Abbracciare alberi

Sequoia National Park, CA, 4 agosto 2015

Abbracciare alberi: è quello che faccio qui al Sequoia National Park. Con lo sguardo, la testa rivolta all’insù, il naso verso il cielo, per vederne la cima; o tutt’intorno, a centottanta gradi, gruppi di giganti rossi a due, a tre; o dall’alto, dal bordo di una strada di montagna che si apre su uno strapiombo, e intorno una cintura di montagne, la Sierra Nevada, rendendomi improvvisamente consapevole di una prospettiva più ampia, più di centottanta gradi, come mi suggeriva l’Ari in sogno qualche giorno fa…

Siamo negli USA, questo paese contraddittorio e affascinante, la cui natura supera la nostra immaginazione, per vastità, per ampiezza di proporzioni, per gli scorci e i panorami. Un viaggio alla scoperta, alla riscoperta, di paesaggi esteriori e interiori.

In questi giorni, le sequoie. Alberi indescrivibili. Alte da non vederne la fine, rosse come la terra rossa dei canyon desertici, come la luna in certe notti, come la pelle dei popoli nativi di qui, come un sorriso caldo di una vecchia. Le più alte, il General Sherman Tree, o il Grant Grove, raggiungono i 274,9 piedi e hanno 2.000 anni di età. La base spesso cava, quasi un tipì nero nel quale ripararsi, cicatrici nere degli incendi che le assalgono di tanto in tanto, le sequoie resistono, nel senso etimologico della parola: stanno, restano, s’innalzano, svettano. Sussistono.

Al Sequoia Museum leggo: “Do sequoias have a natural life span, an age at which they weaken and die? No one knows. Some are over 3.000 years old. Long life plus rapid growth let sequoias attain immense size. How do they live so long? Adaptations help sequoias survive. When injured, most Big Trees heal and keep growing.”

Più che un’informazione, un insegnamento.

Il fuoco, gli incendi che periodicamente le assalgono sono vitali per le sequoie, le rendono forti, liberano il terreno circostante e permettono ai semi/alle spore di insediarvisi dando vita a nuovi alberi. Le ferite, le cicatrici sono il segno della loro esperienza, della loro esperienza di esseri silenziosi e sereni, parte del tutto che le circonda, del bosco, della montagna, del vento che le accarezza.

In un sentiero appena fuori della folla, il Congress Trail, mi fermo davanti a una sequoia sul bordo del cammino. Mi avvicino, la sfioro, mi ci appoggio. La corteccia è calda, squamosa, schegge minuscole, quasi briciole di segatura, mi restano attaccate al palmo della mano. Ora mi ci appoggio con tutto il corpo, le braccia stese ad abbracciarne una piccola porzione, il cuore contro la corteccia, linfa su linfa. L’albero tace, tranquillo.

Percorriamo questa foresta di sequoie insieme a una brezza leggera. Penso a mio padre, che di queste sequoie sognava, senza averle mai viste. Oggi le ho viste io per lui. Con lui. E improvvisamente mi sembra che il loro insegnamento sia anche il suo: esistere, resistere, accogliere le ferite e guarirne, farne cicatrici, segni del cammino, guarire e continuare a crescere.

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Sequoie, particolari (foto di Boris P.)

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