Lie to me – philosophique

In un libro di Alain Cugno, La blessure amoureuse, trovo alcuni passaggi che fanno da pendant filosofico alle scoperte di Paul Ekman sul rapporto tra emozioni e corporeità.

Paul Ekman, psicologo, ha analizzato per decenni le tracce delle emozioni sul nostro viso e sul nostro corpo. Ricerche condotte in tutto il mondo, dagli Stati Uniti alla Nuova Guinea, l’hanno portato a scoprire gli universali della mimica, l’espressione della rabbia, della paura, della tristezza, dello stupore, del disprezzo, della gioia. Espressioni che s’iscrivono sul nostro viso in modo talora palese, talora rapido e impercettibile, solo per decimi di secondo (le microespressioni), tanto da ingannare chiunque, anche gli specialisti. (La scoperta delle microespressioni, Ekman l’ha fatta guardando e riguardando per un centinaio di ore al rallentatore il filmato di una paziente depressa a colloquio con uno psichiatra. La paziente aveva richiesto di poter essere dimessa dalla struttura psichiatrica in cui era ricoverata per un fine settimana, a suo dire per vedere la famiglia. Lo psichiatra, che doveva valutare se lasciarla uscire o meno, se fosse stata o no a rischio di suicidio, le firmò il permesso per il fine settimana. E lei, contrariamente a quanto aveva affermato, si suicidò.)

Anche noi, giorno per giorno, minuto per minuto, quante volte ci inganniamo scrutando il volto di una persona, anche di una persona amata, sorvolando su un sopracciglio alzato, su un angolo delle labbra rivolto all’ingiù, su un paio di braccia conserte, perfino su un sorriso?

Un inganno che si ritrova anche nelle considerazioni di Cugno. Qui, alla consapevolezza che le nostre emozioni si iscrivono nel nostro volto e nel nostro corpo, che lo vogliamo o no, si aggiunge la costatazione che questo avviene in un complicato gioco di specchi tra noi e l’altro, tra noi e gli altri, in cui né vediamo quello che manifestiamo né siamo in grado di interpretare quello che vediamo.

« Nous sommes persuadé que les personnes qui nous entourent savent la tête qu’elles font, et nous les traitons comme telles. C’est même ce que nous voyons sur leur visage et ce à quoi nous les reconnaissons : leur signature. Mais en réalité, elles n’en savent rien. Elles ne savent pas comment elles signent et à cet égard naviguent à l’estime, en essayant de deviner ce que nous percevons d’elles, à partir d’expressions de notre corps que nous ne maitrisons pas plus qu’elles ne maitrisent les leurs. » (Alain Cugno, La blessure amoureuse, Paris, Seuil, 2004, p. 40).

Insomma, ci troviamo davanti agli altri, anche alle persone più vicine a noi, come davanti a enigmi da decifrare. Enigma noi a noi stessi, perché percepiamo emozioni di cui non vediamo le tracce, enigma agli altri, che ne vedono le tracce e ci attribuiscono una firma che forse non è la nostra, che forse non corrisponde a quanto sentiamo; enigma gli altri a noi, quando crediamo di leggere nel loro volto, nei loro gesti, nelle loro parole, emozioni e affetti che loro si ostinano a negare.

Così entriamo in confusione. Basta guardarci allo specchio per non riconoscerci, a volte. Qual è la nostra espressione quando siamo felici? Quando siamo innamorati? Quando siamo delusi? Quando siamo tristi fino alla morte? Quando siamo in preda all’ira?

GhigliaDonna-allo-specchioOscar Ghiglia, Donna allo specchio

(http://www.giovannifattori.com/wp-content/uploads/2011/03/GhigliaDonna-allo-specchio.jpg)

I sentimenti, le emozioni, spesso non li riconosciamo neanche quando si fanno strada potenti nel nostro corpo. A volte non li vogliamo riconoscere a volte perché fanno a botte con la nostra ragione, con quello che ci auguriamo, che desideriamo. A volte non li riconosciamo perché ci sorprendono, perché ci assalgono come ladri, come banditi, come aggressori e prendono possesso di noi, contro la nostra volontà, e quando ce ne accorgiamo è troppo tardi per trattenerli, per farli tornare indietro, per evitare di farli dilagare. Ne so qualcosa anch’io. E a volte, anche quando crediamo che siano trascorsi, che ci abbiano attraversato, lasciato, purificato, ce li ritroviamo nei segnali che il nostro corpo ci manda a nostra insaputa. Somatizzati, come diceva la medicina una volta, un termine che non ha quasi più senso se pensiamo che siamo un’unità, il corpo-mente, in cui la nostra mente, i nostri sentimenti e le nostre cellule parlano la stessa lingua, che noi, per la maledizione di Babele, crediamo tante lingue diverse, discrete, separate.

