Ciò di cui non si può parlare

Da qualche settimana mi tornano in mente alcune affermazioni di Wittgenstein. Emergono da un tempo in cui mi dedicavo alla filosofia del linguaggio, cercando di afferrarne i principi: logica della realtà, trasparenza e opacità, linguaggio e verità… Wittgenstein, Carnap. Russell e altri ancora. Wittgenstein era quello che mi affascinava di più, con la sua logica ineluttabile e poetica del Tractatus e poi con l’esplosione delle Osservazioni e delle Ricerche filosofiche. Era il tempo in cui preparavo un esame da ricercatrice presso un’università italiana, un esame per un posto che non ottenni. Per fortuna, posso solo dire, con il senno del poi, altrimenti mi sarei probabilmente ritrovata su un ermo colle, dietro una siepe che “dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”.

Però Wittgenstein mi risuona dentro, in questi giorni. „I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo“. Una frase complessa, che non voglio analizzare qui dal punto di vista filosofico. Un colpo di accetta al desiderio del pensiero umano di sconfinare, una griglia che ci separa dalla realtà, una realtà che possiamo percepire – modellare – solo attraverso il linguaggio.

Per fortuna non è sempre così. Per fortuna il mondo lo esploriamo a tentoni attraverso i sensi, attraverso quel miscuglio inesprimibile di sapori, odori e immagini che ci riempiono il cuore. Quel profumo indescrivibile che emana dalla siepe di bosso e che immediatamente mi riporta a Trieste, in Scala Santa, nel giardino della villa della zia Irma, tra i leoni di marmo che osservavano silenziosi i giochi di noi bambini, la scarpata che mi si presentava come inaffrontabile e sulla quale invece mio cugino Fabrizio si avventurava, l’eco delle voci dei bambini che giocavano in corte, in un palazzone che, per un mistero geo-architettonico, si apriva in una voragine una trentina di metri sotto la balaustra del nostro, di giardino.

Per fortuna il mondo lo esploriamo – lo viviamo – anche al di là dei sensi, nel mistero dei sogni, nei quali inventiamo un linguaggio tutto nuovo, intessuto di voci e di immagini di questo e di altri mondi.

Per fortuna il mondo lo scopriamo anche attraverso il silenzio, il respiro leggero della meditazione, lo scivolare via dei pensieri dalla nostra mente, lo sprofondare per un attimo indefinibile in un senso pervasivo di pace e di felicità, che si dissolve ancor prima che riusciamo ad afferrarlo.

Per fortuna. Wittgenstein deve averlo intuito anche lui, in qualche modo, perché il suo Tractatus lo conclude con quel sibillino “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. Una frase, anche questa, che si può leggere come una limitazione, la definizione di un confine, le colonne d’Ercole del pensiero, il divieto ultimo di pronunciarsi su una realtà non scandagliata dalla logica. Una frase, però, che si può leggere anche come un invito. Un invito etico, a tacere su ciò di cui non abbiamo certezza; un invito metafisico, a contemplare in silenzio ciò di cui abbiamo (per ora) solo un’eco indistinta.

Nel Tractatus, questa mirabile costruzione della logica, c’è un’altra frase che mi rivive dentro: “Le mie proposizioni illustrano così: colui che mi comprende, infine le riconosce insensate, se è salito per esse – su esse – oltre esse. (Egli deve, per così dire, gettar via la scala dopo che vi è salito).” Gettar via la scala dopo che ci si è saliti. Senza guardarsi indietro, anzi, guardando oltre. Senza vertigini, senza paura dell’abisso. Il mondo sub pedibus, sotto di noi. In tutto il suo rigore, il Tractatus assume per me il valore di una meditazione.

“La risoluzione dell’enigma della vita nello spazio e tempo è fuori dello spazio e tempo.”

Dune di Wan CazaIl deserto del Sahara (foto: http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/1/14/Libya_5210_Wan_Caza_Luca_Galuzzi_2007.jpg)

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