Fuochi e foreste

Lo so, sono mesi ormai che non pubblico nulla sul blog, a causa degli innumerevoli impegni accademici che mi sono presa. Non so dire di no, e quindi, dopo il convegno di Anversa, inizio marzo, ho risposto a circa quattro o cinque call for papers, ho accettato di curare insieme ad altri colleghi gli atti di un convegno, sono andata a Birmingham per il congresso mondiale dell’IATEFL, più che altro per il nostro Learner Autonomy Special Interest Group, ho maturato due progetti di ricerca, ho rivisto insieme a Javier le ultime bozze del numero speciale di Jahrbuch Deutsch als Fremdsprache, e poi le ultime bozze delle ultime bozze, ho scritto un articolo, ne ho rivisti diversi, ho accettato di tenere una formazione a Paderborn all’inizio di settembre, di organizzare insieme a colleghi un convegno a Potsdam e uno a Bolzano, poi mi sono vista fare una di quelle offerte che non si possono rifiutare per un ulteriore convegno a Jena, senza contare Wuhan, che vuole già i paper (2000 parole ciascuno) entro il 31 di agosto, Rio de Janeiro, per cui Walkyria e Christine hanno in cantiere un volume… E non ci ho messo il lavoro di tutti i giorni, i corsi, le lezioni, i gruppi di lavoro, il Centro di Risorse…

Alla luce di tutto questo, e visto che anche Boris ha un calendario piuttosto serrato, quest’anno abbiamo scelto una vacanza-ritiro. Ed eccoci in Finlandia, a Kinnula, in un cottage davanti a uno dei laghi che disseminano questa regione, il (la?) Lomaseutu.

Tenuto conto della lista di testi da scrivere e da preparare in questi dieci giorni, prima del convegno a Jyväskyla, questo diario sarà frammentario, in formato A5 o post-it.

11 agosto

Volo Berlino-Helsinki e Helsinki-Jyväskyla. Nella tratta Helsinki-Jyväskyla siamo una decina di passeggeri in un ATR 72 della NorRA (Nordic Regional Airline), sottocompagnia della Finnair, un aereo a elica. Voliamo a una quota che ci permette di vedere già le distese di verde e di laghi verso cui ci dirigiamo. All’aeroporto di Jyväskyla ritiriamo la macchina noleggiata e il driver si mette al volante.

Arriviamo al cottage, una costruzione di legno affacciata su un lago, con un portico, un gazebo e una sauna, un bel camino dentro che abbiamo acceso fin dal primo giorno. Un breve giro di ricognizione della casa, una spesa in paese, una cena veloce e già siamo a letto, cullati dal rumore della pioggia sul tetto.

12 agosto

Spezziamo le ore di lavoro per una passeggiata fino in paese. Ci avviamo lungo la strada sterrata che conduce fino in paese, costeggiando cottage e fattorie disseminate qua e là. Le case e i cottage sono quasi tutte di legno, molte di quel colore rosso cupo che mi era piaciuto tanto quando avevamo cercato una sistemazione. La passeggiata è lunga, ci vuole circa un’ora per arrivare in paese. Secondo le poche informazioni turistiche ricevute, il paese ha una scuola, un ufficio informazioni, una biblioteca, un fiorista, supermercati, una piscina e altre amenità. Mentre camminiamo per la via che lo attraversa, passiamo accanto a un segnale, Salmamienti, che indica balneazione. La piscina è uno spicchio di lago, un quadrato circoscritto da un pontile in legno, deserto. Ci avventuriamo sul pontile, il vento increspa il lago. Onde, dico io. Hai il punto di vista di una formica, dice Boris.

Continuiamo verso il paese: in una piazzetta si affacciano alcuni negozi: un ristorante (chiuso, anzi con l’aria di essere dismesso), un parrucchiere che espone fuori dal negozio alcuni vestiti, una farmacia, Apteeki (chiusa), un negozio dell’usato, con un’insegna scritta a mano su cartoncino bianco, Kirppi, e i due supermercati. Mentre Boris si avventura nel negozio dell’usato io mi siedo al sole. Poi ci dedichiamo alla spesa. Dall’ultima visita mi ricordo che i supermercati in Finlandia non vendono alcolici, a parte la birra. L’unico vino disponibile è un bianco frizzante analcolico prodotto in Germania. Rinunciamo. Di birre invece ce n’è parecchie, ma una sola attira la mia attenzione, la Kahru III, dalla cui lattina un orso color bronzo sembra guardare proprio me: bear beer. E bear beer sia.

13 agosto

Il vino lo si può ordinare all’emporio e fast food vicino all’unica stazione di servizio, Scan Burger. La ragazza che ci lavora ci fa scegliere da un ampio catalogo e il giorno seguente, dopo le quattro, andiamo a ritirarlo. Shiraz siciliano in bottiglie di plastica.

Ma l’emporio e il fast food meritano una visita. Sulla veranda un uomo anziano siede solo e fuma. Dentro due o tre avventori. Il fast food offre diversi tipi di hamburgher, kebab, pizza, torte, gelato e caffè.

Oltre che fast food, l’emporio vende articoli per l’igiene, spazzolini, dentifrici, shampoo, spray antizanzare, zampironi. Bibite. Girato l’angolo, troviamo alcuni articoli da regalo, quadretti in legno con frasi come home sweet home o simili, in finlandese.

Torniamo al cottage e continuiamo a lavorare. Oggi piove tutto il giorno: writing in the rain.

14 agosto

Kinnula è uno dei quattro comuni su cui si estende il Salamajärvy National Park, un vasto parco nazionale, 62 chilometri quadrati di foreste e laghi. Raggiungiamo in macchina il rifugio di Koirasalmi e dal di lì ci muoviamo per una passeggiata. Un arcobaleno sul lago ci saluta.

Il paesaggio è indescrivibile. Intorno al lago un bosco di conifere, e altri alberi indefiniti, il terreno ricco di piante dai più svariati toni di verde, di funghi, di bacche rosse, e disseminato da rocce, forse arrivate qua dopo diverse ere glaciali. Camminiamo in un sentiero lungo il lago, la foresta emana un senso di mistero, sarà la mia immaginazione, ma mi sembra che possano manifestarsi da un momento all’altro folletti e fate.

