Vivere yoga

La parola yoga deriva dal sanscrito yuj, e significa congiungere, unire, unire il corpo e lo spirito, l’individuo e l’universo, ma anche soggiogare, disciplinare lo spirito attraverso il corpo, il corpo attraverso lo spirito. L’unione, la congiunzione, avviene attraverso la pratica, una pratica che dovrebbe essere costante, disciplinata, quotidiana, volta a padroneggiare dapprima posture fisiche, āsana, poi la respirazione, il soffio vitale, prāāyāma, per arrivare, astraendosi dal mondo sensoriale, attraverso la meditazione all’unione profonda con l’oggetto della meditazione stessa, samādhi.

Una meta ambiziosa. Già le āsana sono una sfida: tendere e distendere muscoli della cui esistenza ci rendiamo conto a fatica, mettere in pratica indicazioni che appaiono a prima vista contraddittorie, conciliare la piena attenzione con il lasciarsi andare… Però, quando si esce da una lezione, ci si sente leggeri ed elastici, più diritti, più pronti a guardare in faccia il mondo che ci aspetta fuori.

Non bisogna essere maestri, slegati, contorsionisti, per portare con sé un po’ di yoga. Basta essere curiosi e remissivi, disposti a impegnarsi e ad accettare le contraddizioni cui il nostro corpo, il nostro spirito ci pongono di fronte. Affrontarle con dolcezza, non con violenza, senza grandi aspettative, con umiltà.

Lo stesso avviene nella meditazione. Dopo anni in cui non avevo più meditato regolarmente, ho accettato un paio di settimane fa il 21-Day-Meditation-Challenge di Deepak Chopra e Oprah Winfrey e ora medito un po’ ogni giorno. E ne riscopro con piacere i benefici. Un vento di calma nei rovesci di questi giorni, una maggiore apertura, la sicurezza che tutto e niente conta. Tutto conta. Tutto ci prepara al dopo. Ma soprattutto tutto è presente.

Qualche giorno fa mio fratello Giorgio mi ha parlato di un Eckhart Tolle, di cui sta leggendo due libri, Un nuovo mondo e Il potere di adesso. Eckhart Tolle è un filosofo tedesco che, conciliando buddismo, cristianesimo e altro, riflette sul senso della vita, e sulle sue contraddizioni. Una tra le contraddizioni più forti, dalla quale scaturiscono tanti impedimenti, è la contrapposizione tra mente e presente. La nostra mente, tutta preda dei desideri dell’ego, dei suoi piani, dei suoi progetti, attraverso un lavorio incessante, ci scaglia lontano dal presente, proiettandoci in un futuro che temiamo, in un passato che desideriamo, insomma separandoci dalla nostra coscienza, invece di unirci ad essa. Alla coscienza vera, quella intesa come parte della coscienza universale, quella alla quale cerchiamo di unirci appunto attraverso la meditazione. O lo yoga. O qualsiasi attività svolgiamo, se siamo presenti ad essa.

Giorgio me ne ha parlato la sera del lunedì di Pasqua. Dopo cena, B. aveva proposto di uscire e c’eravamo detti d’accordo, a condizione di non camminare troppo – da quattro giorni Giorgio si portava sulle spalle alternativamente Giacomo o Michele, attraverso tutta Berlino. E B. dove ci conduce? Al lago di Grunewald. Una passeggiata di un’ora. Mentre ci addentriamo nel bosco, alla volta del lago, il crepuscolo va facendosi blu e gli alberi ombre nere. Camminando accanto a loro, non smetto di rimuginare: penso a mio fratello, che porta sulle spalle Michele, ancora più pesante di Giacomo; penso ai bambini, che cicalano intimoriti dal posto, dai fruscii sospetti tra gli alberi e le foglie, dal buio incipiente che li circonda; a Marta, che mi si stringe accanto quando due cani enormi ci si avvicinano. E a B., come ha fatto a dimenticare che Giorgio non voleva camminare troppo, e perché si vuole spingere fino al castello? E quando si deciderà a fare dietro front?

Prigioniera dei miei pensieri, mi dividevo tra il passato – riproiettavo lo spezzone di conversazione di poco prima in cucina – e il futuro – quando saremmo tornati? Fuori dalla mia mente. Preda della mia mente. Perdendomi così il silenzio che si adagiava sul lago, il blu che si faceva notte, le parole di Giacomo e la dolcezza di Michele.

E Giorgio, che si era già riconciliatosi con l’idea di camminare, anzi no, che vi aveva aderito pienamente, sulla via del ritorno mi parlava di Tolle e del presente. Essere nel presente. Nel luogo, nel momento. Nel gesto, nella sensazione. Nel respiro, nella postura. Essere yoga.

In questi giorni ho cercato di osservare se e quanto sono nel presente. Sono presente. Non ho individuato che degli attimi, ripetere un mantra durante la meditazione, riavvolgersi nelle coperte per custodire un lembo di sogno, sentire battere il cuore di B., essere tutta me stessa a lezione, scrivere queste parole. Attimi, solo attimi, lo so… Ma il presente è spesso inafferrabile, come la coscienza. È l’acqua che scorre del ruscello, è la cascata che risuona lontano, è l’arcobaleno che s’intravede all’orizzonte, sono le gocce di pioggia che si dissolvono sul vetro. Sono le tortore che tubano fuori dalla finestra, come quelle che si sentono a casa a Forlì…

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Yosemite National Park, upper fall (foto: https://www.facebook.com/YosemiteNPS?fref=ts)

A chi si interessa allo yoga e alla scrittura, consiglio di leggere il bel testo di Luisa Carrada su Yoga e scrittura.

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