

La sera, Boris accende il fuoco e aspettiamo che la sauna raggiunga la temperatura giusta; a dire il vero quando entriamo è sui settanta gradi, la sauna finlandese ne richiede novanta, ma non andiamo tanto per il sottile. Sudiamo, sudiamo, sudiamo, che altro si fa in sauna? Sudiamo e ci rinnoviamo. Usciti dalla sauna, faccio qualche passo sull’erba, a piedi scalzi, e lascio che il vento mi asciughi il sudore. Ci sediamo sul pontile, ma l’acqua del lago, così scura e fredda, ci intimorisce. E se ci fosse qualche mostro nascosto là sotto?

16 agosto

Oggi, dopo aver scritto, abbiamo voglia di città. Visto che Kinnula offre poco, decidiamo di raggiungere Viitasari, a quasi settanta chilometri da Kinnula, che il fascicolo informativo descrive come un centro turistico estivo e invernale. Arrivati là sotto una pioggia torrenziale, passiamo una zona industriale e cerchiamo il centro. Un lago, un pontile e alcune barche, una chiesa sull’alto di una collina, e alcuni edifici, un supermercato, un bar chiuso, una piazzetta deserta. Ma la città dov’è? Continuiamo salendo su un’altura, case, in fondo alla strada una scuola. Ci vengono incontro bambini in bicicletta. Piove e nessuno ha l’ombrello. Ma il centro dov’è? Dopo averla girata tutta, ci rendiamo conto che il centro è quella piazzetta deserta e quei pochi edifici. Negozi, quasi non ce ne sono. Passiamo di fianco a uffici vuoti, spazi chiusi, dall’aria dismessa.

Ah, no, eccoli! Un negozio dell’usato, Kirppi, con un angolo caffè. Alcuni tavolini marroni anni cinquanta, un paio di foto di volti africani alla parete. Una donna matronale dietro il banco, un’altra seduta a un tavolino, alcune riviste che hanno l’aria di essere state lette e rilette, e sul resto dello spazio aste appendiabiti, scaffali con chincaglieria, scatoloni di libri… Entrano ed escono alcuni avventori, chi compra, chi lascia qualcosa. Una donna, anche lei dai fianchi smisurati, parla a lungo con quella dietro il banco. Gli altri emanano silenzio e un velo di tristezza. O sarà una mia impressione?

I negozi qui sono quasi tutti così. Anche a Kinnula, nel piccolo bar, se così si può chiamare, dove compro un paio di calzini di lana fatti a mano, c’è un angolino di chincaglierie dove Boris compra una piccola volpe di legno. Sembra che le persone qui vivano di scambi, abbigliamento, DVD, libri, riviste, tazze e bicchieri si procurano così. A pensarci bene, un principio sociale, per una piccola comunità esente dal consumismo. E allora perché questa vaga tristezza?

17 agosto

Una buona parte delle nostre giornate le passiamo al grande tavolo di legno del soggiorno, intenti a scrivere. Davanti a noi, il lago. Basta che alzi lo sguardo e ogni volta è diverso. La luce cambia rapidamente, dietro le nuvole si scorge il riflesso argenteo del sole, quasi livido, che immediatamente increspa le onde moltiplicandole come a specchio. A fissare il lago direttamente, la luce è quasi accecante.

Se piove, le gocce di pioggia lo animano; se tira vento le onde vengono spazzate via. Alcune arrivano a lambire i quattro gradini di fronte al cottage, accarezzando le canne.

Una mattina presto il lago era liscio. Una distesa enorme, immobile, circondata dal bosco. Anche adesso, mentre scrivo, alzo gli occhi e guardo il lago. Il sole è scomparso, l’acqua si ammanta di grigio.

18 agosto

Stasera siamo usciti, Boris per una corsa, io per una passeggiata. Incontro alla luna. L’abbiamo aspettata fin dalle sette, la luna piena, e quando torniamo, improvvisamente è là. Grande, tonda, di un colore oro ramato. La scorgiamo prima dietro gli alberi, poi, dal cottage, sovrana sul lago.

Mentre la osserviamo si sentono in lontananza dei gridi di uccelli, come dei flauti rauchi e acuti. Cosa saranno?

Poi, improvvisamente, si levano in volo gridando, due oche, sbattendo le loro ali immense. Si rincorrono, si posano sul lago, si alzano di nuovo in volo, attraversano la luce della luna e si stagliano chiare contro il verde scuro della foresta. Dall’altra parte del lago, lontano da noi, altri gridi rispondono. Cosa si diranno?

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(foto di Boris P. e Giovanna T.)

