Il dio montagna

Uluru e Kata Tjuta National Park, 21 agosto 2014

Siamo arrivati ieri ad Ayers Rock, all’Uluru. L’Uluru è una montagna sacra agli Anangu, il clan di aborigeni che vive in questa zona centrale dell’Australia. Un enorme monolite, originatosi centinaia di migliaia di anni fa, prima per erosione del vento, che separò le rocce dalla sabbia, poi per la forza del mare che aveva invaso il territorio e schiacciò la sabbia fino a farla diventare roccia, roccia che infine, ritiratosi il mare, per effetto dei movimenti tettonici, emerse potentemente dalla terra. Secondo gli Anangu, invece, in questo territorio da oltre 22.000 anni, la montagna è stata creata da loro, dai loro canti – e questo è il mistero delle Vie dei Canti, del Dreamtime, l’indissolubile e magico legame tra canto e terra. A ogni luogo è associata una storia di creature mitologiche.

L’Ulue, il dio montagna, è popolato di storie, la donna pitone, l’uomo lucertola dalla lingua blu, l’uomo emu, storie incise nella memoria collettiva degli Anangu, che incarnano la loro geografia, i loro valori e le loro tradizioni. Gli incontri con i nativi di qui non ce ne svelano che pochi frammenti, raccontati nella loro lingua, una lingua dura e reticente, suoni palatali pronunciati a mezza voce, in una cantilena che nessuna traduzione rende.

Il nostro primo contatto con l’Uluru avviene prima dell’alba. Alle cinque e trenta (sempre mattinieri), saliamo insieme a un buon centinaio di persone, su tre autobus diversi della AAT King che ci porteranno a un punto panoramico per osservare il sunrise, il sorgere del sole sull’Uluru. La sensazione di essere parte di un grande meccanismo turistico – e sicuramente lo siamo – scompare non appena mi allontano dalla terrazza panoramica nella quale i fotografi si sono appostati a decine con i loro treppedi, i loro teleobiettivi, o anche gli Ipad e gli Iphone.

Mi avvio su un sentiero di terra rossa, intorno a me lo spinnifex, la distesa di arbusti grigio-verdi tipica di qui, e di fronte a me, immobile nella sua imponenza, il dio montagna, massiccio, monumentale, self-contained, l’Uluru. Da vicino ne scorgo le fessure, le scanalature, i lineamenti, alcune cavità, le onde disegnate forse dal mare, forse dal vento. Alle sue spalle, in lontananza, le sagome delle Kata Tjuta, le tante teste, rocce femmine. 1 e 0, maschile e femminile, uniti anche qui, come in ciascuno di noi, a formare la complessità del cosmo.

È un momento, questo, sacro, intoccabile, di quelli che ti sopraffanno, ti confrontano con il mistero della bellezza, della natura, della totalità che avvolge l’universo, se solo lo ascoltiamo. E improvvisamente il sole inonda una piega della parete, la scolpisce di luce. Mentre lo osservo cambiare colore di minuto in minuto, al freddo del primo mattino, cerco di assorbire la sua forza, la sua immobilità, il suo essere nel mondo. Cerco anch’io di essere presente. Qui. Un minuscolo frammento della coscienza universale.

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Uluru al sorgere del sole (foto Boris P. e Valeria V.)

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