La vita di Ivan Il‘ič

Sono passati alcuni mesi da quando ho letto La morte di Ivan Il’ič. È stato durante le vacanze di Natale, a casa, a Forlì, giorni ammantati di calore e di malinconia, vivo il ricordo dei giorni di fine d’anno di questi ultimi due.

La morte di Ivan Il’ič, di Tolstoj, è un libretto avvincente e inquietante. Un piccolo capolavoro che fa riflettere. Ivan Il‘ič, funzionario e uomo ammodo, comme il faut, sempre volto a condurre una vita decorosa, poco dopo aver ottenuto la nomina a consigliere di corte d’appello, a Pietroburgo, una promozione attesa e brigata, tutto preso nell’arredare il nuovo appartamento, un giorno quasi cade da una scala e si fa male battendo un fianco contro la maniglia di una finestra. “La botta per un po’ gli fece male, poi passò”.

Ecco però che cominciano, a poco a poco, insidiosi, altri fastidi: uno strano sapore in bocca, “un fastidio alla parte sinistra del ventre”, poi dolore, attacchi di debolezza e di cattivo umore.

Una prima visita dal medico, su consiglio della moglie, da un medico che gli parla con aria solenne e distaccata, e un tono che lui conosceva bene, lo stesso che lui, Ivan Il‘ič, usa con gli imputati in tribunali, instilla in lui il primo seme d’insicurezza.

“Dalle parole del dottore, Ivan Il‘ič si creò la convinzione di essere molto ammalato. E capì che la cosa non importava in fondo un gran che al dottore, e, in fondo, nemmeno agli altri. La scoperta lo ferì dolorosamente, suscitandogli un sentimento di pena verso se stesso e di rabbia verso il dottore, indifferente a una questione tanto importante.

Tuttavia non fece commenti, si alzò, depose i soldi sul tavolo e sospirando disse soltanto:

– Probabilmente noi malati rivolgiamo spesso domande fuori luogo. Ma questa malattia è grave o no? …

Il dottore gli gettò uno sguardo severo da un occhio solo, attraverso gli occhiali, come a dire: imputato, se non rimanete nei limiti delle domande che vi vengono poste sarò costretto a farvi allontanare dall’aula.

– Vi ho già detto ciò che ritengo utile e necessario – rispose il dottore. – Il resto sarà rivelato dalle analisi. – “ (Lev N. Tolstoj, La morte di Ivan Il‘ič, Bur, 1999, pp. 81-83)

Questa visita è l’inizio di una china lenta e inesorabile. Una corsa a nuovi medici, nuove analisi, nuovi pareri, una disamina ossessiva dei propri sintomi, delle minime variazioni di stato, di dolore, di umore, in un tentativo sempre più assurdo di negare il dubbio e la disperazione, in un’identificazione sempre più inesorabile con la malattia, fino a renderla un manto che avvolge e affligge ogni aspetto della vita di Ivan Il‘ič, il lavoro, la famiglia, lo svago, il riposo.

“Fin dall’inizio della malattia, da quando era stato per la prima volta dal dottore, la vista di Ivan Il‘ič si era scissa in due opposti stati d’animo che si alternavano: da una parte la disperazione, l’attesa della morte terribile e incomprensibile, dall’altra la speranza e l’osservazione meticolosa dell’attività del suo corpo.” (p. 143)

Assorbita nel vortice della malattia, che spegne progressivamente ogni barlume di speranza, la vita di Ivan Il‘ič diventa un tormento, una condanna votata al silenzio, alla dissimulazione, a mascherare anche con i famigliari più stretti la sua condizione. Un velo di vergogna, forse per l’indecenza della malattia, forse per la menzogna che si stende sopra ogni parola, ogni, gesto, ogni sguardo. Una menzogna apertamente condivisa dalla moglie, divisa tra il fastidio e la cura, pronta a rimproverare il marito di non attenersi alle indicazioni dei medici, quasi a dare a lui la colpa di questa condizione.

Finché, a poche ore dalla fine, mentre, tormentato dal dolore, Ivan Il‘ič agita convulsamente le mani, una mano gli capita sulla testa del figlio, seduto accanto a lui in silenzio. Commosso, il figlio afferra la mano del padre nelle sue, se la porta alle labbra e scoppia a piangere. È allora che Ivan Il‘ič, strappato il velo della menzogna, mormora alcune parole rivolte alla moglie:

“ – Portalo via… mi fa pena, e anche tu … – Voleva aggiungere anche ‘perdona’, ma disse ‘abbandona’ e, senza più forze per correggersi, manifestò rassegnazione con un gesto della mano, sapendo che chi doveva capire, avrebbe capito.” (pp. 155-157)

Un gesto, una parola, pronunciata ormai senza forze, con rassegnazione. Chi doveva capire avrebbe capito. Avrà capito? Chi di noi ha vissuto la morte di persone care sa quante volte si ritorna con la mente alle ultime parole udite pronunciare da loro. In quelle parole vorremmo leggere il senso ultimo della loro vita, del loro rapporto con noi, a risolvere, se possibile, il non detto, i malintesi di tutt’un’esistenza. O cogliere, invece, l’eco flebile di un’altra dimensione, di una direzione verso cui ormai loro sono già proiettati. Lo capiremo mai? Capiremo mai cosa racchiudono gli ultimi istanti di vita di una persona? Una ricerca sulle ultime parole di uomini e donne sul loro letto di morte, di cui riportava un articolo qualche settimana fa sul New York Times, rivela che quei momenti, da noi, chi resta, vissuti e rivissuti alla ricerca di un senso, di un ultimo messaggio, quei momenti sono in realtà imperscrutabili, e raramente i gesti e parole di chi se ne sta andando sono un’eredità lasciata consapevolmente a chi resta. Piuttosto, sono qualcosa che ci troviamo fra le mani, che giriamo e rigiriamo, e che forse ci accompagnerà per sempre. Raramente una benedizione, più spesso un enigma.

Nella vita di Ivan Il‘ič, nella sua malattia, nella sua morte, c’è qualcosa di tutti noi. E questa è la forza della letteratura.

Poche sere fa, a cena con amici, uno di noi ha cominciato a parlare della morte. Ci aprirà le porte all’universo, dall’alto di una montagna? Ci rattrappirà in noi stessi, spegnendo progressivamente il nostro interesse per la vita. La risposta la conosceremo, un giorno, e forse la terremo per noi.

 

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Antelope Canyon, Page, AR e la chiesa di Hohenzollernplatz, Berlino (foto Boris P.)

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