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La vita di Ivan Il‘ič

Sono passati alcuni mesi da quando ho letto La morte di Ivan Il’ič. È stato durante le vacanze di Natale, a casa, a Forlì, giorni ammantati di calore e di malinconia, vivo il ricordo dei giorni di fine d’anno di questi ultimi due.

La morte di Ivan Il’ič, di Tolstoj, è un libretto avvincente e inquietante. Un piccolo capolavoro che fa riflettere. Ivan Il‘ič, funzionario e uomo ammodo, comme il faut, sempre volto a condurre una vita decorosa, poco dopo aver ottenuto la nomina a consigliere di corte d’appello, a Pietroburgo, una promozione attesa e brigata, tutto preso nell’arredare il nuovo appartamento, un giorno quasi cade da una scala e si fa male battendo un fianco contro la maniglia di una finestra. “La botta per un po’ gli fece male, poi passò”.

Ecco però che cominciano, a poco a poco, insidiosi, altri fastidi: uno strano sapore in bocca, “un fastidio alla parte sinistra del ventre”, poi dolore, attacchi di debolezza e di cattivo umore.

Una prima visita dal medico, su consiglio della moglie, da un medico che gli parla con aria solenne e distaccata, e un tono che lui conosceva bene, lo stesso che lui, Ivan Il‘ič, usa con gli imputati in tribunali, instilla in lui il primo seme d’insicurezza.

“Dalle parole del dottore, Ivan Il‘ič si creò la convinzione di essere molto ammalato. E capì che la cosa non importava in fondo un gran che al dottore, e, in fondo, nemmeno agli altri. La scoperta lo ferì dolorosamente, suscitandogli un sentimento di pena verso se stesso e di rabbia verso il dottore, indifferente a una questione tanto importante.

Tuttavia non fece commenti, si alzò, depose i soldi sul tavolo e sospirando disse soltanto:

– Probabilmente noi malati rivolgiamo spesso domande fuori luogo. Ma questa malattia è grave o no? …

Il dottore gli gettò uno sguardo severo da un occhio solo, attraverso gli occhiali, come a dire: imputato, se non rimanete nei limiti delle domande che vi vengono poste sarò costretto a farvi allontanare dall’aula.

– Vi ho già detto ciò che ritengo utile e necessario – rispose il dottore. – Il resto sarà rivelato dalle analisi. – “ (Lev N. Tolstoj, La morte di Ivan Il‘ič, Bur, 1999, pp. 81-83)

Questa visita è l’inizio di una china lenta e inesorabile. Una corsa a nuovi medici, nuove analisi, nuovi pareri, una disamina ossessiva dei propri sintomi, delle minime variazioni di stato, di dolore, di umore, in un tentativo sempre più assurdo di negare il dubbio e la disperazione, in un’identificazione sempre più inesorabile con la malattia, fino a renderla un manto che avvolge e affligge ogni aspetto della vita di Ivan Il‘ič, il lavoro, la famiglia, lo svago, il riposo.

“Fin dall’inizio della malattia, da quando era stato per la prima volta dal dottore, la vista di Ivan Il‘ič si era scissa in due opposti stati d’animo che si alternavano: da una parte la disperazione, l’attesa della morte terribile e incomprensibile, dall’altra la speranza e l’osservazione meticolosa dell’attività del suo corpo.” (p. 143)

Assorbita nel vortice della malattia, che spegne progressivamente ogni barlume di speranza, la vita di Ivan Il‘ič diventa un tormento, una condanna votata al silenzio, alla dissimulazione, a mascherare anche con i famigliari più stretti la sua condizione. Un velo di vergogna, forse per l’indecenza della malattia, forse per la menzogna che si stende sopra ogni parola, ogni, gesto, ogni sguardo. Una menzogna apertamente condivisa dalla moglie, divisa tra il fastidio e la cura, pronta a rimproverare il marito di non attenersi alle indicazioni dei medici, quasi a dare a lui la colpa di questa condizione.

Finché, a poche ore dalla fine, mentre, tormentato dal dolore, Ivan Il‘ič agita convulsamente le mani, una mano gli capita sulla testa del figlio, seduto accanto a lui in silenzio. Commosso, il figlio afferra la mano del padre nelle sue, se la porta alle labbra e scoppia a piangere. È allora che Ivan Il‘ič, strappato il velo della menzogna, mormora alcune parole rivolte alla moglie:

“ – Portalo via… mi fa pena, e anche tu … – Voleva aggiungere anche ‘perdona’, ma disse ‘abbandona’ e, senza più forze per correggersi, manifestò rassegnazione con un gesto della mano, sapendo che chi doveva capire, avrebbe capito.” (pp. 155-157)

