Perché Pooh?

Il fine settimana scorso siamo andati a Londra, al Victoria & Albert Museum, a visitare la mostra dedicata a Winnie-the-Pooh, l’Orso di Pochissimo Cervello.

Winnie-the-Pooh, in italiano Winnie Puh, l’ho conosciuto che ero ancora piccola. Avevano regalato a me e mia sorella, a ciascuna un libro, bello grande e illustrato. A me Bambi, a lei Winnie Puh l’orsetto. E, c’era d’aspettarselo, non so se per la mia gelosia congenita o per la forza della storia, io allo sfortunato Bambi a me assegnato preferivo di molto l’Orso d Pochissimo Cervello toccato a mia sorella.

Anche dopo l’infanzia le storie di Pooh, Christopher Robin, Piglet e i loro amici del Bosco dei Cento Acri mi sono rimaste nel cuore, e soprattutto Pooh, quell’orsetto che scendeva le scale a testa in giù, trascinato per una zampa da Christopher Robin, e alla fine della storia le risaliva al contrario, sbattendo la schiena di gradino in gradino.

Ero ormai adulta quando nella libreria Il Cenacolo, in via Giorgina Saffi a Forlì, allora vicino a casa, scoprii in uno scaffale il libro di Benjamin Hoff “Il Tao di Winnie Puh. La ‘Via’ rivelata da un orso di pochissimo cervello”. Anche quel libro lo lessi avidamente. Letto e riletto fino a pochi giorni fa, per prepararmi all’incontro con Pooh al Victoria & Albert Museum.

La visita alla mostra è stata stupefacente. Una mostra ben preparata, per grandi e piccini, con angoli ricostruiti del Bosco dei Cento Acri, la casa di Owl, di Gufo, il buco in cui Pooh era rimasto incastrato dopo la visita a Coniglio, Rabbit, il ponte per giocare a Poohstecco (Poohstick), e soprattutto, con una ricostruzione filologica della nascita di questo classico della letteratura, con le idee di A.A. Milne e i disegni originali di E.H. Shepard, con il loro carteggio e i loro incontri nella casa dei Milne nel Sussex, a studiare i luoghi originali delle avventure di Winnie-the-Pooh e dei suoi amici. Ne trovate un assaggio nelle foto.

Vicino al Victoria & Albert Museum, una decina d’anni fa o più, in una piccola libreria, B. mi aveva regalato una ristampa dell’originale, “Winnie-the-Pooh”, anche questa letta e riletta. Tra le innumerevoli calamite sul nostro frigo ce n’è una di Winnie-the-Pooh appeso al palloncino, anche questa comprata anni fa a Londra, in un negozietto del Covent Garden. A ogni mia chiavetta del computer è appeso un piccolo Winnie-the-Pooh, di quelli che si trovavano una volta nei distributori automatici, dove mettevi un euro, e veniva fuori una pallina con Pooh o uno dei suoi amici. Io naturalmente preferivo Pooh, in tutte le variazioni: Pooh con un vaso di miele, Pooh con salvagente pronto per la spiaggia, Pooh travestito da vaso di fiori, da Piglet, da Eeyoore.

Perché Pooh? Dove sta il fascino di quest’orso? Vi darò le mie ragioni.

Uno

Winnie-the-Pooh sa stupirsi. È lo stupore di chi s’interroga sulle cose, così ben rappresentato nei disegni di Shepard, Pooh che si gratta la testa di fronte al tappetino della vasca da bagno con “BATH” visto al contrario, o che si gratta il naso seduto su un tronco d’albero, o che, la zampa sotto il mento, si chiede insieme a Piglet di chi siano quelle orme sulla neve… Ma è anche uno che le cose le accetta così come sono. Leggendo il libro resto ogni volta affascinata dall’uso delle maiuscole, che dà onore alle cose, agli eventi, alle azioni. Le trasforma in epos.

“I have discovered that the bees are now definitely Suspicious.”, dice Pooh a Christopher Robin.

“Rabbit means Company […] and Company means Food and Listening-to-me-Humming and such like.”

“So they went on, feeling just a little anxious now, in case the three animals in front of them were of Hostile Intent.”

Due

Winnie-the-Pooh è un poeta. Se ne va nella foresta canterellando testi da lui composti, variamente poetici o senza senso. Mentre sale in alto appeso al palloncino blu, travestito da nuvola per ingannare le api dell’alveare, Pooh canta:

“How sweet to be a Cloud

Floating in the Blue!

Every little cloud

Always sings aloud.

How sweet to be a Cloud

Floating in the Blue!

It makes him very proud

To be a little cloud.”

A ben guardare, “Nel blu dipinto di blu” ante litteram.

Tre

Winnie-the-Pooh fa supposizioni improbabili che poi si rivelano essere esatte. Immagina il mondo dal suo punto di vista, e per assurdo poi ci prende. Come quando propone di buttare una pietra nel fiume per salvare Eeyoore, Isaia, che nel fiume era caduto e, trascinato dalla corrente e dalla sua inerzia, non riusciva a venirne fuori.

Quattro

Winnie-the-Pooh è modesto. Quando, inavvertitamente, durante la “Expotition” con Christopher Robin e tutti gli altri, scopre il “North Pole”, nient’altro che un bastone raccolto per terra, (“I just found it,” he said. “ I thought it ought to be useful. I just picked it up e Christopher Robin gli annuncia solennemente “Pooh, the Expedition is over […] .” You have found the North Pole!”, Pooh risponde solo: “Oh!”

Cinque

Winnie-the-Pooh ha empatia. Quando Eeyore gli racconta, triste come sempre, di aver perso la coda, lo guarda con simpatia e dice “Dear, dear, […] I am sorry about that.” E poi, per empatia, o simpatia, è un Orso d’Azione, si mette in moto, alla ricerca della coda di Eeyore, trova il modo di attraversare la foresta inondata imbarcandosi insieme a Christopher Robin in un ombrello rovesciato per andare a salvare Piglet rimasto intrappolato dall’inondazione.

Sei

Winnie-the-Pooh capisce solo le parole semplici:

“Well,” said Owl, “the customary procedure in such cases is as follows.”

“What does the Crustimoney Proseedcake mean?” said Pooh. “For I am a Bear of Very Little Brain and long words Bother me.”

“It means the Thing to Do.”

“As long as it means that, I don’t mind, “said Pooh humbly.

Sette

Winnie-the-Pooh vive nel momento. Il suo giorno preferito è “Oggi”.

Queste sono le mie ragioni. Quali sono le vostre?

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(foto: G. Tassinari)

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