15 agosto

Dopo qualche giorno di esitazione, abbiamo esplorato la sauna del nostro cottage: un edificio in legno, tre stanze, quella della sauna vera e propria, con una stufa a legna, l’anticamera della sauna, con una panca di legno e una doccia d’acqua fredda, e una stanza per riposarsi tra un giro di sauna e l’altra, dotata di un camino, un divano, un tavolino e poltrone di vimini.

La sera, Boris accende il fuoco e aspettiamo che la sauna raggiunga la temperatura giusta; a dire il vero quando entriamo è sui settanta gradi, la sauna finlandese ne richiede novanta, ma non andiamo tanto per il sottile. Sudiamo, sudiamo, sudiamo, che altro si fa in sauna? Sudiamo e ci rinnoviamo. Usciti dalla sauna, faccio qualche passo sull’erba, a piedi scalzi, e lascio che il vento mi asciughi il sudore. Ci sediamo sul pontile, ma l’acqua del lago, così scura e fredda, ci intimorisce. E se ci fosse qualche mostro nascosto là sotto?

16 agosto

Oggi, dopo aver scritto, abbiamo voglia di città. Visto che Kinnula offre poco, decidiamo di raggiungere Viitasari, a quasi settanta chilometri da Kinnula, che il fascicolo informativo descrive come un centro turistico estivo e invernale. Arrivati là sotto una pioggia torrenziale, passiamo una zona industriale e cerchiamo il centro. Un lago, un pontile e alcune barche, una chiesa sull’alto di una collina, e alcuni edifici, un supermercato, un bar chiuso, una piazzetta deserta. Ma la città dov’è? Continuiamo salendo su un’altura, case, in fondo alla strada una scuola. Ci vengono incontro bambini in bicicletta. Piove e nessuno ha l’ombrello. Ma il centr

 

o dov’è? Dopo averla girata tutta, ci rendiamo conto che il centro è quella piazzetta deserta e quei pochi edifici. Negozi, quasi non ce ne sono. Passiamo di fianco a uffici vuoti, spazi chiusi, dall’aria dismessa.

Ah, no, eccoli! Un negozio dell’usato, Kirppi, con un angolo caffè. Alcuni tavolini marroni anni cinquanta, un paio di foto di volti africani alla parete. Una donna matronale dietro il banco, un’altra seduta a un tavolino, alcune riviste che hanno l’aria di essere state lette e rilette, e sul resto dello spazio aste appendiabiti, scaffali con chincaglieria, scatoloni di libri… Entrano ed escono alcuni avventori, chi compra, chi lascia qualcosa. Una donna, anche lei dai fianchi smisurati, parla a lungo con quella dietro il banco. Gli altri emanano silenzio e un velo di tristezza. O sarà una mia impressione?

I negozi qui sono quasi tutti così. Anche a Kinnula, nel piccolo bar, se così si può chiamare, dove compro un paio di calzini di lana fatti a mano, c’è un angolino di chincaglierie dove Boris compra una piccola volpe di legno. Sembra che le persone qui vivano di scambi, abbigliamento, DVD, libri, riviste, tazze e bicchieri si procurano così. A pensarci bene, un principio sociale, per una piccola comunità esente dal consumismo. E allora perché questa vaga tristezza?

17 agosto

Una buona parte delle nostre giornate le passiamo al grande tavolo di legno del soggiorno, intenti a scrivere. Davanti a noi, il lago. Basta che alzi lo sguardo e ogni volta è diverso. La luce cambia rapidamente, dietro le nuvole si scorge il riflesso argenteo del sole, quasi livido, che immediatamente increspa le onde moltiplicandole come a specchio. A fissare il lago direttamente, la luce è quasi accecante.

Se piove, le gocce di pioggia animano il lago; se tira vento le onde vengono spazzate via. Alcune arrivano a lambire i quattro gradini di fronte al cottage, accarezzando le canne.

Una mattina presto il lago era liscio. Una distesa enorme, immobile, circondata dal bosco. Anche adesso, mentre scrivo, alzo gli occhi e guardo il lago. Il sole è scomparso, l’acqua si ammanta di grigio.

18 agosto

Stasera siamo usciti, Boris per una corsa, io per una passeggiata. Incontro alla luna. L’abbiamo aspettata fin dalle sette, la luna piena, e quando torniamo, improvvisamente è là. Grande, tonda, di un colore oro ramato. La scorgiamo prima dietro gli alberi, poi, dal cottage, sovrana sul lago.

Mentre la osserviamo si sentono in lontananza dei gridi di uccelli, come dei flauti rauchi e acuti. Cosa saranno?

Poi, improvvisamente, si levano in volo gridando, due oche, sbattendo le loro ali immense. Si rincorrono, si posano sul lago, si alzano di nuovo in volo, attraversano la luce della luna e si stagliano chiare contro il verde scuro della foresta. Dall’altra parte del lago, lontano da noi, altri gridi rispondono. Cosa si diranno?

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(foto di Boris P. e Giovanna T.)

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La vita di Ivan Il‘ič

Sono passati alcuni mesi da quando ho letto La morte di Ivan Il’ič. È stato durante le vacanze di Natale, a casa, a Forlì, giorni ammantati di calore e di malinconia, vivo il ricordo dei giorni di fine d’anno di questi ultimi due.

La morte di Ivan Il’ič, di Tolstoj, è un libretto avvincente e inquietante. Un piccolo capolavoro che fa riflettere. Ivan Il‘ič, funzionario e uomo ammodo, comme il faut, sempre volto a condurre una vita decorosa, poco dopo aver ottenuto la nomina a consigliere di corte d’appello, a Pietroburgo, una promozione attesa e brigata, tutto preso nell’arredare il nuovo appartamento, un giorno quasi cade da una scala e si fa male battendo un fianco contro la maniglia di una finestra. “La botta per un po’ gli fece male, poi passò”.

Ecco però che cominciano, a poco a poco, insidiosi, altri fastidi: uno strano sapore in bocca, “un fastidio alla parte sinistra del ventre”, poi dolore, attacchi di debolezza e di cattivo umore.

Una prima visita dal medico, su consiglio della moglie, da un medico che gli parla con aria solenne e distaccata, e un tono che lui conosceva bene, lo stesso che lui, Ivan Il‘ič, usa con gli imputati in tribunali, instilla in lui il primo seme d’insicurezza.

