Furori

Durante la mia ultima visita a Forlì, pochi giorni fa, sono andata a trovare mio zio. Lo zio Giancarlo, appena mi vede, si mette a parlare di libri e di letteratura. Anzi, direi, è l’unico della famiglia con cui anch’io ne parlo a lungo e volentieri.

Legge i libri con attenzione e li discute con una lucidità ammirevole. Anche dopo anni cita a memoria dei passi, delle frasi, rammenta dei particolari che invece da me sono spazzati via. A me di un libro resta un’impressione, un sentimento, una passione, una tavolozza in cui i colori e le forme si confondono sempre più.

Giancarlo sta riordinando il suo studio e mi mostra libri ammucchiati in pile, quelli da tenere, quelli da dare via – forse interessano a mia madre? – e quelli su cui era ancora indeciso. Intanto ripercorreva alcune passioni letterarie, i narratori nordamericani, Pavese, passioni che condivido in pieno. Di John Steinbeck mi snocciola tutta la sua produzione in ordine di pubblicazione: La santa rossa, I pascoli del cielo, Al dio sconosciuto, Plan della tortilla, Uomini e topi, Furore, La luna è tramontata, La corriera stravagante, Vicolo Cannery, Quel fantastico giovedì, La valle dell’Eden, L’inverno del nostro scontento (citazione quest’ultima, mio zio ci tiene a precisarlo, del Riccardo III di Shakespeare). E mentre faccio a gara con lui per ricostruire la cronologia, mi tornano in mente i pomeriggi trascorsi nella lettura appassionata di Steinbeck proprio con i libri della sua biblioteca, le copertine verdi e bianche delle vecchie edizioni della Mondadori, il genio, l’ironia e l’amore con cui descrive i suoi personaggi, i sobborghi delle città della California, le praterie e le farm…

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(copertine tratte da:http://imgebay.libriealtrousato.net/cop01/799.jpg http://vendita.vivastreet.it/collezionismo+roma/john-steinbeck-vicolo-cannery/50709149)

Ancora tutta presa dal furore steinbeckiano – che poi mi ha portata ad amare Pavese, suo grande traduttore – mi volgo verso un’altra pila di libri, la pila degli indecisi. E ci scopro un tesoro: Conversazione in Sicilia, di Elio Vittorini (altro grande scrittore e traduttore di scrittori nordamericani durante gli anni ’30 del secolo scorso).

–          Ma come, non lo tieni?, chiedo stupita

–          Ma, non lo so veramente, non che mi sia molto piaciuto…, risponde incerto.

Le sue preferenze vanno a Pavese, lo scrittore emarginato dai compagni comunisti perché ebbe il coraggio di tirarsi in disparte dalla resistenza attiva, da quella che proprio ne La casa in collina denunciò come “guerra civile”.

D’accordo, Pavese non si tocca, anche questo è un amore dei “migliori anni”, ma Conversazione in Sicilia, gli dico…

Solo l’incipit è geniale. E, prendendo in mano il libro, perché a differenza di lui io non mi ricordo i passi a memoria, glielo rileggo. E, se permettete, lo riporto qui:

“Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete.

Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non aver febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui. Ero agitato da astratti furori, non nel sangue, ed ero quieto, non avevo voglia di nulla. Non mi importava che la mia ragazza mi aspettasse; raggiungerla o no, o sfogliare un dizionario era per me lo stesso; e uscire e vedere gli amici, gli altri, o restare in casa era per me lo stesso. Ero quieto; ero come se non avessi mai avuto un giorno di vita, né mai saputo che cosa significa esser felici, come se non avessi nulla da dire, da affermare, negare, nulla di mio da mettere in gioco, e nulla da ascoltare, da dare e nessuna disposizione a ricevere, e come se mai in tutti i miei anni di esistenza avessi mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffè, mai stato a letto con una ragazza, mai avuto dei figli, mai preso a pugni qualcuno, o non credessi tutto questo possibile, come se mai avessi avuto un’infanzia in Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne; ma mi agitavo entro di me per astratti furori, e pensavo il genere umano perduto, chinavo il capo, e pioveva, non dicevo una parola agli amici, e l’acqua mi entrava nelle scarpe.”

Non è geniale?

Conversazione in Sicilia è una specie di poema in prosa. Silvestro, il protagonista, torna in Sicilia per una visita, o meglio per stare insieme, per condividere (questo il significato etimologico del termine, dal latino conversari). Nel viaggio e poi al paese della madre, incontrerà tanti personaggi: Coi Baffi e Senza Baffi, il Gran Lombardo, il soldato, l’arrotino e altri ancora, ciascuno dei quali gli rivelerà un frammento di quella realtà scomposta e indecifrabile che è l’Italia degli anni Trenta (il libro uscì in fascicoli nel 1937 e ‘38, un paio d’anni dopo in volume, illustrato dall’autore). Un viaggio che io assomiglio al viaggio dantesco nell’inferno. Per la capacità di scolpire con le parole immagini, personaggi e idee, e anche per questi astratti furori, per il genere umano perduto, per il capo chino, per l’acqua nelle scarpe.

