Oltre il deserto – il silenzio delle gru

Da qualche settimana mi dibatto tra onde irregolari e potenti d’interrogativi, d’incertezza, d’instabilità. Cercando di cogliere il confine invisibile che separa il vuoto e la pienezza, il dolore e la felicità, il rifiuto e la piena adesione alla mutevole realtà in cui sono immersa. Dopo essere stata travolta da una nuova, potente onda salata, riemergo, prendo fiato. E, mentre ancora cerco di decifrare ciò che mi sta accadendo, sono altri a suggerirmi il bandolo, a mettermi in mano un sottile filo d’Arianna. In questo caso Amos Oz, di cui sto leggendo Conoscere una donna.

“Yoel è in piedi dietro la casa […]. Il collo piegato all’indietro, il viso rivolto al cielo: vede stormi d’uccelli migratori in formazione di freccia che vanno verso sud. Sono cicogne? Gru? Passano ora sui tetti rossi delle villette, sopra giardini orti e prati, sono infine riassorbiti nelle piumose nuvole che brillano a sud-est. Dopo i frutteti e i campi verranno pendii rocciosi e villaggi di pietra, wadi e crepacci, ed è già il silenzio desertico e oscuro dei mondi dell’Oriente avvolti in un cupo vapore, e al di là è ancora il deserto, le piatte sabbie mobili e poi gli ultimi monti. […] Come fanno a trovare la strada? E come sanno che è tempo di partire? Supponiamo che in un punto sperso di una foresta africana sempreverde ci sia una specie di torre di controllo invisibile, da cui esce giorno e notte un segnale sottile e continuo, troppo alto perché l’orecchio umano possa coglierlo, troppo acuto per i sensori più sofisticati. Il suono si proietta come un raggio trasparente dall’equatore al nord estremo, e gli uccelli lo seguono in massa per raggiungere la luce e il caldo. Yoel, come se avesse avuto una piccola illuminazione, solo nel giardino i cui rami cominciano a indorarsi al contatto con l’alba, credette per un attimo di capire, o non di capire, di sentire, tra i due ultimi anelli della sua colonna vertebrale, il suono direzionale africano degli uccelli. Se avesse avuto le ali, sarebbe partito. […] In quell’istante, per il tempo di uno o due respiri, gli sembrò che l’alternativa tra il vivere e il morire non avesse alcun significato.” (Amos Oz, Conoscere una donna, Feltrinelli, 2003, pp. 90-91).

In questi giorni mi chiedo spesso anch’io: come sappiamo quando è tempo di partire? E come faremo a trovare la strada? Come saprò, come farò? Mi sforzo di ascoltare per carpire un segnale, che forse è troppo sottile, che forse è troppo acuto per il mio orecchio. Il raggio trasparente che mi guidi verso la luce. Ne colgo qualche riverbero, di tanto in tanto. Rari cristalli di luce. Bagliori lontani.

Lo scorso ottobre eravamo a Rangsdorf, un villaggio vicino a Berlino, ad aspettare il passaggio delle oche selvatiche. Ai bordi del lago, sono arrivate all’imbrunire. Due, quattro, e poi ancora, sette, nove. A stormi hanno inondato il cielo con le loro sagome brune. Ci hanno assordato con i loro gridi incomprensibili. Si sono posate, a poco a poco, sul lago. Annerendolo.

Ero senza fiato. Sopraffatta. Loro sapevano dove andare, dove posarsi per la notte, prima di riprendere il viaggio. E io?

Avvolta nella magia di quella presenza, volevo telefonare a mio babbo, perché sentisse quei gridi, perché si immaginasse quegli stormi mentre il crepuscolo si trasformava nel blu della notte. Il telefono non prendeva. Mi sono dovuta accontentare di spiegarglielo qualche settimana dopo, con gesti goffi.

Ora del filo sottile che mi lega a lui, che mi lega ai luoghi in cui migreremo, ne sfioro appena l’estremità. Se avessi le ali…

E mi viene in mente quando, anni fa, accompagnai all’aeroporto B., che dall’Italia rientrava a Berlino per salutare sua mamma, che se ne sarebbe andata di lì a pochissimo, che aspettava lui per andarsene. Ancora ignara del dolore che l’aspettava, esprimevo la pesantezza del mio timore, il non potermi librare al di sopra del cemento su cui poggiavo. E lui, con un gesto leggero, sollevando le maniche della maglia bianca di cotone che avevo appoggiata sulle spalle, mi disse: “Ma tu hai le ali…”

Oche selvatiche sul lago di Rangsdorf (http://www.youtube.com/watch?v=Aqhabq8E8BY)

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3 risposte a Oltre il deserto – il silenzio delle gru

  1. Maria Paola Giorgini ha detto:

    sì, Giovi, ha ragione Boris…tu hai le ali e anche lo sguardo per sollevarti al di sopra della mutevole, inaccettabile realtà, verso il luogo dove tutti siamo diretti…e dove ci ritroveremo in pace

    • bloggiovi ha detto:

      Che ci ritroveremo sono sicura, spero che sia in pace, ma sono convinta che anche là ci dovremo rimboccare le maniche, per operare il cambiamento perpetuo e necessario…

  2. Pingback: Compagni dell’anima | bloggiovi

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