Flash flood

Moab, UT, tredici agosto

Tra i numerosi avvertimenti ai visitatori dei canyon ci sono quelli relativi al pericolo di flash flood (inondazioni lampo). Nel foglietto illustrativo ricevuto al Capitol Reef National Park le flash flood sono indicate come “unespected danger”. Le flash flood sono inondazioni improvvise di canyon e di wash, letti di torrenti stagionali. Generate da temporali, spesso lontani, anche in periodi secchi, riversano nei wash repentinamente e rapidamente enormi quantità d’acqua e di detriti, pietre, rami, fango, travolgendo tutto quello che incontrano, persone e auto comprese. Possono arrivare fino a 15 piedi d’altezza, circa quattro metri e mezzo, ed essere mortali.

Nel 1997, ad Antelope Canyon (Page, AZ), dodici persone hanno perso la vita travolte da una flash flood. No chance. Qualche settimana fa, sempre ad Antelope Canyon, un gruppo di turisti e una guida sono riusciti a mettersi in salvo appena in tempo da un’altra flash flood, sollevando in aria i bambini che erano con loro, che rischiavano di essere sommersi dai flutti.

Le flash flood si annunciano con un forte rombo, simile a quello di un jet. Per mettersi in salvo bisogna salire subito in alto, dove si può, arrampicandosi sulle rocce o su altro luogo elevato; se ci si riesce, si è salvi. Poi, aspettare che il livello dell’acqua scenda (può volerci qualche ora, a volte anche più). Per salvarsi, ci vogliono sangue freddo e rapidità di reazione (e, in un secondo momento, pazienza). L’altro ieri Boris e io eravamo sul fondo di un wash nel Capitol Reef National Park; c’eravamo arrivati in macchina, in una giornata di pioggia. Scesi dalla macchina, c’eravamo allontanati di qualche passo per fare delle foto, Boris vicino a una parete rocciosa, io più in basso, tra gli arbusti. Improvvisamente abbiamo sentito un rumore, come un rombo lontano. L’orecchio teso in ascolto, il tempo di qualche istante, poi Boris mi ha chiamato: “Giovi, vieni qua!”. Io ho tardato pochi secondi, tra l’incredulo e lo spaventato, mentre ancora rielaboravo l’informazione, il tempo di rendermi conto che il rombo era quello del motore di un’automobile che si avvicinava lungo il wash. Nessun pericolo, quindi. Ma se fosse stata davvero una flash flood, forse sarebbe stato troppo tardi. Quei pochi secondi d’esitazione sarebbero stati troppi.

Forse in situazioni di reale pericolo ci viene in aiuto l’istinto. Una scarica di adrenalina acuisce i sensi e accorcia i tempi di reazione. Ricordo che Bibi Nanki, una mia insegnante di yoga, sorpresa dallo tsunami del 26 dicembre del 2004, in Thailandia, raccontò di essersi salvata arrampicandosi con una rapidità insospettata su un albero, sentendosi come sospinta in alto, mentre l’acqua la sommergeva, senza neanche sapere bene come, o da che cosa. Correre via non sarebbe servito. Poi, mentre sull’albero aspettava che l’ondata si calmasse, continuava a ripetersi un mantra, per darsi un briciolo di speranza… Ancora oggi Bibi Nanki non sa cosa l’ha aiutata a salire sull’albero quando l’onda la travolgeva. L’istinto, o l’universo.

A volte la vita ci sorprende con flash flood: pericoli, travolgimenti, esplosioni non arginabili, senza preavviso ci sommergono. Eventi più grandi di noi, più forti di noi, davanti ai quali siamo inermi, indifesi. Anche in questi casi l’unica salvezza è innalzarsi al di sopra dei flutti, come mi consigliò un giorno una saggia persona. Andare in alto, prendendo con sé la bambina inerme che è in noi. Osservare il disastro sotto di noi senza assoggettarvisi. Poi, aspettare pazientemente, invocando l’aiuto dell’universo, che l’ondata si calmi, l’acqua receda, il sentiero si liberi.