Che sia un caso averlo ripreso in mano proprio in questo lungo inverno, che non vuol finire, in questa Italia esasperata che tace? Non credo.

Tornata a Berlino, riprendo in mano il libro con più calma e rincontro una delle figure a me più care, il Gran Lombardo. Il Gran Lombardo, incontrato da Silvestro in treno, era “un siciliano, grande, un lombardo o normanno forse di Nicosia, […] autentico, aperto, e alto, e con gli occhi azzurri.[…]”.

E’ lui che si racconta a Silvestro:

[E]ra un padrone di terre con tre belle figlie femmine, così disse, tre belle figlie femmine, e aveva un cavallo sul quale andava per le sue terre, e allora credeva, tanto quel cavallo era alto e fiero, allora credeva di essere un re, ma non gli pareva che tutto fosse lì, credersi un re quando montava a cavallo, e avrebbe voluto acquistare un’altra cognizione, così disse, acquistare un’altra cognizione, e sentirsi diverso, con qualcosa di nuovo nell’anima, avrebbe dato tutto quello che possedeva, e il cavallo anche, le terre, pur di sentirsi più in pace con gli uomini come uno, così disse, come uno che non ha nulla da rimproverarsi.

Cosa cerca il Gran Lombardo, cosa vuole di più del suo cavallo e delle sue terre?

“Credo che l’uomo sia maturo per altro, – disse – Non soltanto per non rubare, non uccidere, eccetera, e per essere buon cittadino… Credo che sia maturo per altro, per nuovi, per altri doveri. È questo che si sente, io credo, la mancanza di altri doveri, altre cose, da compiere… Cose da fare per la nostra coscienza in un senso nuovo.

Tacque, e parlò il catanese.

– Sì, signore, – disse.

E si guardava le punte enormi delle scarpe.

– Sì, – disse. – Credo che abbiate ragione.”

(Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia, Milano, Bur, 1986, pp. 160-161)

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4 risposte a Furori

  1. Maria Paola Giorgini ha detto:

    Di Elio Vittorini ho letto solo Uomini e no… tu mi hai fatto venir voglia di leggere al più presto “Conversazione in Sicilia”. L’incipit è davvero “attuale” anche per me, specialmente perché ho appena visto la mostra sull’arte italiana negli anni del ventennio fascista, a Forlì. Inoltre stiamo attraversando un “inverno” (anche in senso politico-morale) che sembra non debba terminare mai…Quel vecchio “classico” non ti è certo capitato tra le mani per caso!

    • bloggiovi ha detto:

      Cara Maria Paola,
      condivido quello che scrivi. L’inverno che stiamo attraversando è davvero lungo, e le condizioni atmosferiche sembrano coincidere singolarmente con le condizioni morali e politiche dell’Italia.
      E no, non è stato un caso ritrovare e rileggere quelle pagine! Dopo che avrai letto il romanzo potresti guardare anche la trasposizione cinematografica di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet, anche quella molto poetica!
      Un abbraccio
      Giovi

  2. bloggiovi ha detto:

    Il particolare dell’acqua che entra nelle scarpe, di quelle scarpe così miseramente sfonde, mi fa venire in mente l’incipit di “Aspetta primavera, Bandini”, di John Fante, che sto scoprendo proprio in questi giorni. John Fante, che Vittorini fu tra i primi a tradurre: tradusse nel 1941 “Il cammino della polvere” (ora “Chiedi alla polvere”). Anche l’incipit di “Aspetta primavera” è mozzafiato.
    “Avanzava, scalciando la neve profonda. Era un uomo disgustato. Si chiamava Svevo Bandini e abitava in quella strada, tre isolati più avanti. Aveva freddo, e le scarpe sfondate. Quella mattina le aveva rattoppate con dei pezzi di cartone di una scatola di pasta. Pasta che non era stata pagata. Ci aveva pensato proprio mentre infilava il cartone nelle scarpe.”
    Tutto il romanzo è mozzafiato. Un ritratto disincantato di una famiglia di origini abruzzesi trapiantata in Colorado: Svevo muratore che deve passare l’inverno, sua moglie, Maria, piissima e sottomessa, e i loro tre figli, tra cui Arturo, sognatore e beffardo, ribelle e impotente, disperato e irriducibile.
    Da leggere!

  3. Pingback: Più di niente: uomini e topi | bloggiovi

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