“Dalle parole del dottore, Ivan Il‘ič si creò la convinzione di essere molto ammalato. E capì che la cosa non importava in fondo un gran che al dottore, e, in fondo, nemmeno agli altri. La scoperta lo ferì dolorosamente, suscitandogli un sentimento di pena verso se stesso e di rabbia verso il dottore, indifferente a una questione tanto importante.

Tuttavia non fece commenti, si alzò, depose i soldi sul tavolo e sospirando disse soltanto:

– Probabilmente noi malati rivolgiamo spesso domande fuori luogo. Ma questa malattia è grave o no? …

Il dottore gli gettò uno sguardo severo da un occhio solo, attraverso gli occhiali, come a dire: imputato, se non rimanete nei limiti delle domande che vi vengono poste sarò costretto a farvi allontanare dall’aula.

– Vi ho già detto ciò che ritengo utile e necessario – rispose il dottore. – Il resto sarà rivelato dalle analisi. – “ (Lev N. Tolstoj, La morte di Ivan Il‘ič, Bur, 1999, pp. 81-83)

Questa visita è l’inizio di una china lenta e inesorabile. Una corsa a nuovi medici, nuove analisi, nuovi pareri, una disamina ossessiva dei propri sintomi, delle minime variazioni di stato, di dolore, di umore, in un tentativo sempre più assurdo di negare il dubbio e la disperazione, in un’identificazione sempre più inesorabile con la malattia, fino a renderla un manto che avvolge e affligge ogni aspetto della vita di Ivan Il‘ič, il lavoro, la famiglia, lo svago, il riposo.

“Fin dall’inizio della malattia, da quando era stato per la prima volta dal dottore, la vista di Ivan Il‘ič si era scissa in due opposti stati d’animo che si alternavano: da una parte la disperazione, l’attesa della morte terribile e incomprensibile, dall’altra la speranza e l’osservazione meticolosa dell’attività del suo corpo.” (p. 143)

Assorbita nel vortice della malattia, che spegne progressivamente ogni barlume di speranza, la vita di Ivan Il‘ič diventa un tormento, una condanna votata al silenzio, alla dissimulazione, a mascherare anche con i famigliari più stretti la sua condizione. Un velo di vergogna, forse per l’indecenza della malattia, forse per la menzogna che si stende sopra ogni parola, ogni, gesto, ogni sguardo. Una menzogna apertamente condivisa dalla moglie, divisa tra il fastidio e la cura, pronta a rimproverare il marito di non attenersi alle indicazioni dei medici, quasi a dare a lui la colpa di questa condizione.

Finché, a poche ore dalla fine, mentre, tormentato dal dolore, Ivan Il‘ič agita convulsamente le mani, una mano gli capita sulla testa del figlio, seduto accanto a lui in silenzio. Commosso, il figlio afferra la mano del padre nelle sue, se la porta alle labbra e scoppia a piangere. È allora che Ivan Il‘ič, strappato il velo della menzogna, mormora alcune parole rivolte alla moglie:

“ – Portalo via… mi fa pena, e anche tu … – Voleva aggiungere anche ‘perdona’, ma disse ‘abbandona’ e, senza più forze per correggersi, manifestò rassegnazione con un gesto della mano, sapendo che chi doveva capire, avrebbe capito.” (pp. 155-157)

Un gesto, una parola, pronunciata ormai senza forze, con rassegnazione. Chi doveva capire avrebbe capito. Avrà capito? Chi di noi ha vissuto la morte di persone care sa quante volte si ritorna con la mente alle ultime parole udite pronunciare da loro. In quelle parole vorremmo leggere il senso ultimo della loro vita, del loro rapporto con noi, a risolvere, se possibile, il non detto, i malintesi di tutt’un’esistenza. O cogliere, invece, l’eco flebile di un’altra dimensione, di una direzione verso cui ormai loro sono già proiettati. Lo capiremo mai? Capiremo mai cosa racchiudono gli ultimi istanti di vita di una persona? Una ricerca sulle ultime parole di uomini e donne sul loro letto di morte, di cui riportava un articolo qualche settimana fa sul New York Times, rivela che quei momenti, da noi, chi resta, vissuti e rivissuti alla ricerca di un senso, di un ultimo messaggio, quei momenti sono in realtà imperscrutabili, e raramente i gesti e parole di chi se ne sta andando sono un’eredità lasciata consapevolmente a chi resta. Piuttosto, sono qualcosa che ci troviamo fra le mani, che giriamo e rigiriamo, e che forse ci accompagnerà per sempre. Raramente una benedizione, più spesso un enigma.

Nella vita di Ivan Il‘ič, nella sua malattia, nella sua morte, c’è qualcosa di tutti noi. E questa è la forza della letteratura.

Poche sere fa, a cena con amici, uno di noi ha cominciato a parlare della morte. Ci aprirà le porte all’universo, dall’alto di una montagna? Ci rattrappirà in noi stessi, spegnendo progressivamente il nostro interesse per la vita. La risposta la conosceremo, un giorno, e forse la terremo per noi.

 

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Antelope Canyon, Page, AR e la chiesa di Hohenzollernplatz, Berlino (foto Boris P.)

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Biglietto da Helsinki

Cos’ho imparato, sentito, visto, vissuto in sei giorni a Helsinki (17-22 gennaio 2016)

Primo giorno, domenica 17 gennaio

Arrivo nel primo pomeriggio dall’aeroporto su un autobus della Finnair fino alla residenza universitaria Töölö Towers. Assorbo i paesaggi innevati e il silenzio. Una volta sistematami nella mia stanza, esco ad esplorare i dintorni.

Anche se non sembra, non sono in un film di Kaurismaki (Aki, non Mika).

Camminare nella neve si può, con gli spike.

Quando il freddo è freddo non basta la berretta di lana, ci vuole anche il cappuccio sopra. E la sciarpa intorno.

Un berretto di pelo, però, tiene sicuramente più caldo.

Le porte si aprono girando la chiave in senso antiorario.

In finlandese ci sono vocali brevi, vocali lunghe e vocali così così.

In Finlandia al cinema proiettano film in lingua originale coi sottotitoli. I film finlandese hanno i sottotitoli in svedese. Ho rinunciato ad andare al cinema e preferito guardare alla tv un programma in finlandese senza sottotitoli alcuni. Avrò fatto bene?

Secondo giorno, lunedì 18 gennaio

Per vestirsi a strati ci vuole un’ora (quasi). Per svestirsi, di meno.