Come in natura, anche nella vita le flash flood, possono sopraggiungere da luoghi remoti, che neppure conosciamo. Come in natura, anche nella vita le flash flood ci travolgono con detriti, fango e rovine, e lasciano traccia: sradicano alberi, fendono pareti di roccia, scavano canyon. Poi, a poco a poco, decrescono.

L’altro ieri, a Capitol Reef, non c’è stato pericolo, per fortuna. Altre flash flood sono passate. E siamo ancora qui.

Flash flood ad Antelope Canyon, Page, AZ (https://www.youtube.com/watch?v=m44gkjMukP0)

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Buddy bear

Yosemite, National Park, nove agosto

Prima di partire avevo espresso il desiderio d’incontrare un orso, in una safe situation, al sicuro, naturalmente. L’orso infatti è il mio animale preferito (ne ho quattro di peluche, un orso bruno, un teddy, un orso bianco e un teddy rosa), per la forza e la sicurezza che emana. Nella cultura nativo americana l’orso è un totem, considerato un tramite tra l’uomo e le forze naturali e sovrannaturali, capace di forza e ferocia, ma anche di mite introspezione nei lunghi mesi del suo ritiro invernale. L’orso mi piace, mi affascina per la tangibile dolcezza che emana dal suo muso, per l’apparente impaccio delle zampe quando stringono un pesce appena pescato, per la simpatia del suo grattarsi contro la corteccia di un albero, per quell’andare dinoccolato, per la sensazione di caldo rifugio che suscita la sua pelliccia.

È un animale che ispira sia potenti riti totemici sia racconti per bambini e adulti, Winnie the Pooh, Baloo nel libro della giungla, Koda fratello orso, figure che coniugano leggerezza e saggezza, come bene illustra il Tao di Winnie the Pooh, di cui ho parlato altrove.

Il mio desiderio si è avverato. Il primo orso me l’ha indicato Boris a bassa voce, attraversava la strada al Sequoia National Park, proprio al nostro arrivo. Un orso bruno. Spaventato da una macchina che arrivava in senso opposto alla nostra, con un balzo rapidissimo è sparito nel bosco, per poi riapparire, guardarsi intorno, attraversare la strada con il suo passo molleggiato, fermandosi appena a guardare la macchina, e inoltrarsi nel bosco, il muso rivolto al suolo, in cerca di cibo.

Ancora tutta presa da quest’incontro, il giorno dopo, mentre percorriamo il Big Trees Trail, un circuito intorno a un prato, sentiamo gridare dietro di noi: “Bear!”. Ci voltiamo appena in tempo per scorgere non uno, ma tre orsi, mamma orsa e due piccoli, inoltrarsi nel prato. Quasi coperti dall’erba alta, degli si scorge il dorso e, a tratti, il muso della mamma, e degli orsacchiotti appena l’ombra. Da lontano, in piedi su un tronco d’albero, ne seguiamo i movimenti. A tratti i piccoli si alzano per un attimo a guardarsi intorno, gli occhietti vispi e le orecchie spuntano fuori dall’erba – una meraviglia. Trascorriamo quasi un’ora ad osservarli, da lontano, a scattare foto, io in uno stato di felice contemplazione. Tutt’intorno al trail tante altre persone, alcune si sono avvicinate, gesto estremamente pericoloso, come mostra il triste incidente avvenuto proprio in questi giorni a Yellowstone, dove un uomo, Lance Crosby, un esperto del parco, è stato aggredito e ucciso da un grizzly e almeno un cucciolo nell’Elephant Back Loop Trail.

I parchi nazionali sono pieni di avvertimenti per i turisti e di divieti. Cosa fare se s’avvista o s’incontra un orso, come spaventarlo, come difendersi se si avvicina: restare fermi, ritti, farsi più grandi di quello che si è, rimanere in gruppo, urlare per spaventarlo, in nessun caso scappare, perché l’orso potrebbe pensare che stai giocando. Tra i divieti, il divieto di lasciare cibi, bevande e articoli da toeletta in macchina. Addirittura i seggiolini per bambini vanno tolti, perché gli orsi li considerano cibo. Nei parcheggi dei sentieri e nei campeggi ci sono box di metallo antiorso in cui vanno chiusi cibi, bevande e tutto ciò che potrebbe attirare un orso; collocate in diversi punti dei parchi ci sono anche trappole antiorso, che servono più che altro per censirli e studiarli, come ci racconta Karen, la guida che ci accompagna in un tour al Glacier Point, qui a Yosemite.

