Fuori dal labirinto

Una delle domande che da tempo agito nella mente è come comportarmi, come comunicare con qualcuno che mente. Di più, con qualcuno che mente, e che ha come unica misura sé stesso e l’affermazione della propria persona, della propria influenza, del proprio potere sugli altri.

A guardarmi intorno, vedo sempre con maggiore chiarezza esempi di questo tipo. Non c’è bisogno di menzionarli, a guardarvi intorno li vedrete anche voi. Determinati, senza scrupoli, senza altro scopo che giocare le proprie carte, secondo regole ogni volta diverse e mai condivise, per piegare gli altri al loro volere. Il commercio umano con persone di questo tipo è quasi impossibile. Pur sapendo che mentono, o forse, proprio perché so che mentono, mi ritrovo disarmata nella comunicazione. Di fronte a loro la mia sincerità sbocca in un vicolo cieco. Se si trattasse di ricavarne una sola informazione, come nel paradosso del mentitore nella versione di Watzlawick, sarebbe più facile. In quel paradosso un viandante si trova a un bivio e non sa quale strada prendere per arrivare alla sua meta. Al bivio ci sono due persone, un bugiardo e una persona sincera, e il viandante ha una sola domanda a disposizione. La realtà è molto più complessa, e individuare quali possibili realtà si celino dietro certe menzogne, quali intenzioni, quali motivi, quali piani vengano perseguiti è arduo. È come andare a tentoni in un labirinto. Trovare la via d’uscita è spesso più un caso che altro.

Se queste personalità siano intrinseche alla natura umana o un prodotto dello Zeitgeist non saprei dirlo. Certo è che la loro esistenza, il loro modo di fare, si sono andati affermando anche nella coscienza collettiva, tanto che oggi sono entrati nell’uso comune termini come “contrevérité”, e certi politici parlano spudoratamente di “alternative facts”.

Lungi da qualsiasi ingenuità intellettuale che creda nell’esistenza di una sola verità, ho assimilato lezioni della filosofia e della letteratura, il pirandelliano “così  è se vi pare”, il relativismo wittgensteniano delle Philosophische Untersuchungen, ma continuo a non arrendermi alla convinzione che “là fuori” esista una realtà, almeno percepita, e che una fedeltà di fondo alla propria percezione – appercezione – della realtà sia uno dei fondamenti della propria onestà intellettuale e morale.

In altre parole, se so che sta piovendo e dico a qualcuno che sta uscendo: “Guarda che non piove, non prendere l’ombrello!” mento. E se mento, mento per uno scopo che raramente è giustificabile moralmente. E se a una frase innocua come questa ne sostituiamo un’altra, le conseguenze possono essere molto più consistenti che quelle di far prendere a qualcuno una bella bagnata e forse un raffreddore.

E non ci può essere dibattito, comunicazione, né tantomeno azione comune con chi un momento dice “A, facciamo A perché A”, e pochi minuti dopo “Non ho mai detto A, ho detto B”, oppure “Non ho detto che lo facevo io, A, era compito tuo.”

Certo, a guardarci bene, il mentire ha tanti volti, tante sfumature: c’è il mentire scientemente, come negli esempi sopra, l’ingannare, l’illudere, il nascondere una parte della verità, il depistare, il mentire ipocrita, o il millantare. Secondo gli specialisti di letteratura anche l’ironia rientra nelle categorie del dire il contrario di quello che si pensa. Nella comunicazione interpersonale, tuttavia, in genere l’ironia ha un’altra funzione rispetto alla menzogna vera e propria. È più facile rispondere all’ironia con altra ironia, ma come reagire alla menzogna senza cadere nella trappola?