Helsinki è piena di caffè.

Camminare nella neve si può, anche senza gli spike.

Dopo la mia prima giornata al Centro Linguistico dell’università, vado in piscina. Una piscina stile liberty, Yrjönkadun uimahalli, dove sono accettate anche donne col costume da bagno, la maggior parte però nuota nuda. Ci sono tre corsie, una per le nuotatrici, una per le nuotatrici veloci e una per il jogging acquatico. Non vi dico com’è nuotare quando nella corsia vicino donne nude fanno jogging acquatico (ma ve lo potete immaginare).

Rientro con le migliori intenzioni per lavorare, ma nella residenza universitaria internet non funziona. Ripiego sulla tv. Questa volta inglese con sottotitoli in finlandese.

Terzo giorno, martedì 19 gennaio

Esco sulle otto e mezza, è ancora buio pesto. Vado all’università in tram, il corso cui voglio assistere, il mitico ALMS (Autonomous Language Learning Modules), inizia alle nove. Quattro ore intense di attività e riflessioni sulla lingua, sulla propria biografia linguistica, su opportunità, metodi e strategie. Quattro ore in cui l’insegnante non ha smesso di riconoscere, apprezzare e valorizzare ogni singolo studente.

In una biblioteca, non ho capito se qui a Helsinki o altrove, ci sono cani addestrati come assistenti di lettura (reading training dogs): ti ascoltano e se leggi bene abbaiano di approvazione.

Dopo il corso mi avventuro su un boulevard, una specie di ramblas, che porta al mare. Senza spike. Lo spettacolo che mi aspetta è del tutto inaspettato: un mare di neve. Letteralmente. Resisto alla tentazione di buttarmici, e anche a quella di saggiare con la punta del piede la consistenza del ghiaccio.

Poi mi rifugio in un caffè, dove lavoro fino dopo il calar del sole (si fa per dire).

Anche il lago gelato vicino alla residenza universitaria di Töölö Towers non è un lago. È una baia del Mar Baltico.

Quarto giorno, mercoledì 20 gennaio

Trascorro una giornata intensa, in una serie d’incontri con diversi colleghi, quasi tutti finlandesi. Con l’abitudine ho imparato ad aspettare che il mio interlocutore finisca di parlare prima di replicare. Con i finlandesi questo può significare tollerare anche lunghi silenzi, visto che parlano lentamente, con lunghe pause tra una frase e l’altra. Se credi che abbiano finito la frase e ti costringi ad aspettare ancora un po’, ti accorgi che no, la frase non era affatto finita. Quando un finlandese fa una pausa nel discorso, non significa che abbia finito di parlare. Non significa che non abbia più niente da dire.

Mentre cammino mi esercito a ripetere fra me e me le parole che sento. Le poche parole che distinguo. Intanto ho imparato a pronunciare bene “kiitos”, che vuol dire grazie.

Dopo il lavoro all’università e in stanza mi avvio verso la piscina di Mäkelänrinnen, la più grande e moderna di tutta Helsinki. Studio minuziosamente il tragitto fin là, un tram e un autobus, segno tutto su un foglio da consultare facilmente senza occhiali, esco e quando sono in tram mi accorgo di aver lasciato a casa il foglio. Alla fermata dove suppongo di dover cambiare sono disorientata, visto che il cellulare a queste temperature spesso si spegne, entro nel primo negozio per consultare google maps. È un negozio di articoli per cani. “Voinko auttaa Teitä?“ (Posso aiutarla?) “May I help you?” mi chiede la commessa, una ragazzina bionda dal viso rotondo e le trecce. “I don’t think so”, rispondo io, pensando già a come fare a dire qual è la piscina dal nome impronunciabile dove sono diretta. E invece sì, mi può aiutare. La fermata dell’autobus è proprio davanti al negozio. Il resto è una passeggiata, sulla neve e sul ghiaccio, sì, ma una passeggiata. Kiitos!

La piscina è un sogno, nella mia top ten personale delle piscine al primo posto, insieme alla piscina olimpica Grand Nancy Thermal, a Nancy.

Quinto giorno, giovedì 21 gennaio

Prima del workhop che animerò mi rifugio un paio d’ore nella biblioteca universitaria, per finire di prepararlo. Circondata dall’architettura e dal design finlandese, immersa nel bianco, intorno a me studenti alle scrivanie, negli angoli lettura, fuori dalla finestra i tetti di Helsinki, tutto mi pare easy. Forse qui tutto è più easy. Più facile sicuramente.

Dopo la giornata all’università, insieme a Leena andiamo a casa di Flis, Felicity, una collega appena andata in pensione, anche lei una delle anime dell’autonomia in glottodidattica a Helsinki e in Europa. Per la prima volta entro in una casa finlandese. Un appartamento al quinto piano di un edificio degli anni Trenta, molto legno, ampie finestre, in una fuga di stanze. Anche lì c’è un Berliner Zimmer. Tanti libri e tappeti. Le mie colleghe, appassionate di letteratura, proprio in questi giorni stanno leggendo Elena Ferrante. Sono loro a tessermene le lodi.

Poi andiamo al ristorante, e così scopro che il Ravintola (ristorante) proprio all’angolo della residenza universitaria non è, come credevo, un ristorante dismesso, bensì uno dei più noti della città. Appena entrata sono investita da un’aria kaurimakeska: arredi di legno, tavoli stile anni Venti o Trenta veterosocialisti, luci soffuse, poco o niente rumore.

Sesto giorno, venerdì 22 gennaio

Oggi, ultimo giorno, prima di partire seguo il consiglio di Massimo e vado al Kiasma, museo di arte contemporanea.

Un bell’edificio, architettura ardita. Percorro le sale distribuite su cinque piani visitandone le esposizioni. Una di queste è “School of disobedience”, di Jani Leinonen. Un’esposizione critica, che rovescia i miti della società dei consumi, li mette in questione, usandone i logo che ormai hanno inondato la nostra visuale. Logo di catene di fast food, di supermercati low cost, scomposti e ricomposti per formare frasi che ci fanno pensare. Ci costringono a pensare. A tutto ciò che nella storia è da imputare a un’obbedienza acritica: guerre, genocidi, schiavitù. “Historically the most horrible things like wars, genocides and slavery have not resulted from disobedience, but from obedience.”

Forse anche noi dovremmo cominciare a disobbedire.