Per chi lascia cibi in macchina, rischiando così di attirare un orso, ci sono multe fino a cinquemila dollari. Gli orsi che mangiano alimenti dell’uomo, ci informano i ranger, diventano aggressivi, a volte impazziscono, e spesso vanno soppressi. E noi, che mangiamo tutti i giorni alimenti per noi umani, ci meravigliamo dell’aggressività e della follia che ci circonda?

L’equilibrio tra la natura e l’uomo, tra la wildlife e la civiltà, è un equilibrio difficile e instabile, cui le organizzazioni di questi parchi naturali si dedicano giorno per giorno, attraverso informazione, formazione, ricerca e interventi. Un compito, un impegno anche per noi. Rispettare la natura significa considerarla con saggia soggezione, affrontarla senza prepotenza e imprudenza, per poter godere della sua maestosa forza.

Flagstaff, ventidue agosto

Dopo gli incontri al Sequoia NP, di orsi in natura non ne abbiamo visti altri. Però ne ho ricevuti in dono due, due feticci, opera di due artisti nativo-americani. Il primo, un orso minuscolo di pietra, oggetto Navajo, sparisce quasi mentre lo stringo nel palmo della mano, ma emana forza e tranquillità, dà sicurezza e fiducia. Il secondo mi viene in mano inaspettato, un orso in pietra dolomite, rosa e bianco, scolpito da un artista Zuni. Sorridente, solare, fermo nella sua interezza. Li porto con me, ricordo di questo viaggio indimenticabile, compagni per il viaggio a venire.

In spirit.

bear_yosemite0Eye contact (foto: Yosemite National Park, https://www.facebook.com/YosemiteNPS?fref=ts)

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Mirror river

Cedar Grove, King’s Canyon, tre agosto

Alloggiamo al Cedar Grove, in una stanza al pianterreno con un nostro patio, due sedie a sdraio, un tavolo di legno, nel bosco a due passi da un fiume, il King’s river. Un fiume di montagna, che accarezza rocce e liscia sassi, che scroscia brillando nel sole.

Il rumore dell’acqua e la vista del fiume che scorre tra le pietre, qualche passo sotto di noi, mi riporta a Moena, alla casa allora di Regina Pacis, proprio accanto al fiume, alle vacanze in montagna con il gruppo della parrocchia, ai miei undici, dodici, tredici anni… Sono qui, a Cedar Grove, e sono lì, a Moena, ora e allora, allora adolescente, incerta, paurosa, ora donna adulta, ancora alla ricerca, una ricerca nei due sensi, nel passato e nel presente.

E improvvisamente, come la luce del sole tra gli alberi, m’investe la consapevolezza, la chiarezza. Quello che mi parlava al cuore nelle estati a Moena, che me la riporta presente con questa forza, non erano solo i luoghi, che pure hanno lasciato in me un’impronta indelebile, il lago di Carezza, non era la montagna verde e boscosa, non erano i passi innevati raggiunti a piedi con passeggiate interminabili, il Pordoi, era la compagnia. Era il camminare insieme, a piccoli gruppi, il cercare di raggiungere i compagni più avanti, il lasciarsi guidare dalle canzoni, il sedersi all’ombra di un albero a mangiare con loro pane e cioccolata.

Una piccola rivelazione per me, su di me, scopro, riconosco di avere bisogno della compagnia di altri, di amici, di amiche, della famiglia, dell’uomo che amo e che mi ama. È come scoprire una debolezza e al tempo stesso accettarla. Così, accanto al King’s river a Cedar Grove, in un viaggio che è ricerca e ritorno, qualcosa si ricompone come le tessere di un mosaico, come i puzzle interminabili cui si dedica Marsha Goldfinger del Goldfinger’s Get-Away, come i puzzle cui si dedicava mia sorella. La mia famiglia, i miei fratelli, i miei cugini vicini e lontani, una corsa dietro mio babbo e Fabrizio partiti per l’aeroporto di Rimini, la noia di certi pomeriggi domenicali, gli amici, i litigi e le riconciliazioni, parte di me, inseparabili da me.

