La porta per Parigi

Tre giorni a Parigi, come un sogno. Un sogno in cui precipitano e si confondono parole, emozioni ed esperienze provenienti da diversi strati della mia vita: serendipità, sincronicità, gratitudine, se vogliamo riassumerlo in tre parole. Memoria e domande ne fanno parte.

Arriviamo in rue Lamarck, nel XVIII° arrondissement. Non per la prima volta, stare qui, vivere Parigi qui, da qui, collide con la mia Parigi interiore, che abita la Rive Gauche, il VI° o il XIV° arrondissement, con palpiti che si estendono al massimo al Marais e certe strade de Les Halles.

Stare qui mi richiede un altro punto di vista, mi offre un’altra prospettiva. Il presente modifica il passato. Il passato si avventa sul presente. Come in un caleidoscopio, le immagini si compongono e si ricompongono sempre nuove, regista il caso, o il destino, il filo della memoria.

Le scale che saliamo in rue des Saules, le scale che congiungono rue Lamarck a rue Calaincourt o che scendono da rue Lamarck verso altre strade, queste scale mi riportano a Trieste, Scala Santa, come mi ci riporta il profumo del bosso che mi avvolge all’improvviso nel giardino del Musée de Montmartre. Sincronicità.

IMG_7098Scale a Montmartre (foto: Boris P.)

Arriviamo a Parigi la sera del compleanno di mia nonna, mancata otto anni fa, ma mia nonna mi accompagna, lo sento, come mi accompagna mio padre nel volo sull’Airbus A321 di Air France, nello sfiorare Le Bourget con l’RER da Charles De Gaulle. Gratitudine.

Quattro passi nel quartiere, cena in un ristorante all’angolo, una domanda un po’ esitante e una risposta che mi acquieta, pensandola in filigrana in tedesco. Un nodo che si scioglie, ora dopo ora, passo dopo passo, nei giorni che seguono. Gratitudine.

La mattina dopo, gli ultimi bocconi di un pain au chocolat, il migliore mai mangiato da tempo, quasi una madeleine, un incontro. In una piccola libreria di rue Calaincourt, McGriff’s, ispirata da alcuni titoli in vetrina, chiedo di un libro di Alejandro Jodorowski, di cui l’Arianna ha appena postato una citazione, Psychomagie. Ebauches d’une thérapie panique. Il libraio è un uomo sorridente, dal viso tondo color caffellatte. Ci mettiamo a parlare, e poche frasi bastano a constatare destini incrociati: Parigi, Berlino, Monaco, un’identità europea vissuta, di un’Europa che è realtà per i giovani, i nostri figli, dice lui, ma non per i nostri politici. La crisi della Grecia, letta da qui, apre interrogativi sul ruolo della Germania in Europa, sulla nostra società, sulla politica e le banche, le lobby…

Parlando, parlando politica, libri, prime edizioni, parole in carta, ci sentiamo a casa. Il libro che cercavo non l’ho trovato, in compenso ne prendo un altro, anzi altri. “Vous n’allez pas m’acheter toute la boutique”, dice McGriff, un parigino d’America.

La sera, leggendo un articolo di Chamanisme et psychothérapie, « Danser sous les ailes de l’ombre », rifaccio la conoscenza degli heyoka, sognatori del tuono Lakota, un po’ uomini medicina un po’ clown, uomini al contrario. Colpiti dal tuono e dalla folgore, le potenze oscure e minacciose, gli Wakiman, gli heyoka portano la croce del loro destino di eletti e dannati. Costretti a rappresentare e vivere la loro visione, il sogno mandato loro dagli Wakiman, anche se umiliante e sovversivo, sentono e agiscono al contrario, svestendosi al freddo, coprendosi al caldo, ridendo ai funerali, vestendosi e vivendo come l’altro sesso, come chi non sono. Vivendo al contrario sovvertono le regole della società, e al tempo stesso ne consolidano la consapevolezza e i valori. Un pensiero assurdo, un cui lembo però combacia con quanto sto approfondendo sull’autonomia, sul difficile equilibrio tra autodeterminazione, resistenza alle opposizioni per vivere secondo le proprie convinzioni o ideali, e conformismo, inevitabile (?) adattarsi a regole senza le quali un vivere sociale non sarebbe possibile. Un’acrobazia quasi, un camminare sul filo, sotto di noi il vuoto. Universi paralleli che convergono, la cosmologia Lakota e la filosofia tedesca. Serendipità.

Trascorriamo questi giorni camminando, respirando, osservando, riflettendo, la nostra meta il cammino, lasciandoci condurre da un’intuizione, un odore, un manifesto. Nel difficile equilibrio tra autonomia e adattamento, sì, perché proprio io, che dell’autonomia ho fatto il mio campo di esplorazione, spesso sono quella che si adatta, disposta a seguire i ritmi di B., a portare i miei passi dove vanno i suoi, parca di desideri.

Camminiamo dove ci portano i piedi, Montmartre, la Goutte d’Or, il quartiere di Rochechouart, il canal St Martin, risalito fino alla Villette, Pigalle, l’Opéra, Boulevard des Italiens… Incrociamo tanti volti, parigini, neri, bianchi, asiatici, meticci, tanti turisti, tanti sdf. Agli angoli delle strade, sui marciapiedi, in una nicchia nascosta in cui si sono accasati. E, non solo perché tra l’altro siamo venuti a vedere la mostra dedicata alla Piaf, alla Bibliothèque Nationale, mi suonano e risuonano nella mente “Sous le ciel de Paris” e ancor più l’impietosa “Les mômes de la cloche”. Domande.

Siamo arrivati a Parigi come in un soffio. Ripartiremo come in un soffio. Berlino – Parigi – Berlino. E saranno perse le strade, i passi, gli incontri, le scoperte. O forse…

Nel dormiveglia oggi mi tornano alla mente le immagini di un film assurdo, una commedia russa alla Iosseliani, in cui in un appartamentino a San Pietroburgo, dietro samovar e divani, sul fondo di un armadio, una porta si apriva su Parigi, ed era tutto un andirivieni rocambolesco di personaggi strambi. Piacerebbe anche me, una porta su Parigi, una porta per Parigi, attraversare un muro, calarmi da una finestra e ritrovarmi in un universo parallelo, denso di vita e di domande, di risposte anche, Alice dietro una farfalla, un battito d’ali, un angelo a indicarmi il cammino…

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le foto: Scale a Montmartre, Cabaret du ciel (Boris P.), Nuvole (sculture in lego di Nathan Sawaya, foto Giovanna T.)

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