Più di niente: uomini e topi

Qualche settimana fa ho ripreso in mano, anzi ho ricomprato, Padri e figli di Turgenev. Ne avevo parlato alcuni mesi fa con mio zio, e mi era tornato il desiderio di rileggerlo.  Nell’edizione Einaudi, la densa introduzione di Franco Cordelli ne ricostruisce la ricezione, da Dostoevskji a James, da Maurois a Nabokov, da Leone Ginzburg a Vittorio Strada.

Il libro è senz’altro un piccolo capolavoro, e descrive, come ben scrive Cordelli, “il cammino di Bazarov [il protagonista, ndr.] nel deserto russo”. Bazarov, studente di medicina, appassionato di biologia, si definisce “nichilista”. Non crede in niente, nemmeno nelle scienze che studia, negli esperimenti che conduce su rane e insetti, con dedizione, se non con passione. Nelle tappe del suo cammino, che non voglio rivelare, per chi non avesse il libro, incontra e si scontra con diverse persone: lo zio del suo amico Arkadij, che non ne sopporta le idee; la giovane Fenicka, che gli affida fiduciosa le cure del suo piccolo; una giovane vedova, la Odincova, che vive con una zia e la sorella in una tenuta di campagna; e i suoi stessi genitori, un piccolo medico di campagna e sua moglie, che si struggono per lui.

Bazarov non crede in niente, e lo sbandiera. Critica il mondo intero. Ma il mondo ricostruito nel romanzo è, nella sua tragicità e nella sua instabilità (la fine della servitù e i rivolgimenti sociali nella Russia del XIX), solidamente costruito. Un edificio con il suo bel portico, colonne, strutture portanti, circondato da un giardino i cui sentieri sono ben disegnati.

Sull’onda del nichilismo, da Turgenev sono ripassata a Dostoevskij, Memorie del sottosuolo. Pubblicato nel 1864, due anni dopo Padri e figli, era nella mia memoria il primo testo “nichilista”.

E, subito, fin dalle prime parole, il miracolo! Una narrazione geniale, sconclusionata, logorroica, irriverente e scanzonata, lamentosa e autoironica. Un flusso di coscienza ante litteram, la lingua di un pazzo che riversa sui suoi ascoltatori i suoi pensieri a ruota libera. E mentre leggi sei lì, in un salottino fumoso russo, con questo malcapitato, “un uomo malato”, un “uomo maligno”, “un topo”, come si autodefinisce, che parla e parla e lascia i suoi interlocutori allocchiti, a chiedersi che senso c’è in quelle parole.

E il senso, signori miei (direbbe il narratore), sono le visioni di un grande, capace di scavare nell’animo umano, di trarne alla luce la grettezza, la meschinità, l’abiezione e al tempo stesso l’umanità; una mescolanza tra impulsi animali e domande filosofiche, di chi, guardandosi allo specchio, si accorge di essere ancora meno di quello che vorrebbe essere.

Sentite cosa dice:

“Vi dirò solennemente che molte volte ho voluto diventare un insetto. Ma perfino di questo non sono stato degno. Vi giuro, signori, che aver coscienza di troppe cose è una malattia, una vera e propria malattia. Per il quotidiano vivere umano sarebbe anche troppo la comune coscienza umana, cioè di una metà, di un quarto inferiore che tocca in sorte all’uomo evoluto del nostro disgraziato secolo diciannovesimo, e che abbia, per giunta, la doppia disgrazia di abitare a Pietroburgo, la più astratta e artificiosa città di tutto il globo terrestre. […] Voi pensate, ci scommetto, che io scriva tutto questo per affettazione, per far dello spirito sugli uomini d’azione, e ancora per un’affettazione di cattivo gusto, che faccia chiasso con la sciabola come il mio ufficiale. Ma, signori, chi mai può menar vanto delle sue stesse malattie, e ancora farne oggetto di affettazione?

Del resto, che dico? Tutti lo fanno; delle malattie appunto menano vanto, e io, magari, più di tutti.” (p. 8)

Questo libriccino anticipa Pirandello, Musil, Joyce, Kafka, contiene in sé tutte le meraviglie e le abiezioni della natura umana.

Nel mio percorso interiore sono andata oltre il nichilismo, ma le sue parole mi affascinano ancora, mi coinvolgono, mi travolgono, mi stupiscono e mi appagano. Dostoevskij, quest’uomo che ha visto la morte in faccia, quando, condannato alla forca, si vide commutata la pena allorché era già salito sul patibolo, quest’uomo che ha bevuto, fumato, giocato, dilapidato i suoi averi e scritto come un pazzo, per vivere, per mantenersi, quest’uomo è un grande!

memorie_del_sottosuolo(La copertina del libro, foto: http://www.pinterest.com/explore/memorie/)

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2 risposte a Più di niente: uomini e topi

  1. Antonio ha detto:

    Dostoevskij è, a mio parere, “oltre” ogni romanziere, imparagonabile, fa categoria a sé, come dovrebbe essere per tutti gli scrittori, ma com’è per lui in particolare. Sono appena arrivato sul tuo blog e non ho avuto modo di verificare se e quali libri di Dostevskij hai letto; nel dubbio, te li consiglio tutti. Tutti. 🙂

    • bloggiovi ha detto:

      Grazie, condivido quello che dici e in effetti i suoi libri li ho letti, credo, tutti. Letti e riletti, ma non e’ mai abbastanza. I suoi personaggi, le loro paure, le loro passioni, le loro meschinita’ e i loro sublimi impulsi sono indimenticabili! 🙂

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