Ritorno verso la stanza dove Boris mi aspetta per andare a cena, allo snack bar del Cedar Grove, la ragazza al banco ci accoglie, “Hi, how are you today?”, “Fine, we are fine, and you?”

IMG_7323Il King’s River, King’s Canyon, CA (foto: Giovanna T.)

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Abbracciare alberi

Sequoia National Park, CA, 4 agosto 2015

Abbracciare alberi: è quello che faccio qui al Sequoia National Park. Con lo sguardo, la testa rivolta all’insù, il naso verso il cielo, per vederne la cima; o tutt’intorno, a centottanta gradi, gruppi di giganti rossi a due, a tre; o dall’alto, dal bordo di una strada di montagna che si apre su uno strapiombo, e intorno una cintura di montagne, la Sierra Nevada, rendendomi improvvisamente consapevole di una prospettiva più ampia, più di centottanta gradi, come mi suggeriva l’Ari in sogno qualche giorno fa…

Siamo negli USA, questo paese contraddittorio e affascinante, la cui natura supera la nostra immaginazione, per vastità, per ampiezza di proporzioni, per gli scorci e i panorami. Un viaggio alla scoperta, alla riscoperta, di paesaggi esteriori e interiori.

In questi giorni, le sequoie. Alberi indescrivibili. Alte da non vederne la fine, rosse come la terra rossa dei canyon desertici, come la luna in certe notti, come la pelle dei popoli nativi di qui, come un sorriso caldo di una vecchia. Le più alte, il General Sherman Tree, o il Grant Grove, raggiungono i 274,9 piedi e hanno 2.000 anni di età. La base spesso cava, quasi un tipì nero nel quale ripararsi, cicatrici nere degli incendi che le assalgono di tanto in tanto, le sequoie resistono, nel senso etimologico della parola: stanno, restano, s’innalzano, svettano. Sussistono.

Al Sequoia Museum leggo: “Do sequoias have a natural life span, an age at which they weaken and die? No one knows. Some are over 3.000 years old. Long life plus rapid growth let sequoias attain immense size. How do they live so long? Adaptations help sequoias survive. When injured, most Big Trees heal and keep growing.”

Più che un’informazione, un insegnamento.

Il fuoco, gli incendi che periodicamente le assalgono sono vitali per le sequoie, le rendono forti, liberano il terreno circostante e permettono ai semi/alle spore di insediarvisi dando vita a nuovi alberi. Le ferite, le cicatrici sono il segno della loro esperienza, della loro esperienza di esseri silenziosi e sereni, parte del tutto che le circonda, del bosco, della montagna, del vento che le accarezza.

In un sentiero appena fuori della folla, il Congress Trail, mi fermo davanti a una sequoia sul bordo del cammino. Mi avvicino, la sfioro, mi ci appoggio. La corteccia è calda, squamosa, schegge minuscole, quasi briciole di segatura, mi restano attaccate al palmo della mano. Ora mi ci appoggio con tutto il corpo, le braccia stese ad abbracciarne una piccola porzione, il cuore contro la corteccia, linfa su linfa. L’albero tace, tranquillo.

Percorriamo questa foresta di sequoie insieme a una brezza leggera. Penso a mio padre, che di queste sequoie sognava, senza averle mai viste. Oggi le ho viste io per lui. Con lui. E improvvisamente mi sembra che il loro insegnamento sia anche il suo: esistere, resistere, accogliere le ferite e guarirne, farne cicatrici, segni del cammino, guarire e continuare a crescere.

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Sequoie, particolari (foto di Boris P.)

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La porta per Parigi

Tre giorni a Parigi, come un sogno. Un sogno in cui precipitano e si confondono parole, emozioni ed esperienze provenienti da diversi strati della mia vita: serendipità, sincronicità, gratitudine, se vogliamo riassumerlo in tre parole. Memoria e domande ne fanno parte.

Arriviamo in rue Lamarck, nel XVIII° arrondissement. Non per la prima volta, stare qui, vivere Parigi qui, da qui, collide con la mia Parigi interiore, che abita la Rive Gauche, il VI° o il XIV° arrondissement, con palpiti che si estendono al massimo al Marais e certe strade de Les Halles.

