Radici

Ogni volta che apro il frigo sono lì che mi guardano minacciose e beffarde. Sanno che prima o poi verrà il loro momento, che le dovrò affrontare, che verremo alle mani.

Sono entrate in casa nostra con il Landkorb, che ci viene consegnato ogni due settimane da un distributore del Brandenburgo. Il Landkorb di cui il Pedro con un epiteto lungimirante, aveva sentenziato la potenziale, inquietante tossicità: l’”anticorp”!

Corpi estranei che t’invadono lo spazio, come nei più catastrofici film di fantascienza – ricordo con sgomento una proiezione al festival di Cannes, nel Palais du Cinéma, di un remake di Abel Ferrara del film di Don Siegel Invasion of the Body Snatchers.

La prima volta che le ho viste non sapevo neanche come si chiamassero, anzi non ne immaginavo nemmeno l’esistenza. Sono dovuta andare a cercarle su google immagini, digitando “Wurzel”. E lì, una pagina dopo l’altra, la rivelazione: erano Schwarzwurzel, Petersilienwurzel, Knollen e altre ignote creature del suolo. Provare per credere.

Il passo successivo è stato, sempre su google, cercare come si cucinassero, o meglio come si consumassero: il mio desiderio principale non era quello di gustarle in un piatto prelibato, bensì di consumarle, per togliermele dalla vista, finché non ce ne fossero più, nella speranza che non ritornassero mai più.

E invece sono tornate, a schiere, tutte insieme: Schwarwurzel, Petersilienwurzel, Knollensellerie. Non chiedetemi come si traducono in italiano, vi assicuro, in Italia non esistono!!!

Ho procrastinato finché potevo, ma oggi, dopo una settimana d’intenso lavoro, sapevo che non avrei potuto rimandare oltre: il momento era venuto.

Così, rientrata dall’università, ho vinto tutte le mie resistenze e ho preso il toro per le corna. Cominciando con le Schwarzwurzel: lunghi bitorzoli neri, pieni di terra, tanto che anche dopo il terzo lavaggio il lavandino era invisibile sotto uno strato di terra; legnosi, tanto legnosi che nel pelarli rilasciavano una resina appiccicosa, sulle mani, nella ciotola, nel lavandino, nel rubinetto, una resina tanto resistente da non andar via neanche con sapone e spazzola, ne ho ancora qualche traccia sulle dita mentre scrivo.

Ho continuato coraggiosamente a pelarle, a tagliarle, a buttarle nel tegame dove, insieme a una cipolla soffritta, dovrebbero dare vita a una zuppa. Ho continuato, pensando con nostalgia ai minestroni forlivesi, teneri spinaci, bietole verdissime, zucche dolci, fagiolini gustosi, tutte verdure solari e confortanti; pensando alla pappa al pomodoro, al pomodoro così cedevole al tatto e al taglio, pensando alle peperonate e ai fricò…

E mentre continuavo a pelare e tagliare radici su radici (dopo le Schwarzwurzel sono passata alle Petersilienwurzel) e a metterle in pentola, non ho potuto fare a meno di pensare a Tacito, e ai Germani – nella cui terra in fondo sono immersa, letteralmente dopo tutte queste operazioni di ripulitura – e ai loro mores.

I Germani, “truces et caerulei oculi, rutilae comae, magna corpora et tantum ad impetum valida: laboris atque operum non eadem patientia, minimeque sitim aestumque tolerare, frigora atque inediam caelo solove adsueverunt” (occhi azzurri d’intensa fierezza, chiome rossicce, corporature gigantesche, adatte solo all’assalto. non altrettanto resistenti alla fatica e al lavoro; incapaci di sopportare la sete e il caldo, ma abituati al freddo e alla fame dal clima e dalla povertà del suolo). I Germani, che “reges ex nobilitate, duces ex virtute sumunt” (scelgono i re per la loro nobiltà, i comandati per il loro valore). I Germani, che “ad matres, ad coniuges vulnera ferunt; nec illae numerare aut exigere plagas pavent, cibosque et hortamina pugnantibus gestant” (recano alle madri, alle mogli le ferite, e quelle non temono di contare e di esaminare le piaghe, e portano ai combattenti cibo ed esortazioni)… (le citazioni di Tacito le ho tratte dal sito http://www.progettovidio.it/tacitoopere.asp)

Cibo, cioè… radici.

