Con le parole o con la musica?

L’altra sera ero semiaddormentata sul divano e, tra un colpo di tosse e l’altro, scorrevo distrattamente foto e post di amici su fb, quando B. mi ha investita con una questione filosofica: “Perché con le parole non si riesce mai ad esprimere ciò che proviamo veramente?”. “Che domanda!”, gli ho risposto io, un po’ piccata, perché dovevo interrompere il mio distratto far niente e anche perché, mentre prima ero io a voler chiacchierare, lui invece era tutto preso a scrivere, “Mi meraviglio di te! Banale!”, ho aggiunto, senza resistere alla tentazione di affondargli una puntura di scorpione. E su questo tono si è avviata una discussione concitata quanto scoordinata: “Ma perché le emozioni sono un flusso mentre le parole sono discrete!” “Diskret?” “Sì, insomma, non so come si dice in tedesco, le parole sono delle unità distinte, divise una dall’altra, come i numeri, uno, due, tre,  e non possono rendere il continuum delle emozioni…” “No, die Worte sind im Fluss” (le parole sono in flusso) “Ma no, guarda, sto leggendo proprio adesso un libro Auf den Spuren der Emotionen (La traccia delle emozioni, di Manfred Clynes) e lì spiega appunto che… “ “Tu e la tua scienza razionale! La risposta è nel cuore!” L’affermazione mi penetra nella carne e mi ferisce. Come se non avessi cuore! Vorrei dirgli che in me c’è ancora la bambinetta di due-tre anni che un medico un giorno definì “molto evoluta intellettualmente, ma affettivamente in ritardo”; ma forse è ora che me la scrolli di dosso quest’etichetta, e lasci stare… Tra una replica e l’altra, con un po’ d’invidia da parte mia per B. che scrive libri e poesie, col cuore, mentre io scrivo articoli per riviste accademiche, con la ragione (ma poi in fondo entrambi scriviamo con il cuore ela  ragione, altrimenti non funzionerebbe), vorrei dirgli, ma non glielo dico, che ogni lingua ha una mappa diversa delle emozioni, che alcune hanno parole per esprimere emozioni che altre nemmeno conoscono. La lingua che parliamo ci condiziona, no? Vorrei dirglielo, ma non glielo dico. La serata finisce che ciascuno si porta a letto le sue emozioni, senza parole.

