In fondo al cuore

A volte mi chiedo chi sono. A volte, spesso, mi osservo mentre cerco di definirmi. Fin qui, nulla di strano. Chi non lo fa?

Tutti, o forse i più, ci definiamo attraverso i ruoli che ricopriamo, sia che ce li scegliamo noi, sia che ci vengano assegnati dagli altri. Figlia, moglie, zia, amica, compagna di scuola, collega di lavoro, allieva o ex allieva, ho tante identità quanti ruoli. Ce n’è una, però, tra quelle che ho scoperto di avere, che mi attraversa e mi penetra più di altre: quella di sorella.

Sorella maggiore di tre fratelli, ci dev’essere stato un periodo della mia vita in cui sorella (ancora) non lo ero, ma, curiosamente, di quel periodo non ricordo quasi nulla.

Della mia vita di sorella, invece, ricordo tantissimo. Sorella di mia sorella, prima di tutto.

Nelle registrazioni di mio padre mi risento parlare a tre o quattro anni, cercando di convincere la mia taciturna sorella minore a dire qualcosa nel microfono, a raccontare del gelato di zucchero comprato nella latteria di via Ridolfi, o ancora a tradurre agli adulti i suoi primi balbettii.

Più tardi mi rivedo a sei o sette anni camminare accanto a lei in via Zanchini mentre cerchiamo di ripararci da una pioggia torrenziale con un ombrello che il vento ci rovesciava di continuo. O metterle una mano intorno alle spalle mentre torniamo a casa a piedi da casa della nonna, all’altra estremità della strada.

Mi rivedo insieme a lei e alla sua squadra di ginnastica ritmica a una gara ad Arezzo – io solo spettatrice, naturalmente –; rivedo lei e le sue compagne scaldarsi a bordo della pedana e lanciare in alto le clavette, la palla colorata, volteggiare con la fune…

gymnica(Le ginnaste di Gymica, foto di Arianna Leoni)

Ricordo anche momenti di rabbia e di gelosia. Ricordo le litigate e le tirate di capelli, non so più se quest’ultima fosse una specialità mia o sua. Ricordo le mie sfuriate quando lei prendeva in prestito i miei maglioni e io non capivo il perché. Solo ora, guardando i miei nipoti, mi accorgo di quanto importante sia per il secondogenito il fratello più grande.

Ricordo quando cantavamo insieme a due voci, accompagnate dalla sua chitarra.

Ricordo lo stupore condiviso mentre guardavamo insieme l’Arianna di poche settimane sorseggiare il latte con tutta la sua energia di bebé.

Ricordo anche i momenti dolorosi, e infinitamente coraggiosi della sua malattia.

Insomma, se mi penso, se mi vedo, mi vedo come sorella più che come individuo.

Sì, essere sorella è il mio orgoglio più profondo. Essere sorella della Cri, per sempre, oltre la dimensione che ancora ci separa; ma anche essere sorella di Paolo, che fa il miele e racchiude in sé una generosità e una disponibilità senza fine; essere sorella di Giorgio, con il suo modo di fare finto burbero e la sua attenzione per gli altri, con la sua continua ricerca e voglia d’imparare.

Mi piace essere sorella. Mi piace che gli amici e le amiche della Cri mi abbiano fatto tanta festa, poche settimane fa, al compleanno di Massimo, perché so che hanno fatto festa a me anche in quanto sorella; mi piace essere entrata nel vecchio gruppo delle medie dei miei fratelli, ora che siamo adulti e che la distanza di pochi anni non ha più significato; mi piace essere la loro sorella.

Si potrebbero tentare tante interpretazioni. Si potrebbe dire che tra i libri che più mi hanno colpito da piccola e che ancora porto dentro, c’è la storia indimenticabile di quattro sorelle, Meg, Jo, Beth e Amy: delle loro avventure, della loro complicità, del loro amore, al di là di tutte le differenze. Si potrebbero azzardare interpretazioni psicoanalitiche, che non oso formulare. Le interpretazioni, però, non m’interessano.

Quello che m’interessa è che sento una verità profonda: e cioè che noi quattro, ciascuno di noi, tutti noi, ci siamo scelti. Nel mistero della nostra decisione, di incarnarci qui e ora, ci siamo scelti. Perché avevamo, abbiamo qualcosa da imparare, gli uni dagli altri; qualcosa da darci; qualcosa da condividere.

Cosa sia, non sempre lo so. Ma lo so. Per questo sono orgogliosa di essere la loro sorella.

(Paolo e Giorgio alle prese con una tenda, foto Boris P.)

***

A mo’ di epilogo.

L’ultimo giorno della mia visita a Forlì, una domenica di qualche settimana fa, dopo tre giorni di sole, spioviggina. Esco di casa presto alla volta del mio cappuccino con scaglie di cioccolato da Zondini. Mentre chiudo dietro di me il portone di casa, vedo una donna per strada che cammina zoppicando un po’.

“Buongiorno”, mi saluta.

“Buongiorno”, le sorrido di ritorno.

La giovane donna si ferma. Ha degli occhi azzurri luminosissimi.

“Sei la moglie di Giorgio?”, mi chiede.

“No, sono la sorella.”

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2 risposte a In fondo al cuore

  1. Daniela ha detto:

    Cara Giovanna, hai scritto delle cose vere, che io vedo e scopro attraverso i miei figli. Essere figlia unica ti priva di tutto questo, ti lascia sola ad immagianare. Avrei tanto voluto che la Cri fosse la mia sorella e probabilmente le ho sempre voluto bene come se lo fosse. Ti ringrazio con il cuorper avermi ricordato , ricordando la Cristina. Ti abbraccio forte…Daniela 🙂

    • bloggiovi ha detto:

      Cara Daniela,

      quando ci si sceglie, ci si sceglie anche tra amiche, o amici, tra compagni di strada e di vita. E anche voi vi siete scelte, certamente. In questo senso non c’è differenza.
      Ti abbraccio anch’io
      Giovanna

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