Stare qui mi richiede un altro punto di vista, mi offre un’altra prospettiva. Il presente modifica il passato. Il passato si avventa sul presente. Come in un caleidoscopio, le immagini si compongono e si ricompongono sempre nuove, regista il caso, o il destino, il filo della memoria.

Le scale che saliamo in rue des Saules, le scale che congiungono rue Lamarck a rue Calaincourt o che scendono da rue Lamarck verso altre strade, queste scale mi riportano a Trieste, Scala Santa, come mi ci riporta il profumo del bosso che mi avvolge all’improvviso nel giardino del Musée de Montmartre. Sincronicità.

IMG_7098Scale a Montmartre (foto: Boris P.)

Arriviamo a Parigi la sera del compleanno di mia nonna, mancata otto anni fa, ma mia nonna mi accompagna, lo sento, come mi accompagna mio padre nel volo sull’Airbus A321 di Air France, nello sfiorare Le Bourget con l’RER da Charles De Gaulle. Gratitudine.

Quattro passi nel quartiere, cena in un ristorante all’angolo, una domanda un po’ esitante e una risposta che mi acquieta, pensandola in filigrana in tedesco. Un nodo che si scioglie, ora dopo ora, passo dopo passo, nei giorni che seguono. Gratitudine.

La mattina dopo, gli ultimi bocconi di un pain au chocolat, il migliore mai mangiato da tempo, quasi una madeleine, un incontro. In una piccola libreria di rue Calaincourt, McGriff’s, ispirata da alcuni titoli in vetrina, chiedo di un libro di Alejandro Jodorowski, di cui l’Arianna ha appena postato una citazione, Psychomagie. Ebauches d’une thérapie panique. Il libraio è un uomo sorridente, dal viso tondo color caffellatte. Ci mettiamo a parlare, e poche frasi bastano a constatare destini incrociati: Parigi, Berlino, Monaco, un’identità europea vissuta, di un’Europa che è realtà per i giovani, i nostri figli, dice lui, ma non per i nostri politici. La crisi della Grecia, letta da qui, apre interrogativi sul ruolo della Germania in Europa, sulla nostra società, sulla politica e le banche, le lobby…

Parlando, parlando politica, libri, prime edizioni, parole in carta, ci sentiamo a casa. Il libro che cercavo non l’ho trovato, in compenso ne prendo un altro, anzi altri. “Vous n’allez pas m’acheter toute la boutique”, dice McGriff, un parigino d’America.

La sera, leggendo un articolo di Chamanisme et psychothérapie, « Danser sous les ailes de l’ombre », rifaccio la conoscenza degli heyoka, sognatori del tuono Lakota, un po’ uomini medicina un po’ clown, uomini al contrario. Colpiti dal tuono e dalla folgore, le potenze oscure e minacciose, gli Wakiman, gli heyoka portano la croce del loro destino di eletti e dannati. Costretti a rappresentare e vivere la loro visione, il sogno mandato loro dagli Wakiman, anche se umiliante e sovversivo, sentono e agiscono al contrario, svestendosi al freddo, coprendosi al caldo, ridendo ai funerali, vestendosi e vivendo come l’altro sesso, come chi non sono. Vivendo al contrario sovvertono le regole della società, e al tempo stesso ne consolidano la consapevolezza e i valori. Un pensiero assurdo, un cui lembo però combacia con quanto sto approfondendo sull’autonomia, sul difficile equilibrio tra autodeterminazione, resistenza alle opposizioni per vivere secondo le proprie convinzioni o ideali, e conformismo, inevitabile (?) adattarsi a regole senza le quali un vivere sociale non sarebbe possibile. Un’acrobazia quasi, un camminare sul filo, sotto di noi il vuoto. Universi paralleli che convergono, la cosmologia Lakota e la filosofia tedesca. Serendipità.

Trascorriamo questi giorni camminando, respirando, osservando, riflettendo, la nostra meta il cammino, lasciandoci condurre da un’intuizione, un odore, un manifesto. Nel difficile equilibrio tra autonomia e adattamento, sì, perché proprio io, che dell’autonomia ho fatto il mio campo di esplorazione, spesso sono quella che si adatta, disposta a seguire i ritmi di B., a portare i miei passi dove vanno i suoi, parca di desideri.

