Archi, angeli e arcobaleni

20 agosto

La tappa più attesa del nostro viaggio è Moab, Utah. A Moab ci siamo fermati una settimana, da trascorrere ad Arches e Canyonlands, paesaggi che ci avevano magicamente conquistati durante il nostro primo viaggio negli USA.

Al nostro ingresso nello Utah, ancora sulla Interstate 15, siamo stati accolti da un arcobaleno. Ci eravamo appena fermati a una stazione di servizio, depistati dal navigatore, “la signorina”, e un po’ offuscati, quando ci ha colto la pioggia, con quelle goccione enormi come le ricordavo dalla prima visita ad Arches, gocce che quasi ci schiaffeggiavano. Sono bastati pochi minuti appoggiati alla macchina, nel parcheggio dell’area di servizio, fermi a guardare le montagne, esposti al vento e all’acqua che cadeva di taglio, a lavarci dal malumore e dall’incertezza. E, ripresa la strada, ci si affianca l’arcobaleno. Un arcobaleno enorme, completo, uno solo, poi due, tra il verde delle montagne, il nero e il grigio delle nuvole, l’arancio del sole, mentre la pioggia andava e veniva. Siamo nello Utah, nella terra magica delle montagne e dei canyon rossi, delle nuvole che inondano di viola il tramonto, delle colonne di pioggia che si disegnano nel vasto orizzonte – cielo e terra a 180 gradi, senza segni di intervento umano.

Arriviamo a Moab la sera seguente, dopo aver attraversato pascoli verdi e paesi di quattro case, esserci inoltrati nel Capitol Reef National Park, e lasciato alle nostre spalle, dopo i canyon, enormi montagne grigie. Non so come, a Moab ci sentiamo subito a casa. È una cittadina turistica senza pretese, ma accogliente. O sarà per le montagne rosse che la costeggiano?

Il ritorno ad Arches è indescrivibile. Appena entrati nel parco sono sopraffatta dall’emozione. Un’emozione già provata, ma questa volta ancora più intensa: la meraviglia, lo stupore e al tempo stesso un’indefinibile affinità con queste roccione rosse che si stagliano, che sfidano le leggi della statica e dell’equilibrio (Balanced Rock), con questi scorci che si aprono all’orizzonte. Cosa mi lega a questi luoghi? A questa terra così unica? Ci sono stata in un’altra vita? O è semplicemente sacra?

In questa settimana a Moab abbiamo trascorso tre giorni ad Arches, camminando, molto, assorbendo il sapore del vento e delle rocce, respirando la sabbia e il sole. Tacendo, pregando. Che questi giorni non finiscano mai. Che questi archi così fragili restino in piedi. Che altri se ne formino, nelle migliaia di anni di questo pianeta.

Park avenue, le tre sorelle, Balanced Rock, Courthouse Towers, le due Windows (raggiunte questa volta dal primitive trail), Turret Arch, Skyline Arch, Sand Dune Arch, Landscape Arch, Tunnel Arch, Pine Tree Arch, tre elefanti. Non so descrivere la sensazione di pienezza, di pace, di essere uno con il paesaggio.

L’ultimo giorno l’abbiamo dedicato a Delicate Arch. Tornando, prima sul percorso fatto tre anni fa, al Wolfe Ranch, poi incamminandoci alla volta dell’arco. Cinque chilometri di cammino, salendo sotto il sole su una montagna di pietrone rosse, enormi mammelle o dinosauri che ti chiamano a proseguire, oltre il sudore e la fatica. E un paesaggio che si apre, a poco a poco, in bacini concavi che ti accolgono senza riserve. L’ultima parte del percorso, un sentiero stretto di pietra, appoggiato alla roccia a destra e aperto su un lago di rocce a strapiombo sulla sinistra, richiede tutta la mia attenzione. E poi, improvvisamente, Delicate Arch. Le foto che tanto spesso si trovano su internet, sulle guide, che tutti ammirano, non rendono giustizia a Delicate Arch. Perché Delicate Arch è solo una parte di un paesaggio mistico: un grande bacino concavo che si apre a ovest dell’arco, una parete che lo chiude dalla parte opposta, e poi l’arco, finestra sull’infinito, tutto l’insieme è un tempio naturale che ispira meraviglia e venerazione. Il senso del sacro. Nel significato etimologico del termine: un recinto naturale, in cui si raccolgono i misteri inviolabili dell’universo.

Quanto siamo rimasti lassù? Non lo so. Non me ne sarei mai andata. Stanchezza, caldo, sete, tutto era sparito in quel cerchio magico. Solo il vento, che soffiava con tutta la sua forza, a spazzare via le impurità, a strappare i pensieri dalla testa, che quasi non te ne restavano più, inutile rincorrerli, erano già persi, precipitati nello strapiombo. Il vuoto mentale, un esercizio zen in grembo a Madre Terra.

Infine siamo dovuti tornare. Sospinti dal vento, lampi e colonne di pioggia all’orizzonte, accanto al sole e alle nuvole che si preparavano a stendere i loro drappi rosseggianti.

L’ultima passeggiata ad Arches, l’ultimo giorno a Moab. Ci prepariamo a congedarci dal miracolo.

E poi, già in macchina, usciti da Arches, sulla via per Moab, un altro miracolo. Un arcobaleno davanti a noi. Un arcobaleno, due arcobaleni e in mezzo un raggio di luce, una colonna di pioggia bianca, due ali, sì due ali. Un angelo. Scende a salutarci. Ad accompagnarci. Non siamo soli. Proseguiamo.

 

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Archi e arcobaleni ad Arches (foto di Giovanna T. e Boris P.)

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