A volte, anche quando li abbiamo riconosciuti, i sentimenti faticano a farsi strada, vittima di autocensure e di censure sociali. Alcune sane, per carità, altre invece no. Così ci può capitare di trovarci di fronte ad altri che ci dicono che quello che sentiamo non è giusto, è sproporzionato alla situazione, è fuori luogo, è inaccettabile, non è vero.

Insomma, la strada che porta dai sentimenti alla loro espressione e ritorno, dalla loro espressione alla loro lettura, è spesso un labirinto, fatto di sentieri incrociati.

Eppure qualcuno ci dice:

“Stop minimizing and discounting your feelings. You have every right to feel the way you do. Your feelings may not always be logical, but they are always valid. Because if you feel something, then you feel it and it’s real to you. It’s not something you can ignore or wish away. It’s there, gnawing at you, tugging at your core, and in order to find peace, you have to give yourself permission to feel whatever it is you feel.

You have to let go of what you’ve been told you should or shouldn’t feel. You have to drown out the voices of people who try to shame you into silence. You have to listen to the sound of your own breathing and honour the truth inside you. Because despite what you may believe, you don’t need anyone’s validation or approval to feel what you feel. Your feelings are inherently right and true. They’re important and they matter — you matter — and it is more than okay to feel what you feel. Don’t let anyone, including yourself, convince you otherwise.” (Daniell Koepke)

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Cy Twombly, Hero and Leander, 1984

(http://www.cytwombly.info/twombly_gallery3.htm)

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4 risposte a Lie to me – philosophique

  1. bloggiovi ha detto:

    A chi fosse interessato a una divulgazione televisiva delle scoperte di Paul Ekman consiglio la serie Lie to me, con il bravissimo Tim Roth nei panni del Dr. Cal Lightman: http://www.paulekman.com/lie-to-me/

  2. vagoneidiota ha detto:

    Paul.
    Mi mancava da tempo. Eppure mai dimenticato.
    Those Things (Migs Salted Dub Deluxe) di Miguel Migs Feat. Lisa Shaw

  3. bloggiovi ha detto:

    A chi mi hai chiesto una traduzione della citazione di Daniell Koepke, eccola qua:
    “Smetti di minimizzare e sminuire I tuoi sentimenti. Hai ogni diritto di provare quello che provi. I tuoi sentimenti possono non essere sempre logici, ma sono sempre validi. Perché se provi qualcosa, lo provi ed è reale per te. Non lo puoi ignorare e spazzare via. È lì, ti sta triturando, strattonando nel tuo intimo, e per trovare pace devi permettere di provare ciò che provi, qualsiasi cosa esso sia.
    Devi liberarti di quello che ti hanno detto che dovresti o non dovresti provare. Devi sovrastare le voci di chi cerca di ridurti al silenzio per la vergogna. Devi ascoltare il suono del tuo respiro e onorare la verità che riposa dentro di te. Perché, nonostante quello che credi, non hai bisogno dell’approvazione di nessuno per provare ciò che provi. I tuoi sentimenti sono intrinsecamente giusti e veri. Sono importanti e e contano – tu conti – ed è più che giusto provare ciò che provi. Non permettere a nessun’altro, nemmeno a te stesso, di convincerti del contrario.”

  4. bloggiovi ha detto:

    Per i non francofoni traduco anche la citazione in francese di Alain Cugno:
    « Siamo convinti che le persone che ci circondano sappiano che faccia fanno, e le trattiamo com tale. È addirittura quello che vediamo sul loro volto e quello in base a cui le riconosciamo, la loro firma. Ma in realtà, non ne sanno nulla. Non sanno come firmano e in questo navigano a vista, cercando di indovinare quello che percepiamo di loro a partire dalle espressioni del nostro corpo, che d’altronde noi non padroneggiamo più di quanto loro non padroneggino le loro. » (Alain Cugno, La blessure amoureuse, Paris, Seuil, 2004, p. 40).

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