La Vale dei Venti

Uluru and Kata Tjuta National Park, 22 agosto 2014

Il secondo giorno all’Uluru and Kata Tjuta National Park prenotiamo una gita alle Kata Tjuta, le tante teste, anche loro una formazione rocciosa emersa dal mare. Collinone giganti, enormi panettoni, balene e balenotteri distesi nel paesaggio.

Partiamo alle 12.30 con l’Uluru Express per fare la passeggiata Valley of the Winds, la Valle dei Venti, divenuta ormai nella nostra mitologia personale, nel tracciato di questo viaggio, la Vale dei Venti (sì, il titolo è giusto, non c’è una elle di meno). Una camminata che si annuncia di due ore e mezza, un loop di 7,4 chilometri. L’autista del pulmino prima di lasciarci ci avverte che la passeggiata “goes up and down”, “C’è qualche saliscendi”, traduco alla Vale che mi guarda con aria interrogativa, e anche quest’espressione passerà alla storia. “Ah…” fa la Vale. “Ma ci sono i gradini nella roccia”, aggiunge, e ci consiglia di cominciare il circuito da destra, verso i primi due punti panoramici, i più belli, dopo i quali, volendo, si può anche tornare indietro. “Ah….”, fa la Vale.

Così, ci incamminiamo. Sotto il sole delle 13.45, un cielo che non ha una nuvola, e con una temperatura di 27 gradi centigradi. Al primo punto panoramico arriviamo in men che non si dica “Beh, non ci vuole un c….”, dice la Giovi, “ha detto mezz’ora, ci abbiamo messo quindici minuti…”. Scendiamo a destra sui gradini di roccia, bisogna stare attenti, ma niente di troppo impegnativo. La Vale e Boris scattano foto a go go, alte pareti rocciose, alberi e arbusti di un verde grigiastro, eucalipti ed acacie di una specie sconosciuta, orchidee selvagge e altri fiori spinosi a metà tra i cardi e i giacinti (scovolini e scovoloni, commenteranno le due sorelle Vegni su fb). Come faranno a crescere tutte queste piante qui, mi chiedo, non c’è un filo d’acqua… Avanziam “baldánzose”, tra “Ah!” e un “Oh!” di meraviglia per le piante, per le pareti rocciose, per gli scorci di paesaggio, per qualche insetto..

Finché, improvvisamente, ci troviamo di fronte a una parete di roccia infossata tra due monti, un’inclinazione di 45 gradi circa, una trentina di passi in altezza e: “Oh! E adesso?”, chiedo. “Giovi, piegati in avanti e metti un piede davanti all’altro!”, mi dice la Vale. Detto fatto, in breve arriviamo in cima, mentre Boris, più sotto, aiuta due giapponesine in difficoltà.

Dall’altra parte della salita si apre un sentiero che conduce verso una gola. Il secondo punto panoramico. Anche questo lo percorriamo con entusiasmo, seppure con concentrazione. Una sfida: per la Vale le vertigini, per me le rocce ripide. I due maltesi che ci precedevano di pochi passi sono già due puntini minuscoli in fondo alla valle. Come ci arriveremo? Del resto, la parete che ci siamo appena lasciate alle spalle impedisce ogni ritorno.

Tra una foto e l’altra arriviamo in fondo alla gola, che poi è in cima ad un’altra discesa, ancora più ripida. Il tempo di aspettare Boris che continua a fotografare e la Vale è sparita. Scendendo con circospezione guardo a destra e a sinistra del sentiero, per accertarmi che la Vale non sia precipitata o non si sia gettata giù dalla disperazione (lo aveva detto che non voleva camminare…). Guardo davanti a me a fondo valle: a perdita d’occhio, nessuno. Sono spariti anche i due maltesi che erano accanto a noi, una coppia di giovani tedeschi che mi avevano superato da poco e l’uomo che aveva appena fotografato lo scarabeo giallo. Inghiottiti nel nulla.

Nel frattempo devo davvero concentrarmi sul cammino, il sentiero di pietre in discesa, e mentre guardo dove metto i piedi mi chiedo: ma la Vale, dove sarà?

Finita la discesa siamo al centro della valle su cui convergono le tante teste: balene e balenotteri di pietra intorno a noi, dietro alle spalle un massiccio alto. Si leva il vento. Non forte, giusto una brezza piacevole, ora che l’ombra è finita.

E si va avanti. Il cammino è interminabile, il sentiero deserto, a parte me e Boris. Ora si procede in piano, ma dopo poco cominciano i ciottoli. Un’insegna annuncia uno shelter, una tettoia, con acqua potabile. Che la Vale sia là? Quando arriviamo allo shelter, però, la Vale non c’è. C’è solo un cartello che annuncia ancora 2,4 chilometri alla fine del sentiero. 2,4 chilometri di ciottoli, grandi e piccoli, che non finiscono più. Boris si ferma ancora a fare delle foto, io tengo il ritmo, sennò non arrivo più. Della Vale nessuna traccia. Del resto sui ciottoli non si possono lasciare impronte.

Sempre più sudata, sempre più aggredita dalle mosche, sempre più stanca, continuo il cammino. Dulcis in fundo, l’ultimo tratto dell’anello è di nuovo ripidissimo, gradini di pietra altissimi e impervi, oltre tutto mi devo fare strada attraverso una comitiva di tedeschi e una di giapponesi in discesa. E niente Vale.

Ormai non resta che il sentiero che dal loop ci porta alla tettoia vicino al parcheggio dalla quale ci raccoglierà il pulmino, un’ultima ventina di minuti sotto il sole, con le mosche che tentano di entrare nel velo a mo’ di chador che mi sono fabbricata con la sciarpa.

E finalmente, in fondo al sentiero, pronta a scattarci un fotofinish, c’è la Vale. Tutta sorridente. Era arrivata già da un bel po’: “Quando ho visto come buttava, ho preso il via e sono venuta giù a manetta. Non vedevo l’ora d’arrivare!”

La Vale dei Venti.

A confermare il tutto c’è la serie di foto che ha pubblicato su fb. Della prima metà del percorso, tante. Della seconda metà… nessuna.

La sera poi ripercorriamo con la mente il cammino, un po’ orgogliose di avercela fatta.

La Valle dei Venti.

 

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The Valley of the Winds (foto: Boris P. e Valeria V.)

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