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(foto: Giovanna T.)

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Mugs and magnets

Los Angeles, 25 agosto

Come in ogni viaggio, il momento culminante prima del rientro è quando si fanno i bagagli. Questo avviene in genere la sera prima della partenza, e il frame, lo scenario comprende fissare una stanza in un albergo vicino all’aeroporto, caricare valigie, borse e borsine, vettovaglie e generi sparsi in tutta la macchina su un carrello portabagagli dell’albergo, stando bene attenti a non sbilanciarlo (per avere un’idea guardate la foto del viaggio negli USA di tre anni fa), sparpagliarne il contenuto nella stanza d’albergo, cominciare la cernita soppesando gli articoli suscettibili di essere lasciati qui, e, da ultimo, stipare le valigie, senz’escludere, di tanto in tanto, un andirivieni dovuto a esitazioni di fronte a una bottiglia di vino, o una confezione nuova di Nivea per il corpo, di dentrificio e simili: “Lo prendo o lo lascio qui?”. Insomma, come oggi.

Durante il viaggio Boris ha comprato 17 magliette (non 34, come erroneamente credevo), 19 CD (prevalentemente musica nativo americana, ma anche rock, pop, reggae e melodica), un numero imprecisato di calamite, qualche tazza (come rinunciarvi?), cartelli avvisaorsi, numerosi libri di varie dimensioni e peso, regali per le famiglie a Berlino e a Forlì, e, last but not least, un bel po’ di pietre dure e rocce comprate al Moab Rock Shop.

Il tutto va naturalmente messo in valigia, ripartendolo equamente tra la mia e la sua, per evitare il più possibile eventuali sovrappesi, come insegna l’esperienza (già tre anni fa Boris si era procurato due valigie in più, comprate a un garage sale, il che non gli bastò ad evitare di comprarsene un’altra, più solida e capiente, in aeroporto a Denver).

Vedendo crescere di giorno in giorno il bottino raccolto da Boris, io avevo cominciato a immaginare alcune strategie per evitare il sovrappeso. Tra queste le più fantasiose erano:

  • Confezionare una T-shirt fatta tutta di CD, con le relative custodie, debitamente incollati tra loro, da indossare il giorno della partenza (l’alternativa prevista da Boris, eliminare tutte le custodie e mettere in valigia solo i CD con i booklet della copertina si è rivelata nell’applicazione troppo laboriosa);
  • Comprarsi un bel cinturone da cowboy di quelli con il posto per le pallottole e metterci, arrotolate, tutte le T-shirt; o, in alternativa
  • Corredare la suddetta cintura di moschettoni cui appendere gli oggetti acquistati, in particolare quelli più ingombranti o pesanti, come tazze o libri o calamite varie. A eventuali divieti del personale di sicurezza dell’aeroporto obiettare che si tratta di un costume  rituale, tipico di noi adepti di una religione in cui si venerano mugs and magnets (tazze e calamite). A supporto di quest’argomentazione avrei potuto portare la varietà di chiese e religioni ammesse qui negli States, proprio oggi a Las Vegas abbiamo visto un cartello che recitava “Bacon is our God. We believe in bacon because it is real.”, firmato United Church of Bacon.

Boris non ha scelto nessuna di queste alternative. Ha fatto la sua valigia, andando avanti e indietro per la stanza, parlando fra sé e sé, e poi, non contento, ha messo mano anche alle mia, che io avevo preparato a modo mio, con biancheria, indumenti e libri ben ordinati (memore degli zaini scout dei miei nipoti), rivoluzionandomela tutta e appesantendomela in modo per me inaccettabile. Poi le ha chiuse tutte e due, sentenziando: “Se ci sarà sovrappeso ci penseremo domani.” Io, saggiamente, ho taciuto.

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(foto: Giovanna T.)

Post scriptum

Il giorno dopo, in aeroporto, la sua valigia pesava 24,9 chili, la mia 26 (permessi erano 23 chili). I nostri zaini, da imbarcare in cabina, superavano i 9 chili. L’hostess di terra, al check in, molto gentilmente ha fatto passare la sua e a me ha chiesto se potevo togliere qualcosa e metterla in una sporta. Sapevo cosa fare: ho subito preso la custodia della macchina fotografica di Boris, che lui aveva riempito con alcune delle pietre comprate e raccolte, e gliel’ho rifilata in mano. Risultato: due chili in meno.

Post post scriptum

Alleggerita così la coscienza, oltre che la valigia, ci siamo dedicati alle nostre attività preferite in aeroporto: bere caffè e fare shopping. I due chili di M&M alle mandorle, introvabili da noi in Europa, ce li siamo addossati volentieri.

Post post post scriptum

Per la cronaca, le nostre valigie pesavano all’andata, rispettivamente 13 chili e 13 chili e 6.

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Folle Flagstaff

23 agosto

Ci lasciamo alle spalle Page, Arizona, la cittadina fantasma dalle sedici chiese per meno di seimila abitanti, in cerca di vita urbana. Dopo oltre tre settimane di natura a perdita d’occhio, siamo carichi di impressioni e immagini, terre rosse, archi, canyon, altipiani sconfinati che cambiano colore col cammino del sole, tramonti di fiamma e deserti; dopo tutto ciò sentiamo il bisogno di città, per prendere il respiro, per distrarre gli animi da questa overdose di bellezza. Ci fermiamo un’ultima volta a Horseshoe Bend, un altro miracolo della natura, il Colorado River un boa avvolto intorno a un enorme ferro di cavallo di roccia arenaria: le sue acque si muovono lente, viste da quassù, ma potenti, a giudicare dalle centinaia di miglia di canyon scavati attraverso questi vasti territori, dal Colorado, allo Utah, all’Arizona… Ci congediamo da questo fiume magico e misterioso, e ci rimettiamo in viaggio.

Non passa molto tempo che il paesaggio cambia. Le distese rosse e desertiche lasciano il posto a prati – oh, che sensazione rivedere il verde, disseminato dal giallo dei fiori, è un sentirsi rinascere – e boschi, l’odore delle conifere ci raggiunge attraverso i finestrini della macchina.

E poi siamo a Flagstaff, ridente cittadina dell’Arizona, a 80 miglia dal Gran Canyon, al principio della Route 66, sede della NAU, Northern Arizona University. Attraversati i sobborghi, costeggiati da motel, garage, bar, senza soluzione di continuità, alla nostra sinistra la ferrovia, entriamo nel cuore della città.