Per cercare di uscire da questo labirinto di specchi ho letto negli ultimi anni diversi libri. Tra gli altri, Emotions revealed (in italiano Te lo leggo in faccia), di Paul Ekman, su come riconoscere le tracce delle emozioni nelle espressioni e microespressioni del volto; Der Verhörspezialist (Lo specialista degli interrogatori), di Dieter Bindig, un commissario di polizia, su come porre domande per smascherare menzogne e scoprire la verità; Machtspiele. Die Kunst sich durchzusetzen (Giochi di potere. L’arte di affermarsi), su varie forme di argomentazione di fronte a tentativi di manipolazione; L’arte di ottenere ragione, di Schopenhauer, un manualetto delizioso con tanti stratagemmi per ottenere o anche farsi dare ragione; e ora, Petit traité de manipulation à l’usage des honnêtes gens (Piccolo trattato di manipolazione all’uso di persone oneste), di Robert-Vincent Joule et Jean-Léon Beauvois, su meccanismi psicologici di presa di decisione e tanti modi di manipolare le decisioni altrui. Qualcosa ho imparato, su come guardarmi dal credere acriticamente a quello che viene detto, su come rendermi conto se l’interlocutore mente, su come funzionano alcune forme di manipolazione, e su come guardarmene. Ma difendermene, reagire, senza cadere nella logica di chi mente, no.

Il giugno scorso Claire Kramsch, linguista franco-tedesca dell’università di Berkley, California, ha tenuto a Potsdam una bella lezione su “Language teaching in the age of Trump”. Nella sua analisi critica dell’evolversi dei meccanismi di comunicazione degli ultimi decenni, Kramsch nota che nel mondo di oggi, i principi griceani della comunicazione sono “roba da boyscout”, e la comunicazione si allontana da principi come verità referenziale, intenzioni dei parlanti, identità sociali, diritti di parola e principi morali, lasciando sempre più spazio a discorsi di potere (dal “power of discourse” si passa al “discourse of power”). Al suo centro sta la competenza simbolica, la capacità di usare la comunicazione ai fini dell’affermazione di potere, di superiorità. Tra i tanti esempi di usurpazione del potere attraverso la comunicazione, Kramsch ha analizzato la nota favola del lupo e dell’agnello: “La raison du plus fort est toujours la meilleure” paragonandola alle forme di comunicazione usate da Trump. Di fronte alle accuse del lupo, le repliche dell’agnello, ragionevoli e fondate sull’evidenza, non hanno altro effetto che inasprire il lupo e portarlo ad affermare la sua prevaricazione con argomentazioni sempre diverse: “Si ce n’est toi, c’est donc ton frère”, “C’est donc quelqu’un des tiens; car vous ne m’épargnez guère, vous, vos bergers, et vos chiens.”, per concludere con “On me l’a dit: il faut que je me venge !” prima di divorare l’innocente. A una domanda del pubblico su cosa avrebbe potuto fare l’agnello per salvarsi, Kramsch ha risposto: “Run for its life!” Il che non ci lascia molte alternative, no?

Un’alternativa è quella di esercitarci a riconoscere la competenza simbolica e il suo abuso, e di sottrarci a una comunicazione che, basata sui fatti e sui ragionamenti, non fa che rafforzarla. Un’alternativa è quella di essere vigili, di rifiutarci di nutrire i discorsi di potere e il potere stesso. Un’alternativa è quella di ricostruire una visione del mondo umana e umanistica, e non stancarsi di affermarla.

(foto: https://pixabay.com/it/illustrations/labirinto-puzzle-indovinello-quiz-1560761/)

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2 risposte a Fuori dal labirinto

  1. margherita vignoli ha detto:

    Il tuo testo offre molti spunti di riflessione Giovi. Ci sono modi di mentire più subdoli perché per esempio basati sull’omissione. In ogni caso di frequente la menzogna è prevaricatrice, tende a un risultato del mentitore che impone i suoi obiettivi all’inconsapevole vittima. Purtroppo a mie spese ho imparato, e in questo sono d’accordo col tuo finale, che non c’è quasi mai difesa adeguata di fronte a deliberate ma magari credibili falsità… Forse proprio l’unico modo di sottrarsi è osservare la propria legge morale… Un abbraccio Marghi PS: cercare di far venire fuori la verità da un quadro incompleto, omissivo, menzognero:forse una delle cose che apprezzo del mio lavoro

    • bloggiovi ha detto:

      Grazie Marghi del tuo commento. Sono d’accordo con te sui modi di mentire più subdoli e sull’inevitabile prevaricazione della menzogna. Quanto alla propria legge morale, è ancora pù importante in questi tempi, seguirla e condividerla con altri…
      Un abbraccio anche a te
      Giovi

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