Tracce di canti

In volo da Uluru a Darwin, 24 agosto 2014

“ […] si credeva che ogni antenato totemico, nel suo viaggio per tutto il paese, avesse sparso sulle proprie orme una scia di parole e di note musicali, e che queste piste fossero rimaste sulla terra come ‘vie’ di comunicazione fra le tribù più lontane.

‘Un canto’ disse [parla Arkady, uno dei personaggi de Le Vie dei Canti, MGT] ‘faceva contemporaneamente da mappa e da antenna. A patto di conoscerlo, sapevi sempre trovare la strada.’

[…]

L’Australia intera poteva, almeno in teoria, essere letta come uno spartito. Non c’era roccia o ruscello, si può dire, che non fosse stato cantato o che non potesse essere cantato. Forse il modo migliore di capire le Vie dei Canti era di pensare a un piatto di spaghetti ciascuno dei quali è un verso di tante Iliadi e Odissee – un intrico di percorsi dove ogni ‘episodio’ è leggibile in termini geologici.” (Bruce Chatwin, Le Vie dei Canti, Adelphi, pp. 25-26)

Questi canti vengono tramandati oralmente dagli anziani ai giovani – che potranno cantarli solo divenuti a loro volta anziani – all’interno di una stessa tribù, e di tanto in tanto scambiati con tribù confinanti. Inoltre, elementi dei canti vengono raffigurati nelle pitture rupestri, nei luoghi sacri sparsi attraverso la terra: il Serpente Arcobaleno, la Donna Pitone, le Sette Sorelle e Wadiniru, Nabulwinjbulwinj, lo Spirito Fulmine, l’Uomo Lucertola dalla Lingua Blu…

Di questi canti ho colto qualche ridottissimo frammento, come aver ritrovato di un intero poema un emistichio, anche quello incompleto e frammentario. E questo li rende ancora più misteriosi e affascinanti, ricordo lo stupore provato alla scoperta che i versi dei lirici greci, coì evocativi e poetici, da me tanto amati al liceo, non erano che minuscole pietruzze, frammenti di lunghi poemi a noi non pervenuti (e anche quelli erano cantati, su uno spartito a noi ignoto).

Una geografia o cosmogonia i cui primi riverberi mi si sono chiariti nel “Dot painting workshop” a Uluru, con Sarah, della tribù Anangu. Geraldine, la sua interprete, ci spiegava che ogni loro dipinto è una storia, in cui si trovano, cifrati nei simboli da loro adottati, riferimenti geografici, vicende mitologiche e avvertimenti pratici. Perciò, quella che impropriamente veniva chiamata arte aborigena, non era in realtà che un sistema di comunicazione, di trasmissione d’informazioni, di storie, di rituali.

A raccontare una storia dipingendo abbiamo provato anche noi, Boris, la Vale ed io, insieme a una bella signora originaria delle Blue Montains, al “Dot painting workshop”. Alcuni eventi e luoghi della mia, dalla mia nascita ad oggi, li ho raccontati così.

IMG_5488La mia storia (foto: Giovanna T.)

Un’altra storia ce l’ha raccontata ieri Luke, durante la splendida escursione a Cave Hill, la collina della caverna, anche questo un luogo sacro degli Anangu a circa duecento chilometri da Uluru. Un capitolo della storia delle Sette Sorelle, inseguite da Wadiniru, innamorato della più giovane di loro. La più anziana delle sette sorelle era saggia e con poteri straordinari, un po’ strega un po’ donna medicina; Wadiniru, anche lui dai poteri magici, in grado di assumere le più diverse sembianze, di roccia, di vento, di canguro, di emu o di qualsiasi altro animale, accompagnato da Namba, una sua “quarta” gamba, un secondo pene impetuoso e talvolta incontrollabile.

