Folle Flagstaff

23 agosto

Ci lasciamo alle spalle Page, Arizona, la cittadina fantasma dalle sedici chiese per meno di seimila abitanti, in cerca di vita urbana. Dopo oltre tre settimane di natura a perdita d’occhio, siamo carichi di impressioni e immagini, terre rosse, archi, canyon, altipiani sconfinati che cambiano colore col cammino del sole, tramonti di fiamma e deserti; dopo tutto ciò sentiamo il bisogno di città, per prendere il respiro, per distrarre gli animi da questa overdose di bellezza. Ci fermiamo un’ultima volta a Horseshoe Bend, un altro miracolo della natura, il Colorado River un boa avvolto intorno a un enorme ferro di cavallo di roccia arenaria: le sue acque si muovono lente, viste da quassù, ma potenti, a giudicare dalle centinaia di miglia di canyon scavati attraverso questi vasti territori, dal Colorado, allo Utah, all’Arizona… Ci congediamo da questo fiume magico e misterioso, e ci rimettiamo in viaggio.

Non passa molto tempo che il paesaggio cambia. Le distese rosse e desertiche lasciano il posto a prati – oh, che sensazione rivedere il verde, disseminato dal giallo dei fiori, è un sentirsi rinascere – e boschi, l’odore delle conifere ci raggiunge attraverso i finestrini della macchina.

E poi siamo a Flagstaff, ridente cittadina dell’Arizona, a 80 miglia dal Gran Canyon, al principio della Route 66, sede della NAU, Northern Arizona University. Attraversati i sobborghi, costeggiati da motel, garage, bar, senza soluzione di continuità, alla nostra sinistra la ferrovia, entriamo nel cuore della città.

Un attimo, e scorgiamo l’insegna alta di un hotel, Hotel Monte Vista, un vecchio edificio in mattoni rossi in San Francisco Street, un’enorme reception con tappeti spessi e mobili in legno massiccio, un luogo accogliente e strano, con accesso diretto a un barettino frequentato, una sala da tè, un ristorante, e una cocktail lounge al seminterrato.

Una stanza ce l’hanno. Prima follia? No, l’albergo costa meno di quanto pensassimo. Saliamo al terzo piano e, aggirandoci nei corridoi alla ricerca della stanza 303, leggiamo sulle porte: Barbara Stanwyk – 304, Bon Jon Jovi – 305, Gary Cooper – 306, Debbie Reynolds – 307. Wow!. Arriviamo alla nostra: Air Supply – 303. Con tanti VIP accanto, ci sentiamo VIP anche noi e prendiamo possesso della nostra stanza. Solo più tardi, già lasciato l’hotel, lasciata la città, leggeremo che, tra i suoi ospiti famosi, l’Hotel Monte Vista vanta anche alcuni fantasmi, che rivelano la loro presenza in svariati modi. Per fortuna non ne abbiamo incontrato nessuno, nemmeno l’elevator attendant, che si rivelerebbe con una voce incorporea che chiede “Which floor may I take you to?”

Gli spirits il venerdì sera si concentrano prevalentemente nella cocktail lounge, un affollamento di giovani uomini e donne il cui tasso alcolico e acustico investe il marciapiede circostante nel raggio di duecento metri, ragione per cui, rientrando in albergo a tarda sera dopo un’escursione cinematografica assai avventurosa, la cocktail lounge l’abbiamo bypassata.

Sistematici in albergo, siamo subito pronti ad assaggiare la città, pregustando i sapori dell’urbanità. Il primo è tutto dolce. Dall’altra parte della strada, Aspen Avenue, ci attende lo Sweetshoppe Candy Shop, con una tavolozza di mele caramellate al cioccolato, cioccolato e macadamia, arachidi, noci del brasile e una varietà di cioccolate artigianali che la scelta ci imbarazza. Pregustiamo, gustiamo, facciamo il pieno per il resto della giornata. Passeggiamo per il centro della città, la downtown storica, annusiamo vetrine di negozi di abbigliamento, fotografiamo le immancabili bandiere a stelle e strisce negli edifici storici, ci intratteniamo con un pittore che sta decorando il muro di un edificio: Toulouse Lautrec e Frida Kahlo si danno la mano, sopra di loro aquile, farfalle e pappagalli colorati. Ci fermiamo increduli davanti a una chiesa dai muri di pietra, dal campanile e dai contrafforti rosa, che sembra uscita dalla favola di Hansel e Gretel, mi avvicino per capire se è fatta di marzapane e se ne può staccare un pezzetto. (Church of the Nativity, Flagstaff, AR). Proseguiamo, inoltrandoci in una galleria del centro, un negozio attira la nostra attenzione, Black Hound, c’è di tutto, carta igienica con la faccia della Merkel, calamite gay, tazze Star Trek con Captain Kirk e Mister Spock, edizioni scelte di saggi sociolinguistici come Watch your F*cking Language, teste di animali di gomma, unicorni, maiali, orsi, cavalli, tori, bulldog, non si sa se destinate a feste di carnevale o rapine in banca, e naturalmente T-shirt, T-shirt, T-shirt, che se Boris non ne avesse già comprate 37 durante queste vacanze, adesso ne comprerebbe un altro paio.