Un attimo, e scorgiamo l’insegna alta di un hotel, Hotel Monte Vista, un vecchio edificio in mattoni rossi in San Francisco Street, un’enorme reception con tappeti spessi e mobili in legno massiccio, un luogo accogliente e strano, con accesso diretto a un barettino frequentato, una sala da tè, un ristorante, e una cocktail lounge al seminterrato.

Una stanza ce l’hanno. Prima follia? No, l’albergo costa meno di quanto pensassimo. Saliamo al terzo piano e, aggirandoci nei corridoi alla ricerca della stanza 303, leggiamo sulle porte: Barbara Stanwyk – 304, Bon Jon Jovi – 305, Gary Cooper – 306, Debbie Reynolds – 307. Wow!. Arriviamo alla nostra: Air Supply – 303. Con tanti VIP accanto, ci sentiamo VIP anche noi e prendiamo possesso della nostra stanza. Solo più tardi, già lasciato l’hotel, lasciata la città, leggeremo che, tra i suoi ospiti famosi, l’Hotel Monte Vista vanta anche alcuni fantasmi, che rivelano la loro presenza in svariati modi. Per fortuna non ne abbiamo incontrato nessuno, nemmeno l’elevator attendant, che si rivelerebbe con una voce incorporea che chiede “Which floor may I take you to?”

Gli spirits il venerdì sera si concentrano prevalentemente nella cocktail lounge, un affollamento di giovani uomini e donne il cui tasso alcolico e acustico investe il marciapiede circostante nel raggio di duecento metri, ragione per cui, rientrando in albergo a tarda sera dopo un’escursione cinematografica assai avventurosa, la cocktail lounge l’abbiamo bypassata.

Sistematici in albergo, siamo subito pronti ad assaggiare la città, pregustando i sapori dell’urbanità. Il primo è tutto dolce. Dall’altra parte della strada, Aspen Avenue, ci attende lo Sweetshoppe Candy Shop, con una tavolozza di mele caramellate al cioccolato, cioccolato e macadamia, arachidi, noci del brasile e una varietà di cioccolate artigianali che la scelta ci imbarazza. Pregustiamo, gustiamo, facciamo il pieno per il resto della giornata. Passeggiamo per il centro della città, la downtown storica, annusiamo vetrine di negozi di abbigliamento, fotografiamo le immancabili bandiere a stelle e strisce negli edifici storici, ci intratteniamo con un pittore che sta decorando il muro di un edificio: Toulouse Lautrec e Frida Kahlo si danno la mano, sopra di loro aquile, farfalle e pappagalli colorati. Ci fermiamo increduli davanti a una chiesa dai muri di pietra, dal campanile e dai contrafforti rosa, che sembra uscita dalla favola di Hansel e Gretel, mi avvicino per capire se è fatta di marzapane e se ne può staccare un pezzetto. (Church of the Nativity, Flagstaff, AR). Proseguiamo, inoltrandoci in una galleria del centro, un negozio attira la nostra attenzione, Black Hound, c’è di tutto, carta igienica con la faccia della Merkel, calamite gay, tazze Star Trek con Captain Kirk e Mister Spock, edizioni scelte di saggi sociolinguistici come Watch your F*cking Language, teste di animali di gomma, unicorni, maiali, orsi, cavalli, tori, bulldog, non si sa se destinate a feste di carnevale o rapine in banca, e naturalmente T-shirt, T-shirt, T-shirt, che se Boris non ne avesse già comprate 37 durante queste vacanze, adesso ne comprerebbe un altro paio.

Quando usciamo siamo un po’ brilli, e veniamo catapultati in una libreria antiquaria, Starrlight books, in un piccolo edificio bianco e verde, vecchi scaffali odorosi di carta vecchia, collezioni di fumetti e fantascienza, libri storici, letteratura, poesia, saggi, un retrobottega a winter garden con due sedie di paglia, un tavolino, e una scelta di libri aperti. Mentre sfoglio una traduzione americana di “Se una notte d’inverno un viaggiatore” e annuso Steinbeck in edizione originale, Boris è già immerso in una fitta conversazione con il proprietario, storie di pirati e di indigeni, e il proprietario, tutto preso, apre la vetrinetta dei tesori e gli mostra un’edizione del 1700 del primo libro sulle culture indigene, scritto da un pirata che, ferito, si dovette fermare su un’isola dei Caraibi, accolto e curato da sciamani delle popolazioni indigene. Insomma, Pirates of the Caribbean (I pirati dei Caraibi) in versione originale!

Questo ci riporta a uno dei desideri espressi la mattina in macchina, alla volta di Flagstaff: andare al cinema. Una breve perlustrazione del centro ci rivela la vitalità cinematografica di Flagstaff, che offre cineforum e serate a tema, horror il mercoledì, film storici il lunedì, ma oggi è venerdì. Anche lo storico teatro Orpheum, del 1911, non ha in programmazione niente per stasera. È così che, dopo una lunga ricerca su internet, troviamo finalmente una multisala, gli Harkins Theaters, e ci prepariamo alla nostra serata cinematografica. Un’occhiata al programma, un’occhiata alla cartina, e siamo partiti per l’avventura cinematografica.

Avventura cinematografica che, anche questa una piccola follia, si può riassumere nell’erronea trasposizione di distanze americane in distanze europee. Un po’ come le miglia e i chilometri, il cui calcolo, per quanto preciso, non rende mai l’idea delle distanze percepite. Al cinema, distante sulla carta circa un miglio, ci vogliamo andare a piedi. E così facciamo, prendendo la San Francisco Street, attraversando la ferrovia, costeggiando il cimitero, oltrepassando il campus della NAU, e una MALL e inoltrandoci sulla collina alla volta degli Harkins Theaters. E, come nelle favole, camminacheticammina, dopo esserci persi nella MALL, aver vagato da una stazione di servizio a un fast food, aver percorso una strada a serpentina prima in un senso poi nell’altro, finalmente arriviamo in vista del cinema, di cui intravediamo, dietro un bosco fitto di abeti, l’enorme insegna al neon.