Un gesto, una parola, pronunciata ormai senza forze, con rassegnazione. Chi doveva capire avrebbe capito. Avrà capito? Chi di noi ha vissuto la morte di persone care sa quante volte si ritorna con la mente alle ultime parole udite pronunciare da loro. In quelle parole vorremmo leggere il senso ultimo della loro vita, del loro rapporto con noi, a risolvere, se possibile, il non detto, i malintesi di tutt’un’esistenza. O cogliere, invece, l’eco flebile di un’altra dimensione, di una direzione verso cui ormai loro sono già proiettati. Lo capiremo mai? Capiremo mai cosa racchiudono gli ultimi istanti di vita di una persona? Una ricerca sulle ultime parole di uomini e donne sul loro letto di morte, di cui riportava un articolo qualche settimana fa sul New York Times, rivela che quei momenti, da noi, chi resta, vissuti e rivissuti alla ricerca di un senso, di un ultimo messaggio, quei momenti sono in realtà imperscrutabili, e raramente i gesti e parole di chi se ne sta andando sono un’eredità lasciata consapevolmente a chi resta. Piuttosto, sono qualcosa che ci troviamo fra le mani, che giriamo e rigiriamo, e che forse ci accompagnerà per sempre. Raramente una benedizione, più spesso un enigma.

Nella vita di Ivan Il‘ič, nella sua malattia, nella sua morte, c’è qualcosa di tutti noi. E questa è la forza della letteratura.

Poche sere fa, a cena con amici, uno di noi ha cominciato a parlare della morte. Ci aprirà le porte all’universo, dall’alto di una montagna? Ci rattrappirà in noi stessi, spegnendo progressivamente il nostro interesse per la vita. La risposta la conosceremo, un giorno, e forse la terremo per noi.

 

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Antelope Canyon, Page, AR e la chiesa di Hohenzollernplatz, Berlino (foto Boris P.)

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Biglietto da Helsinki

Cos’ho imparato, sentito, visto, vissuto in sei giorni a Helsinki (17-22 gennaio 2016)

Primo giorno, domenica 17 gennaio

Arrivo nel primo pomeriggio dall’aeroporto su un autobus della Finnair fino alla residenza universitaria Töölö Towers. Assorbo i paesaggi innevati e il silenzio. Una volta sistematami nella mia stanza, esco ad esplorare i dintorni.

Anche se non sembra, non sono in un film di Kaurismaki (Aki, non Mika).

Camminare nella neve si può, con gli spike.

Quando il freddo è freddo non basta la berretta di lana, ci vuole anche il cappuccio sopra. E la sciarpa intorno.

Un berretto di pelo, però, tiene sicuramente più caldo.

Le porte si aprono girando la chiave in senso antiorario.

In finlandese ci sono vocali brevi, vocali lunghe e vocali così così.

In Finlandia al cinema proiettano film in lingua originale coi sottotitoli. I film in finlandese hanno i sottotitoli in svedese. Ho rinunciato ad andare al cinema e preferito guardare alla tv un programma in finlandese senza sottotitoli alcuni. Avrò fatto bene?

Secondo giorno, lunedì 18 gennaio

Per vestirsi a strati ci vuole un’ora (quasi). Per svestirsi, di meno.

Helsinki è piena di caffè.

Camminare nella neve si può, anche senza gli spike.

Dopo la mia prima giornata al Centro Linguistico dell’università, vado in piscina. Una piscina stile liberty, Yrjönkadun uimahalli, dove sono accettate anche donne col costume da bagno, la maggior parte però nuota nuda. Ci sono tre corsie, una per le nuotatrici, una per le nuotatrici veloci e una per il jogging acquatico. Non vi dico com’è nuotare quando nella corsia vicino donne nude fanno jogging acquatico (ma ve lo potete immaginare).

Rientro con le migliori intenzioni per lavorare, ma nella residenza universitaria internet non funziona. Ripiego sulla tv. Questa volta inglese con sottotitoli in finlandese.

Terzo giorno, martedì 19 gennaio

Esco sulle otto e mezza, è ancora buio pesto. Vado all’università in tram, il corso cui voglio assistere, il mitico ALMS (Autonomous Language Learning Modules), inizia alle nove. Quattro ore intense di attività e riflessioni sulla lingua, sulla propria biografia linguistica, su opportunità, metodi e strategie. Quattro ore in cui l’insegnante non ha smesso di riconoscere, apprezzare e valorizzare ogni singolo studente.

In una biblioteca, non ho capito se qui a Helsinki o altrove, ci sono cani addestrati come assistenti di lettura (reading training dogs): ti ascoltano e se leggi bene abbaiano di approvazione.

Dopo il corso mi avventuro su un boulevard, una specie di ramblas, che porta al mare. Senza spike. Lo spettacolo che mi aspetta è del tutto inaspettato: un mare di neve. Letteralmente. Resisto alla tentazione di buttarmici, e anche a quella di saggiare con la punta del piede la consistenza del ghiaccio.

