Il sorriso degli opali

Cairns, 16 agosto

Le prime ore a Cairns, una cittadina balneare all’estremo nord della barriera corallina, le trascorriamo passeggiando e curiosando a un mercatino d’artigianato sul lungomare. Il sole inonda la città, la temperatura è calda, l’atmosfera avvolgente. Giovani e famiglie a passeggio, bambini a sguazzare in un parco giochi d’acqua o nella laguna di fronte al mercatino. Mentre la Vale ed io beviamo un caffè, Boris si è già addentrato tra le bancarelle. C’è un mondo da scoprire: scrub per il corpo a base di erbe e di oli essenziali, massaggi di riflessologia plantare (la Vale ed io ce ne regaliamo uno a testa), artigianato di aborigini, strumenti musicali, boomerang, animali di latta decorati con vetri multicolori, tessuti…

Davanti alla lagunetta Boris ci viene incontro con l’aria sorniona di chi ha già fatto acquisti. Cos’avrà comprato questa volta?

Mi si avvicina e da sotto la maglietta estrae, appeso a un cordoncino di cuoio, un opale. Gli opali sono pietre con venature interne che, alla luce del sole, rilucono di tanti colori, blu, dorato, verde, viola… Questo è bellissimo, nulla a che vedere con quelli che avevo visto finora: una pietra liscia di un marrone scuro, quasi tigrato nelle sfumature più chiare, e al sole rivela tanti piccoli tesori, quasi delle Songlines. “Vieni, ti faccio vedere gli altri, li ho comprati da un ragazzo, li fa lui…”

Mi avvicino alla bancarella, dove sono esposti tanti altri opali, ciondoli di diverse dimensioni e colori legati a cordoni di cuoio, altri ancora incastonati in anelli o ciondoli d’argento. Il ragazzo che li fa, un giovane australiano biondo, i capelli schiariti dal sole legati dietro la nuca, la pelle abbronzata, un paio di braccialetti di cuoio e di rame al polso, ai piedi infradito di cuoio, pantaloni militari stinti e un sorriso dolcissimo nei suoi occhi grigio-verdi, mi si avvicina. O forse sono io che mi si avvicino e gli parlo, in questi incontri non si sa bene, forse siamo entrambi attratti uno all’altro. Parliamo un po’, gli dico che mio marito ha appena comprato un ciondolo, la Vale comincia a guardarne alcuni anche lei, “Take them into the sun”, portali al sole, le dice, per guardarli meglio, per scoprirne i segreti.

E io e lui, Matthew, ma conosciuto da tutti come Mattiuz, “Se mi chiami Matthew nessuno capisce chi sono”, ci mettiamo a parlare. Di come ha imparato a levigare, a cesellare le pietre, che fa tutte lui, una diversa dall’altra – e mentre me ne parla i suoi occhi si illuminano, quasi i riflessi degli opali, no, sono i riflessi della sua anima. E di suo padre, anche lui un artista, scultore di legno, di pietra, di acciaio e anche di plastica. Un uomo creativo, di quelli che non tengono la creatività tutta per sé, ma la trasmettono agli altri, un uomo che gli permetteva, a lui, bimbetto di sette anni, di avvicinarsi alle sculture cui lui lavorava e di metterci le mani. Così ha imparato anche lui ad amare le pietre, ed ora questo amore lo trasfonde nel suo lavoro, ogni pietra diversa dall’altra, e anche lui diverso da suo padre, suo padre più impulsivo, lui invece piu attento al dettaglio, ma lui come suo padre e suo padre come lui, uniti da quello che uno era e l’altro è divenuto. Mentre parla di suo padre io penso al mio, a quello che mi ha dato, anche se non era un artista, o forse lo era, a modo suo: l’amore per il racconto, per la scrittura, la dignità, l’onestà e il lavoro, e penso a quanto ho imparato e gliene sono grata. Gli occhi di Mattiuz brillano mentre parla e anche i miei brillano, forse non i riflessi degli opali, forse sono lacrime che si affacciano alla superficie, ma a guardarci bene ci si dovrebbero vedere tanti colori.

Continuiamo a parlare, io guardo affascinata alcuni Buddha intagliati nell’opale, tanti di diverse dimensioni e colori, ce n’è uno che mi piace in modo particolare, è racchiuso in un tempio violetto e giallo senape, e intanto Mattiuz mi mostra un geco, un geco di bronzo, il suo animale protettore, il suo totem, nel cui muso ha intagliato una cavità nel quale brucia l’incenso, mentre scolpisce i suoi Buddha.

Dalla statuetta, da Mattiuz emana un calore e un senso di pace, un amore per il suo lavoro, per suo padre, per la vita stessa, che mi travolge. Mentre lo saluto ho le lacrime agli occhi, saluto lui e le sue pietre, lui e il suo mondo, un po’ più consapevole del mio: Namaste.

IMG_5348Buddha in tempio d’opale (foto: Giovanna T.)

https://www.facebook.com/mattiuzjewelry

 

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