Biglietto da Helsinki

Cos’ho imparato, sentito, visto, vissuto in sei giorni a Helsinki (17-22 gennaio 2016)

Primo giorno, domenica 17 gennaio

Arrivo nel primo pomeriggio dall’aeroporto su un autobus della Finnair fino alla residenza universitaria Töölö Towers. Assorbo i paesaggi innevati e il silenzio. Una volta sistematami nella mia stanza, esco ad esplorare i dintorni.

Anche se non sembra, non sono in un film di Kaurismaki (Aki, non Mika).

Camminare nella neve si può, con gli spike.

Quando il freddo è freddo non basta la berretta di lana, ci vuole anche il cappuccio sopra. E la sciarpa intorno.

Un berretto di pelo, però, tiene sicuramente più caldo.

Le porte si aprono girando la chiave in senso antiorario.

In finlandese ci sono vocali brevi, vocali lunghe e vocali così così.

In Finlandia al cinema proiettano film in lingua originale coi sottotitoli. I film in finlandese hanno i sottotitoli in svedese. Ho rinunciato ad andare al cinema e preferito guardare alla tv un programma in finlandese senza sottotitoli alcuni. Avrò fatto bene?

Secondo giorno, lunedì 18 gennaio

Per vestirsi a strati ci vuole un’ora (quasi). Per svestirsi, di meno.

Helsinki è piena di caffè.

Camminare nella neve si può, anche senza gli spike.

Dopo la mia prima giornata al Centro Linguistico dell’università, vado in piscina. Una piscina stile liberty, Yrjönkadun uimahalli, dove sono accettate anche donne col costume da bagno, la maggior parte però nuota nuda. Ci sono tre corsie, una per le nuotatrici, una per le nuotatrici veloci e una per il jogging acquatico. Non vi dico com’è nuotare quando nella corsia vicino donne nude fanno jogging acquatico (ma ve lo potete immaginare).

Rientro con le migliori intenzioni per lavorare, ma nella residenza universitaria internet non funziona. Ripiego sulla tv. Questa volta inglese con sottotitoli in finlandese.

Terzo giorno, martedì 19 gennaio

Esco sulle otto e mezza, è ancora buio pesto. Vado all’università in tram, il corso cui voglio assistere, il mitico ALMS (Autonomous Language Learning Modules), inizia alle nove. Quattro ore intense di attività e riflessioni sulla lingua, sulla propria biografia linguistica, su opportunità, metodi e strategie. Quattro ore in cui l’insegnante non ha smesso di riconoscere, apprezzare e valorizzare ogni singolo studente.

In una biblioteca, non ho capito se qui a Helsinki o altrove, ci sono cani addestrati come assistenti di lettura (reading training dogs): ti ascoltano e se leggi bene abbaiano di approvazione.

Dopo il corso mi avventuro su un boulevard, una specie di ramblas, che porta al mare. Senza spike. Lo spettacolo che mi aspetta è del tutto inaspettato: un mare di neve. Letteralmente. Resisto alla tentazione di buttarmici, e anche a quella di saggiare con la punta del piede la consistenza del ghiaccio.

Poi mi rifugio in un caffè, dove lavoro fino dopo il calar del sole (si fa per dire).

Anche il lago gelato vicino alla residenza universitaria di Töölö Towers non è un lago. È una baia del Mar Baltico.

Quarto giorno, mercoledì 20 gennaio

Trascorro una giornata intensa, in una serie d’incontri con diversi colleghi, quasi tutti finlandesi. Con l’abitudine ho imparato ad aspettare che il mio interlocutore finisca di parlare prima di replicare. Con i finlandesi questo può significare tollerare anche lunghi silenzi, visto che parlano lentamente, con lunghe pause tra una frase e l’altra. Se credi che abbiano finito la frase e ti costringi ad aspettare ancora un po’, ti accorgi che no, la frase non era affatto finita. Quando un finlandese fa una pausa nel discorso, non significa che abbia finito di parlare. Non significa che non abbia più niente da dire.