Camminiamo dove ci portano i piedi, Montmartre, la Goutte d’Or, il quartiere di Rochechouart, il canal St Martin, risalito fino alla Villette, Pigalle, l’Opéra, Boulevard des Italiens… Incrociamo tanti volti, parigini, neri, bianchi, asiatici, meticci, tanti turisti, tanti sdf. Agli angoli delle strade, sui marciapiedi, in una nicchia nascosta in cui si sono accasati. E, non solo perché tra l’altro siamo venuti a vedere la mostra dedicata alla Piaf, alla Bibliothèque Nationale, mi suonano e risuonano nella mente “Sous le ciel de Paris” e ancor più l’impietosa “Les mômes de la cloche”. Domande.

Siamo arrivati a Parigi come in un soffio. Ripartiremo come in un soffio. Berlino – Parigi – Berlino. E saranno perse le strade, i passi, gli incontri, le scoperte. O forse…

Nel dormiveglia oggi mi tornano alla mente le immagini di un film assurdo, una commedia russa alla Iosseliani, in cui in un appartamentino a San Pietroburgo, dietro samovar e divani, sul fondo di un armadio, una porta si apriva su Parigi, ed era tutto un andirivieni rocambolesco di personaggi strambi. Piacerebbe anche me, una porta su Parigi, una porta per Parigi, attraversare un muro, calarmi da una finestra e ritrovarmi in un universo parallelo, denso di vita e di domande, di risposte anche, Alice dietro una farfalla, un battito d’ali, un angelo a indicarmi il cammino…

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le foto: Scale a Montmartre, Cabaret du ciel (Boris P.), Nuvole (sculture in lego di Nathan Sawaya, foto Giovanna T.)

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Nipoti

Sono una delle gioie della mia vita, uno dei doni inesauribili e insostituibili. Ogni volta che li vedo, ogni volta che sono con loro, ogni volta che li penso, faccio il pieno d’amore.

Otto, dai trentadue anni ai tre mesi, cinque maschi e tre femmine, sei italiani e due tedeschi, i miei nipoti hanno un posto particolare nel mio cuore. Prima di tutti, nel tempo, Arianna e Pierfrancesco, i figli di mia sorella, cui mi lega un affetto profondo, anche perché, assurdamente, mi sento spinta a cercare di colmare il vuoto lasciato dalla scomparsa della loro mamma. Missione impossibile. Li ho visti crescere, li ho badati, li ho accompagnati, li ho viziati, li ho anche lasciati quando mi sono trasferita a Berlino, e un po’ mi sento anche responsabile della strada che hanno preso, entrambi lontani da casa, sparsi per l’Europa e presto, almeno una di loro, per il mondo. Anche ora che sono grandi, vedo in loro i bimbi che erano, in uno slancio iperprotettivo che altro non è che esuberanza d’amore. I momenti passati con loro quando erano ancora bambini, i momenti sereni e anche quelli dolorosi, sono incisi nel mio cuore. Ora sono adulti e grandi, i miei nipoti, e nel momento del bisogno, qualche mese fa, sono stati per me due angeli custodi. Sono loro grata, per avermi ascoltato di notte, per avermi dato consigli, loro a me, per aver insistito e preso l’aereo, una da Londra, l’altro da Forlì, ed essere venuti a passare ognuno un fine settimana da me. Con me.

Gli altri sono ancora piccoli, otto anni Michele, cinque anni e mezzo Giacomo e Mika,  tre e mezzo Irene, due e mezzo Mats e infine tre mesi Teresa. Li vedo di meno, a causa dei milleduecento chilometri di distanza per quelli italiani, a causa dei ritmi lavorativi e della distanza, inferiore sì, ma non da poco, tra Wilmersdorf e Prenzlauerberg, per quelli tedeschi. Quando li vedo, però, mi lascio trasportare, avvolgere, risucchiare nel loro mondo. Qualche settimana fa, a Forlì, volevo mettere un materasso per terra e dormire nella stanza dei bambini, finché Giorgio e la Marta, saggiamente, non mi hanno dissuaso. Mi assumo volentieri i turni dei libri della buona notte, rigorosamente due, uno per uno, mi stendo un minuto nel loro letto prima che si addormentino, la loro lucina ancora accesa, mi precipito di sopra appena li sento muoversi la mattina, li porto a scuola e all’asilo e li vado a prendere, se posso, e la Marta, giustamente, me li dà da badare una volta in più.

