G alla terza

Sono sempre stata attratta dalle famiglie dei parenti che gravitavano intorno alla nostra: certo dai miei zii, la Piccia e Giancarlo, i più vicini, di fatto parte del nucleo familiare, con cui i legami sono stretti, e da persone più lontane fisicamente, la zia Irma, sorella di mia nonna, e i cugini di Trieste, o addirittura scomparse, la bisnonna, zii e nonni conosciuti solo per nome. Fin da piccola trascorrevo interi pomeriggi a casa della nonna, poi degli zii, non appena in grado di farlo da sola passavo settimane a Trieste nell’indimenticabile villa della zia Irma in Scala Santa.

La famiglia di mia madre essendo più numerosa di quella di mio padre, e forse più loquace, è da lì che viene il maggior numero di storie, di volti, di nomi.

Nelle ultime settimane si era stabilito un contatto con un cugino mai più incontrato da quando eravamo tanto piccoli da non ricordarci. Un avvicinamento graduale, una certa curiosità, qualche commento a post reciproci, qualche “mi piace”. E così è stato che, più per caso, ma non per caso, anzi con leggerezza, ci siamo incontrati. Non solo noi, ma le tre GGG: l’Anna, la Piccia e la Lella. Si erano annunciati insieme, infatti, lui e la “zia Lella”. La zia Lella, una presenza già famigliare, con i suoi occhi azzurri, lo sguardo vivace e il sorriso dolce. La zia Lella, che come ho appreso solo ieri, da piccola veniva chiamata in vari modi, tra cui “Sta’ un po’ zitta!”. La zia Lella, le cui visite alla nonna Vanda – per lei “la zia Vanda” – erano sempre occasione di gioia e di conversazioni animate.

Riconoscerla è stato un attimo. Siamo scese insieme ad incontrarla, la Piccia ed io. È bastata un’occhiata per ritrovare la fisionomia nota, la stessa di mia madre e mia zia, somiglianze di famiglia di cugine-sorelle: occhi chiari, volto affilato, quel profilo particolare, e il sorriso…

A sorriso si è aggiunto sorriso, quello di lui, il cugino mai più incontrato. È bastato un attimo. La sintonia è riesplosa immediata: mischiato a ricostruzioni genealogiche a beneficio di noi “giovani” – il chi è chi dei nonni, dei bisnonni, dei fratelli, dei figli, degli zii e delle zie – è tutto uno zampillare di ricordi, affettuosi epiteti, marachelle, punizioni impietose della nonna Adele, un’estate passata a casa della zia Vanda a ripassare latino con l’Anna… Si confondono le città e gli anni: era all’asilo o forse più tardi che uno dei due cugini difese l’altro, suo coetaneo, e scappò insieme a lui, trovando la via di casa attraverso tutta la città?

Cugini-fratelli, tra loro, come mio zio mi ripete ogni volta che lo vedo, rievocando Giorgio, la cui tragica fine ancora lo segna. Ci segna.

Tra ricordi ricostruiti insieme e segreti rivelati, le somiglianze di famiglia riemergono presto, e il denominatore comune si riafferma indiscusso: la “pazzia”. Una ”pazzia” buona, nel nostro lessico famigliare “pazzo” è da sempre un complimento, l’unico mai rivoltomi da mio zio, e poi mi ricordo che l’Olga mi chiamava “la pazza simpatica”, anzi venendo in casa soleva ripetere che l’unico sano di mente, a parte la Vanda, era il gatto. È la pazzia di chi dà in escandescenze, della nonna Adele che puniva i nipoti con una ventola, o tirando loro le bocce, ma anche la pazzia che la rendeva capace, ancora bambina, di guidare il carro pronta ad affrontare i briganti con uno schioppo tra le mani. La pazzia che la rese capace di occuparsi dei suoi nipoti, rimasti orfani, alcuni di padre, altri di madre. La pazzia che la condusse a mettersi in viaggio per riconoscere e recuperare il corpo di uno di loro…

Una pazzia, insomma, trasmessa da generazioni, che si esprime sì in vizi – o vezzi – ma anche in creatività, in pensiero laterale. Una pazzia che è saggezza di vita, che permette di viverne le contraddizioni, di accettarle, e di trasformarle in esperienza, di far coesistere la risata e lo sguardo serio all’essenziale.

Intorno al tavolo, questo pomeriggio, è tutto un darsi del pazzo, della pazza, un farsi complimenti.

E mentre il mio cugino ritrovato racconta alle zie di un ritratto nascosto dietro uno specchio di casa, uno specchio grande così, e la Lella mi parla del principio dell’omeostasi, dell’evoluzione di batteri che hanno saputo scegliere la collaborazione e la coesistenza, di ecosistemi che noi non solo abbiamo accolto nel nostro corpo, ma che ci permettono di provare emozioni e di ragionare, di prendere decisioni e di evolvere, nel nostro stare insieme di questo pomeriggio, nei volti, nelle risate, negli scherzi, nel pensiero rivolto a ci ha portato insieme, a chi ci ha messo sulla strada, nuovi frattali famigliari prendono forma: legami intellettuali, sentimenti, e progetti: “L’ordine strano delle cose”.

(Foto: Giovanna T.)

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