Mentre cammino mi esercito a ripetere fra me e me le parole che sento. Le poche parole che distinguo. Intanto ho imparato a pronunciare bene “kiitos”, che vuol dire grazie.

Dopo il lavoro all’università e in stanza mi avvio verso la piscina di Mäkelänrinnen, la più grande e moderna di tutta Helsinki. Studio minuziosamente il tragitto fin là, un tram e un autobus, segno tutto su un foglio da consultare facilmente senza occhiali, esco e quando sono in tram mi accorgo di aver lasciato a casa il foglio. Alla fermata dove suppongo di dover cambiare sono disorientata, visto che il cellulare a queste temperature spesso si spegne, entro nel primo negozio per consultare google maps. È un negozio di articoli per cani. “Voinko auttaa Teitä?“ (Posso aiutarla?) “May I help you?” mi chiede la commessa, una ragazzina bionda dal viso rotondo e le trecce. “I don’t think so”, rispondo io, pensando già a come fare a dire qual è la piscina dal nome impronunciabile dove sono diretta. E invece sì, mi può aiutare. La fermata dell’autobus è proprio davanti al negozio. Il resto è una passeggiata, sulla neve e sul ghiaccio, sì, ma una passeggiata. Kiitos!

La piscina è un sogno, nella mia top ten personale delle piscine al primo posto, insieme alla piscina olimpica Grand Nancy Thermal, a Nancy.

Quinto giorno, giovedì 21 gennaio

Prima del workhop che animerò mi rifugio un paio d’ore nella biblioteca universitaria, per finire di prepararlo. Circondata dall’architettura e dal design finlandese, immersa nel bianco, intorno a me studenti alle scrivanie, negli angoli lettura, fuori dalla finestra i tetti di Helsinki, tutto mi pare easy. Forse qui tutto è più easy. Più facile sicuramente.

Dopo la giornata all’università, insieme a Leena andiamo a casa di Flis, Felicity, una collega appena andata in pensione, anche lei una delle anime dell’autonomia in glottodidattica a Helsinki e in Europa. Per la prima volta entro in una casa finlandese. Un appartamento al quinto piano di un edificio degli anni Trenta, molto legno, ampie finestre, in una fuga di stanze. Anche lì c’è un Berliner Zimmer. Tanti libri e tappeti. Le mie colleghe, appassionate di letteratura, proprio in questi giorni stanno leggendo Elena Ferrante. Sono loro a tessermene le lodi.

Poi andiamo al ristorante, e così scopro che il Ravintola (ristorante) proprio all’angolo della residenza universitaria non è, come credevo, un ristorante dismesso, bensì uno dei più noti della città. Appena entrata sono investita da un’aria kaurimakeska: arredi di legno, tavoli stile anni Venti o Trenta veterosocialisti, luci soffuse, poco o niente rumore.

Sesto giorno, venerdì 22 gennaio

Oggi, ultimo giorno, prima di partire seguo il consiglio di Massimo e vado al Kiasma, museo di arte contemporanea.

Un bell’edificio, architettura ardita. Percorro le sale distribuite su cinque piani visitandone le esposizioni. Una di queste è “School of disobedience”, di Jani Leinonen. Un’esposizione critica, che rovescia i miti della società dei consumi, li mette in questione, usandone i logo che ormai hanno inondato la nostra visuale. Logo di catene di fast food, di supermercati low cost, scomposti e ricomposti per formare frasi che ci fanno pensare. Ci costringono a pensare. A tutto ciò che nella storia è da imputare a un’obbedienza acritica: guerre, genocidi, schiavitù. “Historically the most horrible things like wars, genocides and slavery have not resulted from disobedience, but from obedience.”

Forse anche noi dovremmo cominciare a disobbedire.

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(foto: Giovanna T.)

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3 risposte a Biglietto da Helsinki

  1. mirakriz ha detto:

    Bello… attendo.il sequel…sembra di essere li con te

  2. Pingback: Fuochi e foreste | bloggiovi

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