I nipotini tedeschi, Mika e Mats, li ho messi a letto una volta sola, una sera che ho fatto loro da baby sitter, dopo averli viziati a dovere con patatine fritte e caramelle gommose a gogo: ho letto loro il re leone a fumetti, cantato la ninna nanna in italiano, finché il piccolo non si è addormentato vicino a me e il più grandicello mi ha saggiamente congedato.

Con i nipoti mi sento libera, la libertà che viene da una relazione trasversale, non parentale, in cui c’è amore ma non responsabilità diretta, come tra Paperino e Qui Quo Qua o Paperina ed Emy, Ely ed Evy. Non credo sia un caso che Walt Disney abbia scelto la relazione zii-nipoti per raccontare le loro avventure. Con i miei nipoti, secondo l’umore, posso fare un po’ la matta, un po’ la seria, posso giocare o rispondere a qualche domanda – “Da dove vengono le stelle?”, mi ha chiesto Giacomo una volta. Tra i miei passatempi preferiti ci sono leggere e raccontare favole (una in particolare, quella di Pirimpimpim, Giacomo e Michele me la chiedono sempre), cantare “Ci son due coccodrilli”, di cui ho elaborato una versione tutta personale in cui alla fine arrivano anche i due liocorni, fare il bagno al mare, e guardare insieme a loro i film di Walt Disney, naturalmente cantando le canzoni, anche se loro mi zittiscono e io le parole non me le ricordo tutte. Se fosse per me, guarderei sempre Mary Poppins, che ormai so a memoria. Lo sanno bene l’Ari e Pierfra, perché li avevo sfiniti, sempre a dire “Guardiamo Mary Poppins?”, ogni volta che si trattava di scegliere un film, anche quando loro ormai avevano tutt’altri gusti.

Sarà il mio lato ancora infantile, ma Mary Poppins mi affascina, così impenetrabile e magica, così capace di aprire mondi favolosi, di salire oltre i tetti scalini di fumo, di vincere le corse con un cavallo della giostra, di riunire un babbo un po’ burbero ai suoi bambini per far volare un aquilone. Forse, avrei voluto essere io, un po’ Mary Poppins, per i miei nipoti. Perché vorrei vederli sorridere appena arrivo, perché vorrei vivere con loro le avventure più fantastiche, quelle che non si scordano mai; vorrei curare le loro ferite, consolare il loro pianto, e indicar loro “la soglia di un mondo incantato”. E chissà, ripensandoci, forse l’ho fatto un po’.

Tornando qualche giorno fa da Forlì a Berlino, in aereo per la prima volta dopo tanto tempo mi sono rimessa a fare matrix. Tanja, seduta accanto a me, mi ha ricordato: “Non dimenticare di entrare nel cuore, prima di cominciare!” E io: “Entrare nel cuore, già. Come si fa?” “Pensa ai tuoi nipoti!”

Mary Poppins, scena finale: aquilone e partenza di Mary Poppins (se non riuscite a vederla qui, guardatela in dvd, e cercate il messaggio nascosto J)

 

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Compagni dell’anima

Domenica pomeriggio a Berlino. Il sole, che fino a poco splendeva illuminando d’oro le fronde degli alberi davanti alla mia finestra, sembra cedere a poco a poco alle nuvole. Sono alla scrivania, B. è appena uscito per andare alla partita dell’Hertha, io mi sono ripromessa di approfittarne per portarmi avanti col lavoro. E invece, eccomi qua, un leggero prurito nella mente, una vocina sottile che mi sollecita: “Scrivi, perché non scrivi?”.

In queste ultime settimane, in questi mesi, vado cercando la mina della matita, il suo nucleo resistente, il suo nocciolo, il suo cuore, il suo mistero. Divisa tra cielo e terra, tra corporeità e ascetismo, concilio opposti eraclitei, mi muovo a smascherare gli inganni dell’ego alla ricerca della coscienza universale e al tempo stesso a scandagliare gli interrogativi della mia identità personale.