Camminare in sé non è il problema. Il problema è camminare in una città americana. Perché nessuno, dico nessuno, va a piedi e se vai tu a piedi uno ti senti fuori posto, due non incontri nessuno a cui chiedere informazioni, tre rischi di non essere visto al buio perché tutti, dico tutti, si spostano in macchina. Al ritorno dal cinema, in camminocheticammino verso downtown, verso il nostro albergo abitato dagli spiriti (informazione che per fortuna non ci è ancora nota) c’imbattiamo in un treno merci che corre sui binari. Mentre il treno corre e corre continuo a dire a Boris, che bello, che bello, non finisce mai, e guardo il treno e guardo Boris e lo vedo assorto (il treno, non Boris, anzi no, Boris, non il treno) come in un mondo suo: starà meditando? Avrà visto un fantasma? (No, quello non lo sapevamo ancora) Gli sarà venuta in mente una storia? Finalmente il treno finisce e Boris si riprende: 184 vagoni. Li ha contati!

Al cinema ci torniamo la sera successiva, a vedere The gift, di Joel Edgerton, un thriller psicologico davvero fantastico. Ci torniamo in macchina, stavolta, per non avere sorprese. La sorpresa invece ce l’abbiamo in sala: nei momenti clou del film, quando la musica si fa inquietante e la macchina da presa percorre il corridoio dell’appartamento disseminato da tracce di sangue e improvvisamente gira l’angolo, tutta la sala ha un sobbalzo e tutti, dico tutti, urlano di paura. Così urlo anch’io senza problemi (a Berlino non oserei mai, al massimo tratterrei il respiro e soffocherei un “Ooohhh!”). Urlo e poi rido, e mentre torniamo in albergo continuo a ridere: “Ils sont fous, ces américains!”.

L’albergo non è più l’Hotel Monte Vista, perché per la seconda sera, il sabato, non ha più stanze libere. Meglio così, col senno di poi, pensa se ci avessero dato una stanza già occupata da un fantasma, la 305, con la “rocking chair” o la 210, dove John Wayne in persona vide il fantasma Bellboy. No, la seconda sera siamo al Downtowner, un motel storico della Route 66, ora ostello per la gioventù, dove abbiamo conquistato l’ultima stanza privata libera, tutt’intorno a noi giovani backpacker che tra una birra e l’altra, un passaggio e l’altro, si accontentano di un letto in una stanza da otto.

Guadagniamo la nostra stanza, il nostro queen bed, e prima di addormentarci, mentre fuori imperversa il sabato sera, musica e voci indecifrabili, ripensiamo alla folle Flagstaff, e ai folli noi, e, mentre a un centinaio di metri sentiamo arrivare il treno, ci sentiamo giovani, anche noi…

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(foto: Boris P.)

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Archi, angeli e arcobaleni

20 agosto

La tappa più attesa del nostro viaggio è Moab, Utah. A Moab ci siamo fermati una settimana, da trascorrere ad Arches e Canyonlands, paesaggi che ci avevano magicamente conquistati durante il nostro primo viaggio negli USA.

Al nostro ingresso nello Utah, ancora sulla Interstate 15, siamo stati accolti da un arcobaleno. Ci eravamo appena fermati a una stazione di servizio, depistati dal navigatore, “la signorina”, e un po’ offuscati, quando ci ha colto la pioggia, con quelle goccione enormi come le ricordavo dalla prima visita ad Arches, gocce che quasi ci schiaffeggiavano. Sono bastati pochi minuti appoggiati alla macchina, nel parcheggio dell’area di servizio, fermi a guardare le montagne, esposti al vento e all’acqua che cadeva di taglio, a lavarci dal malumore e dall’incertezza. E, ripresa la strada, ci si affianca l’arcobaleno. Un arcobaleno enorme, completo, uno solo, poi due, tra il verde delle montagne, il nero e il grigio delle nuvole, l’arancio del sole, mentre la pioggia andava e veniva. Siamo nello Utah, nella terra magica delle montagne e dei canyon rossi, delle nuvole che inondano di viola il tramonto, delle colonne di pioggia che si disegnano nel vasto orizzonte – cielo e terra a 180 gradi, senza segni di intervento umano.

Arriviamo a Moab la sera seguente, dopo aver attraversato pascoli verdi e paesi di quattro case, esserci inoltrati nel Capitol Reef National Park, e lasciato alle nostre spalle, dopo i canyon, enormi montagne grigie. Non so come, a Moab ci sentiamo subito a casa. È una cittadina turistica senza pretese, ma accogliente. O sarà per le montagne rosse che la costeggiano?

Il ritorno ad Arches è indescrivibile. Appena entrati nel parco sono sopraffatta dall’emozione. Un’emozione già provata, ma questa volta ancora più intensa: la meraviglia, lo stupore e al tempo stesso un’indefinibile affinità con queste roccione rosse che si stagliano, che sfidano le leggi della statica e dell’equilibrio (Balanced Rock), con questi scorci che si aprono all’orizzonte. Cosa mi lega a questi luoghi? A questa terra così unica? Ci sono stata in un’altra vita? O è semplicemente sacra?

In questa settimana a Moab abbiamo trascorso tre giorni ad Arches, camminando, molto, assorbendo il sapore del vento e delle rocce, respirando la sabbia e il sole. Tacendo, pregando. Che questi giorni non finiscano mai. Che questi archi così fragili restino in piedi. Che altri se ne formino, nelle migliaia di anni di questo pianeta.

Park avenue, le tre sorelle, Balanced Rock, Courthouse Towers, le due Windows (raggiunte questa volta dal primitive trail), Turret Arch, Skyline Arch, Sand Dune Arch, Landscape Arch, Tunnel Arch, Pine Tree Arch, tre elefanti. Non so descrivere la sensazione di pienezza, di pace, di essere uno con il paesaggio.

L’ultimo giorno l’abbiamo dedicato a Delicate Arch. Tornando, prima sul percorso fatto tre anni fa, al Wolfe Ranch, poi incamminandoci alla volta dell’arco. Cinque chilometri di cammino, salendo sotto il sole su una montagna di pietrone rosse, enormi mammelle o dinosauri che ti chiamano a proseguire, oltre il sudore e la fatica. E un paesaggio che si apre, a poco a poco, in bacini concavi che ti accolgono senza riserve. L’ultima parte del percorso, un sentiero stretto di pietra, appoggiato alla roccia a destra e aperto su un lago di rocce a strapiombo sulla sinistra, richiede tutta la mia attenzione. E poi, improvvisamente, Delicate Arch. Le foto che tanto spesso si trovano su internet, sulle guide, che tutti ammirano, non rendono giustizia a Delicate Arch. Perché Delicate Arch è solo una parte di un paesaggio mistico: un grande bacino concavo che si apre a ovest dell’arco, una parete che lo chiude dalla parte opposta, e poi l’arco, finestra sull’infinito, tutto l’insieme è un tempio naturale che ispira meraviglia e venerazione. Il senso del sacro. Nel significato etimologico del termine: un recinto naturale, in cui si raccolgono i misteri inviolabili dell’universo.

