Moving theater

Il cavetto. Tutto è cominciato così. Un messaggino della Marghi, anzi, numerosi messaggini, in cui mi pregava di portare a Brač un cavetto per il videoproiettore: “Gasp, mia mamma mi dice che siete al mare e partite di lì. Allora forse lei vi porterà il cavetto, sennò vi chiederò come alternativa di comprare per noi se potete una microsim per il proiettore: qui non si trovano.”

Arrivati a Brač e consegnato debitamente il cavetto ci attende un’amara sorpresa: non è quello giusto!

A nulla è servita la foto inviata dalla Marghi all’elettricista con tanto di cerchio rosso intorno all’uscita giusta e croce sul cavetto sbagliato. A nulla è servito il viaggio della Bruna, che ha puntualmente portato il suddetto cavetto fino a Lido di Savio, in tempo utile per la nostra partenza.

ilcavetto(Il cavetto, foto Margherita V.)

Vi risparmio i commenti caustici e gli impietosi epiteti alla volta del maldestro elettricista, le ripetute recriminazioni a T. , colpevole di aver dimenticato il famigerato cavetto a Magliano.

La ricerca continua. In spiaggia vengono date spiegazioni dettagliate, con tanto di invio della foto e informazioni su possibili alternative, a Federico, che con la famiglia progetta una gita a prima Dubrovnik, poi a Makarska, infine a Kwar, riducendo di volta in volta il raggio d’azione, gite però tutte inesorabilmente annullate, una dopo l’altra, con grande delusione di chi auspicava di ricavarne un cavetto…

Finché, mentre B. ed io ci stiamo per imbarcare per un pomeriggio a Spalato, mi arriva un ennesimo messaggino: “Se vedete un negozio di elettronica, provate a cercare…” sappiamo bene cosa.

E, al nostro ritorno, la consegna solenne di una microsim card SD da quattro giga mette fine alla lunga querelle e agli affannosi sbattimenti: Film ab!

Ma prima di dare inizio alla stagione del cinema all’aperto a Villa Barbara di Punta Ruzmarin, sono necessari altri preparativi, non meno laboriosi.

Innanzi tutto va teso un lenzuolo (letteralmente una Leinwand, “parete di lino”, il nome tedesco per lo schermo), fermato con delle mollette da bucato. A complicare le cose, proprio la sera della prima s’alza una bora considerevole – che già la Marghi aveva notato durante la cena, paventando complicazioni per la prevista proiezione. Allora, come si fa? Il lenzuolo sbatte e s’invola (“moving theater”, dico io). Ci vuole qualcosa per fissarlo: pietre, uno spago. E uno spago verde viene trovato proprio nel ripostiglio in giardino, ingegnosamente fissato al lenzuolo e segato con un’accetta (“Muovila in su e in giù” è il consiglio della Marghi a Marco, e poi di Marco a Tino…).

Poi, vanno collegati i cavi: “Dove, Marco? Qui? O qui?” chiede Tino con lo spinotto degli altoparlanti fra le dita: si sa, i giovani sono più esperti in tecno- e cavologia… La prolunga va debitamente srotolata e collegata alla corrente, il videoproiettore, un microscopico Samsung, va acceso, la simcard inserita e infine si giunge alle prove immagine.

Anche qui, un affannarsi, un incrociarsi di domande e richieste: prova più lontano, no, più vicino, perché l’immagine non riempie lo schermo (il lenzuolo della Marghi), è il formato del film o la distanza del proiettore? I lembi del lenzuolo si dibattono timidamente, resistenti all’immagine, gli angoli scuri.

loschermoditela(Lo schermo, foto Boris P.)

La Marghi non è soddisfatta. Si continua con gli aggiustamenti alla ricerca dell’immagine ideale: è poco a fuoco, scentrata, ci vuole qualcosa per alzare il proiettore, “Perché proprio l’Ipad? Non ci puoi mettere un cuscino?”  “Ma no, il cuscino è troppo alto!”. È una questione di millimetri, di alta ingegneria, di precisione. Tanti, troppi cavi(lli) e spine. Una questione di famiglia,  che madre, padre e figlio devono conoscere bene, per averla vissuta e inscenata chissà quante volte…

Finalmente, verso le undici di mercoledì sera, è tutto pronto per la prima proiezione all’aperto della vacanza. Ho dimenticato qualcosa?

Ma certo! La scelta del film! Anche questa un’operazione assai laboriosa, che comincia nella spiaggetta, con Tino che enumera la lunga serie dei film della sua collezione, centinaia, anzi forse migliaia: la storia universale del cinema (tutti rigorosamente in italiano, sia detto). Da Pierrot le fou a Tutte le mattine del mondo, da Come Dio comanda a Mine vaganti, da Driver a La cena dei cretini, da uno Sherlok Holmes del 2009 a Rapina a mano armata, ce n’è per tutti. Mentre li snocciola, Tino evoca con impressionante precisione i nomi degli attori e dettagli succosi, riproduce battute e scene. Come farà?

spiaggetta_sumartin(La spiaggetta, foto: Margherita V.)

In tutta quest’abbondanza c’è solo un problema: mettersi d’accordo. Chi un film l’ha già visto tre volte, o addirittura sei, chi un altro non lo vuol vedere perché c’è una scena in cui maltrattano un cane (fra parentesi un film di guerra, con ben altre violenze…).

Per la sera della prima la pallina della roulette si ferma su Mon oncle d’Amérique, di Alain Resnais. Rien ne va plus.

Si sistemano sedie e cuscini, Marco ed io ci allunghiamo sulle panche di marmo, Tino si porta da dentro casa una comodissima poltroncina di vimini, che la Marghi invano gli contende. E poi, a un attimo dall’inizio, un ultimo diversivo, quasi un numero da avanspettacolo, Marco che grida: “Ma cos’è questo sibilo? È un serpente! C’è un serpente! Là, vedete?” E noi, uno dopo l’altro, abbandoniamo i nostri posti per andare a vedere: “Dove, Marco, dove?” “Là,  non vedete la testa dietro quell’albero?” E noi tutti ad affollarci, ad aguzzare gli occhi alla luce dell’Iphone: “Dove? Dove? Dove?”

Una bufala! Così ci risistemiamo tutti ai nostri posti, la proiezione può cominciare. Così è la vita, on the remotest island in the world.

Per chi volesse approfondire, un video su the remotest island in the world:

http://www.youtube.com/watch?v=rpPesVPfWlk&list=PLmYfAfgE4cZ1rcJjZI5sNZ1bW63FLzSw_&index=3

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