Come sempre, messaggeri e guide, i sogni. Ho ricominciato ad annotarli, la mattina appena sveglia, a tracciarne l’eco con la mia penna verde sui miei quaderni, a riviverli nella memoria, a riascoltarli, ad amplificarli, a interrogarli. Sogni fitti di avvenimenti, di luoghi, di persone, di animali. Le persone: gli amici di sempre, in tante forme diverse, vicini, accoglienti, premurosi, pronti a raggiungermi attraversando le acque, a salvarmi naufraga in un canotto, o a portarmi su spiagge inesplorate. I luoghi, principe il mare, che da sempre m’investe con la sua immensità, il suo “esser vasto e diverso e insieme fisso”, come scrive Montale, il mare in cui nuotare, in cui veleggiare, il mare da percorrere e da accarezzare, il mare di casa mia e l’oceano inesplorato. Gli animali, che si avvicinano silenziosi, incutendo apprensione e curiosità: in questi giorni cigni, oche, alci. Oche e cigni che si erano intrufolati nell’ampia sala di una baita luminosa in montagna, circondata dal verde. Come c’erano entrati? E che fare, mandarli via, farli uscire? E se cominciavano a svolazzare lì dentro?

Apro il fedele Chevalier Gheerbrant, “Dictionnaire des symboles” ormai ingiallito dal tempo. L’oca, che oggi noi vediamo come oca domestica, simbolo della fedeltà coniugale, guardiana della casa (ricordate le oche del Campidoglio che salvarono Roma dai Galli?), è anche l’oca selvatica, che migra dal Nord al Sud, attraversando le regioni del cielo. Messaggera dell’altro mondo, come il cigno, suo cugino. Ricordo che un anno e mezzo fa, con B., andammo a vedere in ottobre, a Rangsdorf, poco fuori Berlino, le oche selvatiche che, sul far della sera, arrivavano in volo per passare la notte sul lago, prima di ripartire per il Sud. Mentre il cielo si andava inscurendo e gli alberi da blu diventavano neri, illuminati solo dal riflesso dell’acqua, le oche arrivavano, a coppie, a stormi di tre, di quattro, di nove, di dieci. Arrivavano a centinaia, forse a migliaia, coprendo il cielo con le loro ali nere spiegate, assordandoci con i loro gridi incomprensibili. Le oche, come i cigni, volano. Anzi veleggiano (segeln, si dice in tedesco, proprio come andare in barca a vela). Forse ci dicono che anche noi possiamo volare? Veleggiare sul mare della nostra esistenza? Una direzione ci vuole. Una fedeltà anche.

Qualche settimana fa, una passeggiata nel Tiergarten in una fredda giornata di febbraio, Andreas e io abbiamo visto due oche selvatiche sulla riva del fiume. Vicino a loro un uomo già anziano, gli parlava. Ci siamo avvicinati e abbiamo cominciato a parlare. E l’uomo ci ha raccontato che conosce queste oche da anni: si è fatto conoscere, ha conquistato la loro fiducia a poco a poco, anni fa, ed ora, quando tornano regolarmente a Berlino, in genere due volte all’anno, lo vengono ad incontrare qui. Lo conoscono, lo riconoscono, e se lui le chiama, gli si avvicinano. Anche questa un’amicizia. Una fedeltà.

Saper volare via, saper migrare dal Nord al Sud, e poi dal Sud al Nord. Veleggiare i cieli, solcare le nuvole, e poi adagiarsi verso sera su un lago. Starnazzare, perché no?, con gli amici e le amiche, far sentire la propria voce, innalzarla e poi ricongiungerla al silenzio della notte. Andare, partire, e tornare anche. Un sogno?

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Le foto: cigni a Charlottenburg, oche a Dettenhausen (Boris P.), oche selvatiche nel Tiergarten (Giovanna T.), Mill Pond, Anna Pugh (https://de.pinterest.com/tuffgirl4/anna-pugh/)  e oche selvatiche (http://pixabay.com/de/vogelschwarm-g%C3%A4nse-zugv%C3%B6gel-schwarm-645793/)

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