E mentre all’università discuto di multi-, inter-, trans- e postculturalità, di identità mutliple, anzi di fine delle identità, provo sulla mia pelle, faccio esperienza anche in cucina di quando poco lineare sia il cammino da un luogo all’altro, da cultura all’altra…

Mentre scrivo, in cucina bollono in pentola (in due pentole, a dire il vero), una zuppa di Schwarzwurzel e una zuppa di Petersilienwurzel. Qualcuno in casa le mangerà. A me non resta che rilavarmene le mani.

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  (Le foto sono una di Giovanna T., le altre tratte da http://twentyfourframes.wordpress.com/2011/07/29/invasion-of-the-body-snatchers-1956-don-siegel/ e da http://lexikon.huettenhilfe.de/gemuese/schwarzwurzel.html )

PS. Una ricerca su dizionari online mi ha dato per Schwarzwurzel scorzonera; per Petersilienwurzel non ho trovato risultati (ma Petersilie significa prezzemolo); e Knollen sono genericamente bulbi, tuberi.

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7 risposte a Radici

  1. Linda ha detto:

    Tabinambur
    Cara Maria Giovanna, concordo che la cucina biologica ha riportato in voga un sacco di bulbi e radici. In primo luogo richiedono molto tempo per lavarli e sbucciarli. Poi, secondo me, i risultati sono soddisfacenti.
    Posso aggiungere che ho rimangiato dopo moltissimo tempo dei tabinambur, detti anche topinambur, che avevo mangiato varie volte a Milano all’inizio degli anni ’80. Il nome mi ricorda gli hamburger, ma sono anche loro delle radici, abbastanza dolci e gustose.
    Vedi se la Anticorp te li manda
    😀
    Linda

    • bloggiovi ha detto:

      Cara Linda,
      grazie del suggerimento. Non so se ho il coraggio di ordinare i tabinambur all’Anticorp, credo che lascerò decidere al caso.
      Ti farò sapere!
      Buona domenica
      Maria Giovanna

  2. bloggiovi ha detto:

    Aggiungo che, visto che mi lamentavo per tutto questo pulire le Schwarzwurzel, B. mi ha detto: “Ma che problema c’è? Falle con la buccia!” (Insomma, una risposta stile carotina…) E poi la sera, fuori con gli Huby, Marilies, spiegandomi come faceva lei, guanti, spazzola per radici e simili, lavaggi su lavaggi, anche lei mi diceva “quando poi hai tolto la terra puoi lasciarle così!”. Quando hai tolto la terra! Ma non mi fido troppo dei Germani e delle Germane…

  3. Valeria vegni ha detto:

    Giovannella, non disperare, anche il tartufo e’ un ibrido, non un fungo, non un tubero!!!!! Per quanti lo amano, per quanti ne stanno alla larga.

    • bloggiovi ha detto:

      Si’, Vale, ma il tartufo e’… tartufo!!!

      • Maria Paola Giorgini ha detto:

        sì, il tartufo è tartufo…altro che scorzonera: la zuppa di rape era tutto ciò che servivano in quel mediocre ristorante che erano i lager nazisti, e solo per questo non vorrei imparare a cucinarla…comunque se è per la salute, o per consumare cibo a chilometro zero, passi, Giovi…ma le tue RADICI sono altre!!!
        Una strizzatina d’occhi a Boris
        Maria Paola

      • bloggiovi ha detto:

        Cara Maria Paola,
        grazie di queste precisazioni storiche, davvero da non dimenticare, nemmeno in cucina. E grazie anche per ricordarmi le mie RADICI vere!
        A presto, un abbraccio caldo (e non calorico!)
        Giovi

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