***

Due giorni dopo, a Braunschweig, al convegno dell’AKS: Il vantaggio delle lingue. Il ruolo delle lingue all’università, incontro Michael Langner. È un linguista che studia con passione l’origine, la neurofisiologia della musica, delle emozioni, del linguaggio e il loro rapporto. Lo ringrazio ancora per avermi consigliato il saggio di Manfred Clynes e gli accenno brevemente alla questione che ancora mi tiene occupata: come tracciare la mappa che delimita i confini, difficilmente sormontabili, tra linguaggio, parola ed emozioni? E lui, se da una parte capisce e condivide la mia argomentazione – la lingua è discreta, razionale, segmenta la realtà, la seziona, la bisturizza, ed è quindi di per sé inadatta a esprimere le emozioni – dall’altra comincia a sgorgare un sacco di informazioni, frutto delle sue amplissime letture. Non sai che la musicologia aiuta tantissimo a scoprire le origini e il funzionamento del linguaggio? Ci sono lingue più musicali delle altre, che dispongono cioè di una più ampia gamma d’intonazioni, nelle quali è più facile esprimere dei sentimenti, come per esempio l’italiano e il tedesco, mentre altre, come il finlandese, sono più monotone e quindi li lasciano trasparire a fatica. Ovvio, come non averci pensato prima?   Ed è vero che, se nella lingua parlata arriviamo a trasmettere emozioni attraverso il tono della voce, il volume, la velocità, ancora di più alle emozioni diamo corpo al di fuori delle parole: arrossiamo, ci corrucciamo, ci ribolle il sangue  nelle vene, ci viene l’amaro in bocca, ci ripieghiamo su noi stessi, sentiamo il gelo di un distacco,ridiamo, ci inondiamo di lacrime, siamo travolti da ondate di gioia ineffabile, ci illuminiamo, ci avviciniamo, ci allontaniamo l’uno dall’altro. E nella parola scritta, stampata, tutto ciò scompare. Non resta che la lingua a farsi carico di questo complesso universo. Come riuscirci? La neurofisiologia della musica ci svela diversi meccanismi della nascita del linguaggio: tre mesi prima della nascita, il piccolo, nel ventre materno, impara a identificare prima di tutto aspetti prosodici e musicali della lingua della madre – a quella del padre non arriva, in questo senso possiamo davvero parlare di lingua madre – e mette così le basi per sviluppare il linguaggio, riconoscere i limiti delle parole, costruire le relazioni di significato. E ai primordi, il linguaggio non era che modulazioni musicali: l’uomo di Neanderthal comunicava attraverso “Hmmmmm” modulati (questa è la tesi di Steven Mithen nel suo The Singing Neanderthals, raccomandatomi da Michael), erano Neanderthals cantanti: “the Neanderthals used their brains for a sophisticated communication system that was Holistic, manipulative, multi-modal, musical and mimetic in character: Hmmmmm” (appunto) “They utilized an advanced form of “Hmmmmm”  that proved remarkably successful […]. They were ‘singing Neanderthals’ – although they songs lacked any words – and were also intensely emotional beings: happy Neanderthals, sad Neanderthals, angry Neanderthals, disgusted Neanderthals, envious Neanderthals, guilty Neanderthals, grief-stricken Neanderthals and Neanderthals in love. Such emotions were present because their lifestyle required intelligent decision-making and extensive social cooperation.” (Steven Mithen, The Singing Neanderthals, Harvard University Press, 2007, p. 221) Mi gira la testa, mi viene voglia di chiamare immediatamente B., di raccontarglielo (a parole), di comprare il libro (cosa che ho fatto subito), di tuffarmici dentro, d’immergermici come nella cascata color arcobaleno dello Yosemite National Park in California, di lasciarmi levigare dalle acque, di farmi scrostare dai secoli, dai millenni d’evoluzione per provare il sentimento di quest’unità originaria, e poi dalle lingue che parlo, che tanto spesso si confondono, mi confondono, dalle parole che mi sfuggono, dal “come si dice già?” in cui tanto spesso incespico. Come vuoi che si dica? Si modula, si solfeggia, si accorda la voce. Col cuore. upperyosemitefallYosemite Upper Fall (foto di Mike Morgan: https://www.facebook.com/YosemiteNPS )

Traduzione del brano in inglese (per chi la desiderasse):

“Gli uomini di Neanderthal usavano il cervello per un sofisticato sistema di comunicazione che era olistico, manipolativo, multi-modale, musicale e mimetico: “Hmmmmm” [ l’acrostico funziona  inglese, ma non in italiano, visto che “olistico” in italiano comincia per “o”]. Utilizzavano una forma avanzata di “Hmmmmm” che si verificò essere notevolmente efficace […]. Erano Neanderthal cantanti – sebbene i loro canti fossero privi di parole – ed erano anche creature assai emozionali: Neanderthal felici, Neanderthal tristi, Neanderthal arrabbiati, Neanderthal disgustati, Neanderthal invidiosi, Neanderthal con sensi di colpa, Neanderthal afflitti e Neanderthal innamorati. Tali emozioni erano presenti perché il loro stile di vita richiedeva decisioni intelligenti e un’ampia cooperazione sociale”.

L’originale inglese del saggio di Manfred Clynes è Sentics. The touch of emotions, Doubleday & Co., 1977.

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3 risposte a Con le parole o con la musica?

  1. killerqueen2506 ha detto:

    Perchè a volte stando in silenzio si dicono molte più cose.

  2. killerqueen2506 ha detto:

    articolo molto interessante!

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