Di cosa parliamo quando parliamo d’amore

In questi giorni, a Graz per un convegno, mi sono imbattuta in numerosi segni che mi spingono a parlare d’amore. Anzi dell’amore.

Vorrei cominciare con un primo capitolo su quell’amore che spesso viene inteso (o forse frainteso?), come amore romantico, come attrazione irresistibile di due persone l’una verso l’altra, come passione, come ricerca, come inseguimento spesso disperato di un ideale. Quest’amore, che inizia di solito con un innamoramento, ha tanti volti quante le persone che lo vivono. E, a dispetto degli stereotipi cui la nostra società ci suggerisce – o c’impone – d’adeguarci, è per ciascuno un’esperienza unica.

Personalmente lo vedo come un trovarsi di anime, anzi forse un ritrovarsi. Come un riconoscere nell’altro la scintilla che mi aiuta a diventare me stessa, la spinta, la domanda inattesa, spesso scomoda, che mi costringe a guardarmi dentro e a mettermi in discussione. A mettermi in cammino. Verso l’altro, verso un’altra parte di me, forse migliore, in ogni caso diversa.

L’amore, quando lo incontri, lo riconosci, anche se a volte ci vuole tempo. Lo riconosci e fa paura, perché a volte vorresti scappare, scappare dalle ferite che t’infliggerà, dal senso d’abbandono che ti prende a volte, dai dubbi, e anche da quell’insostenibile felicità che ti sa regalare se ti apri a lui. Come quando a yoga l’insegnante mi aiuta a mettere indietro le spalle e il petto in fuori, e improvvisamente m’investe una sensazione di apertura verso il mondo e al tempo stesso di paura: quanto può accogliere, contenere il mio cuore di tutto quello che c’è là fuori?

Tra le tante paure che ho provato nella mia storia d’amore, la più forte e la più sorprendente è stata quella che mi ha presa quando mi sono resa conto che B. era la persona giusta, che non avrei potuto negarlo neppure a me stessa, e che era arrivato il momento di mettermi in cammino, come dicevo prima, insieme a lui.

L’amore è un incontro di anime, eppure quello che percepiamo nel quotidiano in genere è quello terreno, tra due persone fisiche, con caratteri simili o contrapposti, con gusti e inclinazioni particolari, con fissazioni, coi desideri, con le illusioni e le proiezioni che ogni giorno c’ingannano. È l’amore che ci lega, questo. Qui a Graz – ecco uno dei segni in cui mi sono imbattuta – c’è un ponte sul fiume Mur, il fiume che attraversa la città, al quale sono agganciati un numero infinito di lucchetti: lucchetti verdi, rossi, dorati, di metallo, di plastica, lucenti, brillanti, uno sopra l’altro, uno a fianco all’altro, con nastri, fiori, cuori, e incisi o scritti sopra i nomi o le iniziali degli innamorati. Era la prima volta che vedevo una cosa del genere, ma alcune colleghe mi assicurano che è usanza in tante parti del mondo. Ma che amore è, tenersi legati, chiusi a chiave, col lucchetto? Il guaio è che in questo modo teniamo a bada le nostre paure, l’altro e anche noi stessi. Teniamo a bada la libertà.

IMG_4975Lucchetti (foto Giovanna T.)

Per fortuna, però, l’amore sa andare al di là. Sa andare oltre le apparenze, le limitazioni del quotidiano. Sa andare oltre la distanza, la separazione, di ore, di giorni, di mesi, di anni. Parlo per esperienza, chi mi conosce lo sa. Certo, la distanza, l’assenza, mette alla prova l’amore. Ed è una prova non facile, ma a volte necessaria, per potersi affacciare all’incontro di anime.

Il secondo segno in cui mi sono imbattuta, qui a Graz, ieri mattina, andando all’università, è la riproduzione di una miniatura di una dama di corte e del suo poeta. Nel medioevo, l’amor cortese, che legava il poeta alla dama di corte, restava segreto e platonico, il poeta amava la dama da lontano, ne cantava le grazie e aveva per massima aspirazione raggiungere la cortesia, l’ideale di virtù e onestà della società del tempo. Mi sono fermata un attimo a guardare quella riproduzione, a fotografarla, consapevole di quanto sia lontano ormai quest’ideale d’amore, soppiantato da una realtà tutta diversa, quella della presenza, dell’immediato, dell’impazienza, del tutto e subito cui abbiamo abituato i nostri giovani, cui stiamo anche noi cedendo sempre più.

foto 1Scena cortese (foto Giovanna T.)

È invece nell’alternarsi di presenza e assenza, del flusso e del riflusso delle onde, dell’inspirazione e dell’espirazione – con impercettibili momenti di vuoto – nell’alternarsi di sistole e diastole, il ritmo della vita (vedi il mio post Distacchi).

E rincamminandomi verso il convegno mi concedo un battito d’ali, quasi a saggiarne la forza che mi serve per volare al di là del distacco. E mi tornano in mente alcune parole di un brano di Kahlil Gibran che Don Paolo lesse al nostro matrimonio e che ancora mi ripeto:

“Voi siete nati insieme e insieme starete per sempre.

[…]

Ma vi sia spazio nella vostra unione,

E tra voi danzino i venti dei cieli.

Amatevi l’un l’altro, ma non fatene una prigione d’amore:

Piuttosto vi sia un moto di mare tra le sponde delle vostre anime.

[…]

Donatevi il cuore, ma l’uno non sia di rifugio all’altro,

Poiché solo la mano della vita può contenere i vostri cuori.

[…].”

Nuvole (foto Boris P.)

Ci sono stati altri segni, a Graz. Ne parlerò in un prossimo post.

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