Quanto siamo rimasti lassù? Non lo so. Non me ne sarei mai andata. Stanchezza, caldo, sete, tutto era sparito in quel cerchio magico. Solo il vento, che soffiava con tutta la sua forza, a spazzare via le impurità, a strappare i pensieri dalla testa, che quasi non te ne restavano più, inutile rincorrerli, erano già persi / precipitati nello strapiombo. Il vuoto mentale, un esercizio zen in grembo a Madre Terra.

Infine siamo dovuti tornare. Sospinti dal vento, lampi e colonne di pioggia all’orizzonte, accanto al sole e alle nuvole che si preparavano a stendere i loro drappi rosseggianti.

L’ultima passeggiata ad Arches, l’ultimo giorno a Moab. Ci prepariamo a congedarci dal miracolo.

E poi, già in macchina, usciti da Arches, sulla via per Moab, un altro miracolo. Un arcobaleno davanti a noi. Un arcobaleno, due arcobaleni e in mezzo un raggio di luce, una colonna di pioggia bianca, due ali, sì due ali. Un angelo. Scende a salutarci. Ad accompagnarci. Non siamo soli. Proseguiamo.

 

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Archi e arcobaleni ad Arches (foto di Giovanna T. e Boris P.)

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Flash flood

Moab, UT, tredici agosto

Tra i numerosi avvertimenti ai visitatori dei canyon ci sono quelli relativi al pericolo di flash flood (inondazioni lampo). Nel foglietto illustrativo ricevuto al Capitol Reef National Park le flash flood sono indicate come “unespected danger”. Le flash flood sono inondazioni improvvise di canyon e di wash, letti di torrenti stagionali. Generate da temporali, spesso lontani, anche in periodi secchi, riversano nei wash repentinamente e rapidamente enormi quantità d’acqua e di detriti, pietre, rami, fango, travolgendo tutto quello che incontrano, persone e auto comprese. Possono arrivare fino a 15 piedi d’altezza, circa quattro metri e mezzo, ed essere mortali.

Nel 1997, ad Antelope Canyon (Page, AZ), dodici persone hanno perso la vita travolte da una flash flood. No chance. Qualche settimana fa, sempre ad Antelope Canyon, un gruppo di turisti e una guida sono riusciti a mettersi in salvo appena in tempo da un’altra flash flood, sollevando in aria i bambini che erano con loro, che rischiavano di essere sommersi dai flutti.

Le flash flood si annunciano con un forte rombo, simile a quello di un jet. Per mettersi in salvo bisogna salire subito in alto, dove si può, arrampicandosi sulle rocce o su altro luogo elevato; se ci si riesce, si è salvi. Poi, aspettare che il livello dell’acqua scenda (può volerci qualche ora, a volte anche più). Per salvarsi, ci vogliono sangue freddo e rapidità di reazione (e, in un secondo momento, pazienza). L’altro ieri Boris e io eravamo sul fondo di un wash nel Capitol Reef National Park; c’eravamo arrivati in macchina, in una giornata di pioggia. Scesi dalla macchina, c’eravamo allontanati di qualche passo per fare delle foto, Boris vicino a una parete rocciosa, io più in basso, tra gli arbusti. Improvvisamente abbiamo sentito un rumore, come un rombo lontano. L’orecchio teso in ascolto, il tempo di qualche istante, poi Boris mi ha chiamato: “Giovi, vieni qua!”. Io ho tardato pochi secondi, tra l’incredulo e lo spaventato, mentre ancora rielaboravo l’informazione, il tempo di rendermi conto che il rombo era quello del motore di un’automobile che si avvicinava lungo il wash. Nessun pericolo, quindi. Ma se fosse stata davvero una flash flood, forse sarebbe stato troppo tardi. Quei pochi secondi d’esitazione sarebbero stati troppi.

Forse in situazioni di reale pericolo ci viene in aiuto l’istinto. Una scarica di adrenalina acuisce i sensi e accorcia i tempi di reazione. Ricordo che Bibi Nanki, una mia insegnante di yoga, sorpresa dallo tsunami del 26 dicembre del 2004, in Thailandia, raccontò di essersi salvata arrampicandosi con una rapidità insospettata su un albero, sentendosi come sospinta in alto, mentre l’acqua la sommergeva, senza neanche sapere bene come, o da che cosa. Correre via non sarebbe servito. Poi, mentre sull’albero aspettava che l’ondata si calmasse, continuava a ripetersi un mantra, per darsi un briciolo di speranza… Ancora oggi Bibi Nanki non sa cosa l’ha aiutata a salire sull’albero quando l’onda la travolgeva. L’istinto, o l’universo.

A volte la vita ci sorprende con flash flood: pericoli, travolgimenti, esplosioni non arginabili, senza preavviso ci sommergono. Eventi più grandi di noi, più forti di noi, davanti ai quali siamo inermi, indifesi. Anche in questi casi l’unica salvezza è innalzarsi al di sopra dei flutti, come mi consigliò un giorno una saggia persona. Andare in alto, prendendo con sé la bambina inerme che è in noi. Osservare il disastro sotto di noi senza assoggettarvisi. Poi, aspettare pazientemente, invocando l’aiuto dell’universo, che l’ondata si calmi, l’acqua receda, il sentiero si liberi.

Come in natura, anche nella vita le flash flood, possono sopraggiungere da luoghi remoti, che neppure conosciamo. Come in natura, anche nella vita le flash flood ci travolgono con detriti, fango e rovine, e lasciano traccia: sradicano alberi, fendono pareti di roccia, scavano canyon. Poi, a poco a poco, decrescono.

L’altro ieri, a Capitol Reef, non c’è stato pericolo, per fortuna. Altre flash flood sono passate. E siamo ancora qui.

Flash flood ad Antelope Canyon, Page, AZ (https://www.youtube.com/watch?v=m44gkjMukP0)

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