Temporali tropicali

Qualche giorno fa, a colazione con Carla da Caino, mi sono fatta riraccontare l’episodio del temporale tropicale. Rieccolo – per chi non lo sa (“Io non la so!”, come si usa dire tra noi con gli amici di sempre per farsi riraccontare una delle tante storie che intessute nella nostra memoria collettiva…)

Di tappa a Miami nel loro viaggio verso il Messico, appena arrivata in albergo – un edificio gigantesco a pochi metri dall’oceano – Carla si precipita in spiaggia. Promette a Piero, suo marito, di aspettarlo per fare il bagno, ma non resiste, e va subito a mollo. Dal mare tiene d’occhio la spiaggia, per poter vedere Piero al suo arrivo e fargli segno. Quand’ecco che Piero arriva e contemporaneamente dietro l’albergo si profila un addensarsi di nubi nere nel cielo, e Carla, con l’eccitazione di una bambina, grida: “Guarda Piero, un temporale tropicale!”

Piero fa appena in tempo a voltarsi e in men che non si dica la temperatura scende di venti gradi, un fuggi fuggi dalla spiaggia a rifugiarsi in albergo: pioggia, grandine e neve si abbattono sul paese, le iguane vanno in catalessi e cadono dagli alberi. Carla e Piero sono costretti a trascorrere tutto il loro soggiorno a Miami infreddoliti in albergo.

Altro che temporale tropicale! Mentre torno a casa, quel giorno e nei giorni seguenti al nostro incontro, l’episodio mi torna sempre in mente, mi accompagna, quasi una cifra di lettura…

“Temporali tropicali” come quello sono abbagli, eventi inattesi, improvvisi, fraintesi, di cui mal misuriamo l’intensità, la portata, le conseguenze. Tanti temporali tropicali hanno punteggiato queste ultime settimane. Il diluvio e il cielo imbiancato dai fulmini mentre da Tolmezzo scendevamo verso Trieste, sotto un’acqua torrenziale, e B., magico driver, immerso in un universo parallelo, ci conduceva sani e salvi a destinazione. E i giorni seguenti a Trieste, a Duino, mulinelli neri nel cielo che portavano scrosci interminabili e grandine, tuoni fragorosi e fulmini come non ne avevamo mai visti. Inquietanti, unheimlich, perché diversi da tutto, invertono le regole, non salgono dal basso come le trombe d’aria, ma scendono dall’altro e precipitano, si abbattono con violenza, sradicano alberi, distruggono, sconvolgono il nostro ordine, il mondo che ci siamo costruito. Mettono a nudo la nostra avventatezza, la nostra hybris nei confronti della natura che ci ospita.

“Temporali tropicali” anche dentro di me. Incontri inattesi, improvvisi, che lasciano un segno, che portano nuvole e scrosci d’acqua, onde alte che travolgono. Ed eccomi sbalzata fuori bordo, “ubriacata dalla voce” che esce dalle bocche dell’”antico”, il desiderio di abbandonarmi alla corrente. “Temporali tropicali” persistenti, perturbazioni nel cuore, così diviso e sopraffatto dal sovrapporsi e dallo staccarsi dei due mondi, dei tanti mondi dentro di me: volti amici, amati, voci che mi avvolgono, figure che mi chiamano, tra qui e là, in un girotondo felliniano.

Nostalgie del vissuto e del non vissuto, di chi ho incontrato in questi ultimi giorni e di chi non ho incontrato. Anche un messaggio whatsapp, una foto, può scatenare un diluvio di emozioni. I miei spiriti guida in continua trasformazione, come quelli dei bambini nella His dark materials trilogy di Philip Pullman: a volta a volta gatto, scimmia dorata, orsacchiotto, uccello di salina. Sono l’onda e il nuotatore, la fragile foglia e la radice, la zolla di terra e la zappa che la rovescia, il corso d’acqua e il deserto… Sono tutti loro, gli amici, la famiglia, gli amori, i dispiaceri, le nostalgie, le affinità intellettuali, i progetti, i libri scritti e quelli a venire, le parole non dette e quelle già dimenticate. Sono tutti voi e voi siete me…

“Temporali tropicali” sul mare. Basta un niente a scatenarli. La Vale mi racconta della traversata Corfù-Rimini appena conclusa: la barca che prende il vento come niente, burrasche e incidenti di percorso che avrebbero potuto lasciarli a piedi… Ma c’era Toto, “in barca si trasforma”, dice la Vale. Appena salito studia i venti, calcola le rotte, decide, parte in piena notte per una navigazione a venticinque nodi per quindici ore filate, di notte dorme appena, pronto a salpare appena si alza il vento. E consapevole, sicuro, attraversa i “temporali tropicali”, lasciandoseli alle spalle. Vorrei essere come lui? Calcolare non è il mio forte. Mi vedo più come l’Arsenio montaliano, pronta a seguire “il segno d’un’altra orbita”, “una tromba di piombo, alta sui gorghi / più d’essi vagabonda”…

È la voce cristallina della Carla a riportarmi sulla terra: “Guarda, Piero, un temporale tropicale!”

Il mare di Trieste (foto di Boris P.)

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