Poi mi rifugio in un caffè, dove lavoro fino dopo il calar del sole (si fa per dire).

Anche il lago gelato vicino alla residenza universitaria di Töölö Towers non è un lago. È una baia del Mar Baltico.

Quarto giorno, mercoledì 20 gennaio

Trascorro una giornata intensa, in una serie d’incontri con diversi colleghi, quasi tutti finlandesi. Con l’abitudine ho imparato ad aspettare che il mio interlocutore finisca di parlare prima di replicare. Con i finlandesi questo può significare tollerare anche lunghi silenzi, visto che parlano lentamente, con lunghe pause tra una frase e l’altra. Se credi che abbiano finito la frase e ti costringi ad aspettare ancora un po’, ti accorgi che no, la frase non era affatto finita. Quando un finlandese fa una pausa nel discorso, non significa che abbia finito di parlare. Non significa che non abbia più niente da dire.

Mentre cammino mi esercito a ripetere fra me e me le parole che sento. Le poche parole che distinguo. Intanto ho imparato a pronunciare bene “kiitos”, che vuol dire grazie.

Dopo il lavoro all’università e in stanza mi avvio verso la piscina di Mäkelänrinnen, la più grande e moderna di tutta Helsinki. Studio minuziosamente il tragitto fin là, un tram e un autobus, segno tutto su un foglio da consultare facilmente senza occhiali, esco e quando sono in tram mi accorgo di aver lasciato a casa il foglio. Alla fermata dove suppongo di dover cambiare sono disorientata, visto che il cellulare a queste temperature spesso si spegne, entro nel primo negozio per consultare google maps. È un negozio di articoli per cani. “Voinko auttaa Teitä?“ (Posso aiutarla?) “May I help you?” mi chiede la commessa, una ragazzina bionda dal viso rotondo e le trecce. “I don’t think so”, rispondo io, pensando già a come fare a dire qual è la piscina dal nome impronunciabile dove sono diretta. E invece sì, mi può aiutare. La fermata dell’autobus è proprio davanti al negozio. Il resto è una passeggiata, sulla neve e sul ghiaccio, sì, ma una passeggiata. Kiitos!

La piscina è un sogno, nella mia top ten personale delle piscine al primo posto, insieme alla piscina olimpica Grand Nancy Thermal, a Nancy.

Quinto giorno, giovedì 21 gennaio

Prima del workhop che animerò mi rifugio un paio d’ore nella biblioteca universitaria, per finire di prepararlo. Circondata dall’architettura e dal design finlandese, immersa nel bianco, intorno a me studenti alle scrivanie, negli angoli lettura, fuori dalla finestra i tetti di Helsinki, tutto mi pare easy. Forse qui tutto è più easy. Più facile sicuramente.

Dopo la giornata all’università, insieme a Leena andiamo a casa di Flis, Felicity, una collega appena andata in pensione, anche lei una delle anime dell’autonomia in glottodidattica a Helsinki e in Europa. Per la prima volta entro in una casa finlandese. Un appartamento al quinto piano di un edificio degli anni Trenta, molto legno, ampie finestre, in una fuga di stanze. Anche lì c’è un Berliner Zimmer. Tanti libri e tappeti. Le mie colleghe, appassionate di letteratura, proprio in questi giorni stanno leggendo Elena Ferrante. Sono loro a tessermene le lodi.

Poi andiamo al ristorante, e così scopro che il Ravintola (ristorante) proprio all’angolo della residenza universitaria non è, come credevo, un ristorante dismesso, bensì uno dei più noti della città. Appena entrata sono investita da un’aria kaurimakeska: arredi di legno, tavoli stile anni Venti o Trenta veterosocialisti, luci soffuse, poco o niente rumore.

Sesto giorno, venerdì 22 gennaio

Oggi, ultimo giorno, prima di partire seguo il consiglio di Massimo e vado al Kiasma, museo di arte contemporanea.

Un bell’edificio, architettura ardita. Percorro le sale distribuite su cinque piani visitandone le esposizioni. Una di queste è “School of disobedience”, di Jani Leinonen. Un’esposizione critica, che rovescia i miti della società dei consumi, li mette in questione, usandone i logo che ormai hanno inondato la nostra visuale. Logo di catene di fast food, di supermercati low cost, scomposti e ricomposti per formare frasi che ci fanno pensare. Ci costringono a pensare. A tutto ciò che nella storia è da imputare a un’obbedienza acritica: guerre, genocidi, schiavitù. “Historically the most horrible things like wars, genocides and slavery have not resulted from disobedience, but from obedience.”

Forse anche noi dovremmo cominciare a disobbedire.

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(foto: Giovanna T.)

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