Quando usciamo siamo un po’ brilli, e veniamo catapultati in una libreria antiquaria, Starrlight books, in un piccolo edificio bianco e verde, vecchi scaffali odorosi di carta vecchia, collezioni di fumetti e fantascienza, libri storici, letteratura, poesia, saggi, un retrobottega a winter garden con due sedie di paglia, un tavolino, e una scelta di libri aperti. Mentre sfoglio una traduzione americana di “Se una notte d’inverno un viaggiatore” e annuso Steinbeck in edizione originale, Boris è già immerso in una fitta conversazione con il proprietario, storie di pirati e di indigeni, e il proprietario, tutto preso, apre la vetrinetta dei tesori e gli mostra un’edizione del 1700 del primo libro sulle culture indigene, scritto da un pirata che, ferito, si dovette fermare su un’isola dei Caraibi, accolto e curato da sciamani delle popolazioni indigene. Insomma, Pirates of the Caribbean (I pirati dei Caraibi) in versione originale!

Questo ci riporta a uno dei desideri espressi la mattina in macchina, alla volta di Flagstaff: andare al cinema. Una breve perlustrazione del centro ci rivela la vitalità cinematografica di Flagstaff, che offre cineforum e serate a tema, horror il mercoledì, film storici il lunedì, ma oggi è venerdì. Anche lo storico teatro Orpheum, del 1911, non ha in programmazione niente per stasera. È così che, dopo una lunga ricerca su internet, troviamo finalmente una multisala, gli Harkins Theaters, e ci prepariamo alla nostra serata cinematografica. Un’occhiata al programma, un’occhiata alla cartina, e siamo partiti per l’avventura cinematografica.

Avventura cinematografica che, anche questa una piccola follia, si può riassumere nell’erronea trasposizione di distanze americane in distanze europee. Un po’ come le miglia e i chilometri, il cui calcolo, per quanto preciso, non rende mai l’idea delle distanze percepite. Al cinema, distante sulla carta circa un miglio, ci vogliamo andare a piedi. E così facciamo, prendendo la San Francisco Street, attraversando la ferrovia, costeggiando il cimitero, oltrepassando il campus della NAU, e una MALL e inoltrandoci sulla collina alla volta degli Harkins Theaters. E, come nelle favole, camminacheticammina, dopo esserci persi nella MALL, aver vagato da una stazione di servizio a un fast food, aver percorso una strada a serpentina prima in un senso poi nell’altro, finalmente arriviamo in vista del cinema, di cui intravediamo, dietro un bosco fitto di abeti, l’enorme insegna al neon.

Camminare in sé non è il problema. Il problema è camminare in una città americana. Perché nessuno, dico nessuno, va a piedi e se vai tu a piedi uno ti senti fuori posto, due non incontri nessuno a cui chiedere informazioni, tre rischi di non essere visto al buio perché tutti, dico tutti, si spostano in macchina. Al ritorno dal cinema, in camminocheticammino verso downtown, verso il nostro albergo abitato dagli spiriti (informazione che per fortuna non ci è ancora nota) c’imbattiamo in un treno merci che corre sui binari. Mentre il treno corre e corre continuo a dire a Boris, che bello, che bello, non finisce mai, e guardo il treno e guardo Boris e lo vedo assorto (il treno, non Boris, anzi no, Boris, non il treno) come in un mondo suo: starà meditando? Avrà visto un fantasma? (No, quello non lo sapevamo ancora) Gli sarà venuta in mente una storia? Finalmente il treno finisce e Boris si riprende: 184 vagoni. Li ha contati!

Al cinema ci torniamo la sera successiva, a vedere The gift, di Joel Edgerton, un thriller psicologico davvero fantastico. Ci torniamo in macchina, stavolta, per non avere sorprese. La sorpresa invece ce l’abbiamo in sala: nei momenti clou del film, quando la musica si fa inquietante e la macchina da presa percorre il corridoio dell’appartamento disseminato da tracce di sangue e improvvisamente gira l’angolo, tutta la sala ha un sobbalzo e tutti, dico tutti, urlano di paura. Così urlo anch’io senza problemi (a Berlino non oserei mai, al massimo tratterrei il respiro e soffocherei un “Ooohhh!”). Urlo e poi rido, e mentre torniamo in albergo continuo a ridere: “Ils sont fous, ces américains!”.

L’albergo non è più l’Hotel Monte Vista, perché per la seconda sera, il sabato, non ha più stanze libere. Meglio così, col senno di poi, pensa se ci avessero dato una stanza già occupata da un fantasma, la 305, con la “rocking chair” o la 210, dove John Wayne in persona vide il fantasma Bellboy. No, la seconda sera siamo al Downtowner, un motel storico della Route 66, ora ostello per la gioventù, dove abbiamo conquistato l’ultima stanza privata libera, tutt’intorno a noi giovani backpacker che tra una birra e l’altra, un passaggio e l’altro, si accontentano di un letto in una stanza da otto.

Guadagniamo la nostra stanza, il nostro queen bed, e prima di addormentarci, mentre fuori imperversa il sabato sera, musica e voci indecifrabili, ripensiamo alla folle Flagstaff, e ai folli noi, e, mentre a un centinaio di metri sentiamo arrivare il treno, ci sentiamo giovani, anche noi…

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(foto: Boris P.)

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