Guidati da Luke, passiamo di luogo in luogo a Cave Hill: vediamo il focolare vicino al bush in cui le Sette Sorelle si erano fermate a riscaldarsi e da cui sono scappate quando la più anziana aveva avvertito la presenza di Wadiniru, fattosi vento; vediamo le rocce di cui Wadiniru aveva assunto le sembianze, a volta a volta con Namba, più basso, ma sempre vicino a lui, parte di lui; vediamo la caverna in cui le Sette Sorelle si erano rifugiate, le tracce della sorella più anziana e di quella più giovane, due cavità semicircolari nella roccia (le donne e gli uomini sono rappresentati, nei simboli Anangu, da un semicerchio, ad indicare l’impronta che lasciano sulla sabbia, seduti a gambe incrociate); vediamo la fenditura scavata nella roccia da Namba, scagliatosi addosso alla sorella più giovane, per rapirla. Vediamo le tracce di questa storia perché Luke ce le racconta; senza il suo racconto, forse non ci saremmo forse accorti di nulla.

Le pareti della caverna sono ricoperte da innumerevoli pitture, alcune vecchie di oltre 22.000 anni, altre più recenti. Pitture ocra, bianche, nere e anche gialle, le più recenti. Pitture in strati, storie sovrappostesi le une alle altre, nei secoli, nei millenni. Tra queste scorgiamo le Sette Sorelle in fuga, Wadiniru nelle sembianze di uomo, con testa di lupo, di canguro, di roccia. Le guardiamo a bocca aperta, a testa in su, cercando di imprimercele nella mente (in questa caverna sacra non è permesso fare fotografie).

La storia, però, non finisce qui. Wadiniru ha inseguito le Sette Sorelle per oltre tremila chilometri, un canto che attraversa tutta l’Australia. Arrivate dal nord dell’Australia all’oceano, per sfuggirlo, le Sette Sorelle si tuffano in mare e poi volano in cielo, per trasformarsi in stelle; e Wadiniru dietro di loro. Così l’inseguimento continua: Orione insegue le Pleiadi.

Con un gesto ampio del braccio, a indicare il tuffo nell’oceano e il volo in cielo, gli occhi rivolti lontano, verso un punto indefinito a tremila chilometri di distanza, Luke conclude la storia e tace. Intorno a noi il calore, la luce abbagliante e il silenzio del meriggio.

Luke è di Melbourne, un giovane biondo dai lineamenti forti e dal sorriso dolce. Durante quest’escursione guida il pulmino 4×4 per oltre duecento chilometri, di cui forse la metà su uno sterrato rosso circondato dal bush del Northern Territory, fermandosi di tanto in tanto per farci osservare un canguro sparire nel bush, una delle tante carcasse di macchine abbandonate lungo la strada, la sagoma rosata del Mont Conner a Curtin Springs, bello quanto l’Uluru. Arrivati a Cave Hill, poi, Nancy, la signora aborigena che avrebbe dovuto accoglierci, non si vede; così Luke ne prende il posto senza battere ciglio, mostrandoci lui le piante dello spinifex e spiegandocene l’uso; mostrandoci gli alberi del mulga, dalla cui resina le formiche del miele ricavano il succo prezioso che conservano nelle sacche melarie; mostrandoci come le donne Anangu pazientemente raccolgono e setacciano i semi che poi cucineranno. Dopo Luke ci guida sulle le tracce della storia delle Sette Sorelle e Wadiniru, fin sulla cima della collina rocciosa da cui ammiriamo un panorama sconfinato; prepara il pranzo, bistecche alla griglia, insalata e cipolle, e rigoverna prima di rimettersi alla guida del 4×4.

In una sosta a metà strada, presso la Cutting Springs Cattle Station, una stazione di servizio, campeggio e allevamento, Luke ci porta sul retro del giardino ad ammirare uccelli e pappagalli in una serie di voliere. Davanti a una voliera si ferma ad accarezzare un pappagallo bianco dalla gola dorata che sporge il suo becco verso di noi: “Good boy, good boy…”.

Poi si rimette alla guida, taciturno, certo anche lui stanco della giornata. Le mani sul volante, gli occhiali scuri, un vago sorriso sulle labbra, ci porta verso il tramonto.

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(foto di Boris P., Giovanna T. e Valeria V.)

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