Recalculating

Parte prima – la “signorina”

Quando nel mio post precedente scrivevo che Boris era in viaggio con tre donne non tenevo conto della „signorina“. La signorina ci ha accompagnato nei nostri spostamenti in macchina, fin dalla prima sera, quando, arrivati a Denver, abbiamo modificato la prenotazione dell’auto fatta dalla Nico e dalla Vale e lasciato l’aeroporto con una macchina più grande, una Dodge Grand Caravan rosso mattone, un’assicurazione a prova di bomba, e, per l’appunto, la signorina:

Boris (ancora a Venezia): “Come si dirà navigatore satellitare in inglese?”

Vale (che le lingue non le sa, ma se la cava): “Tom tom!”

La signorina ci è costata circa duecentocinquanta dollari di noleggio (a sentire il prezzo ho sobbalzato, con quella cifra avremmo potuto comprarcene una o due tutte nostre!), ma, a onor del vero, ci ha guidato dritto dritto al Lumber Baron Inn di Denver la prima sera e ci ha condotto di tappa in tappa del nostro lungo viaggio.

Anche se, a dire il vero, il calcolo di miglia che ci faceva la signorina non  corrispondeva quasi mai con quello che avevamo fatto noi su google map. A volte si trattava di poche miglia, a volte però erano centinaia e centinaia. La misura che ha fatto traboccare il vaso è stata quando, invece delle 94 miglia da Monticello, Utah, allla Monument Valley, la signorina ce ne diede ben 518: “Adesso Boris, quando arriviamo per prima cosa questa qui ce la  facciamo rimborsare!” (Mia frase storica). Nel frattempo la Nico si era andata a informare da una ragazza in carne ed ossa all’area di servizio ed era tornata con la conferma: 94 miglia, eravamo noi che avevamo programmato male la signorina !

Dopodiché, ogni tanto, per essere sicuri o anche per riprendere il filo del viaggio dopo un’ennesima sosta non programmata, ci s’informava: “Nico, cos’hai impostato nella signorina?”

La signorina, non solo ci faceva compagnia con il suo “In 0.2 miles turn left! Turn left!” o “Keep right! Keep right!”, sempre ripetuti due volte, a scanso di equivoci, non solo calcolava miglia e distanze, ma spesso ricalcolava. Bastava infatti che ci fermassimo un attimo in una stradina laterale per una foto, che lei annunciava perentoria: “Recalculating”! E, giacché le soste di questo tipo erano parecchie, ogni tanto ci dava ai nervi: “Cosa dici, la spegniamo, la signorina?”

A volte, sopraffatta da un’eccessiva quantità di strade in una cittadina o a uno svincolo particolarmente complicato, la signorina taceva. Allora la guardavamo tutti un po’ impensieriti, poi guardavamo i cartelli, poi guardavamo lei, aspettando che desse segni di vita.

Parte seconda – Fate conto che…

Oltre a guidarci attraverso sei stati, la signorina ci incoraggiava anche nella nostra naturale inclinazione ai calcoli: quante miglia mancavano all’arrivo, quanto tempo – escluse naturalmente le pause per shopping, fotoshooting e espletamento di necessità varie – e così via. Non che fosse semplice. Quello che non riusciva a calcolare lei, lo calcolavamo noi.

Vale: “Boris, quanto segna di temperatura?” (Il Grand Caravan aveva un termometro incorporato, va da sé)

Boris: “98!” (Fahrenheit, è chiaro)

Giovi: “Che sarebbe?”

Al che la Vale – l’unica che sa veramente far di conto nel gruppo – sortiva un coefficiente di conversione (si chiama così) ogni volta un po’ diverso, ma che ci assicurava una temperatura che in gradi Celsius poteva variare da 31 a 39.

O ancora, quando passavamo davanti a un cartello che segnava “6600 feet”.

Vale: “Ridendo e scherzando siamo a 6600 fettone!”

Giovi: “Che sarebbe?”

E anche qui, i coefficienti di conversione si sprecavano…Fare i conti era una delle mie fisse. La richiesta iniziale l’aveva fatta la Vale, che si sentiva in debito con noi perché avevamo anticipato più spese di quante non ne avesse anticipate lei, ma la fissa, quella era tutta mia.

Il momento ideale per i conti era quando viaggiavamo in macchina, anche se, a volte, questo mi privava di qualche paesaggio, come quando mi sono persa i primi ranch e le praterie del Wyoming per chiudere i conti dopo Yellowstone (o era per scaricare le foto?, non ricordo più). Insomma, una volta installate in macchina, impostata la “signorina”, accertata la temperatura, verificata l’altitudine, coefficienti di conversione compresi, allora era il momento per la fatidica domanda: “Vale, facciamo i conti?”

Sì, perché per fare i conti avevo bisogno della Vale, data la mia innata incapacità di gestire numeri non in sequenza: il solo fatto che alcune spese le avessimo anticipate in euro e altre in dollari mi gettava nella confusione più totale. Per fortuna c’era la Vale, lei dettava e io scrivevo, io dettavo e lei calcolava secondo coefficienti di conversione e operazioni a me imperscrutabili, ma alla fine i conti tornavano e le somme si avvicinavano a un punto d’equilibrio, miracolosamente raggiunto alla fine del viaggio. Come in tante altre cose, anche in questa ci completavamo, io con la mia fissa di segnare tutte le spese, così, in modo bruto e irriflesso, e lei con la sua capacità di integrare in una sola operazione il tasso di cambio e le partite doppie – o erano semplici? – delle nostre uscite. Grazie, Vale!

La signorina intanto taceva, anche se proprio allora avrei avuto voglia di un “Recalculating!”, uno di quelli riservati a una pausa per una foto (in genere di Boris o della Nico) o per una pipì (mia, naturalmente).

Parte terza – ops!

Non che i conti tornassero sempre. Arrivati dalla Monument Valley all’ingresso sud del Grand Canyon (dopo aver esitato un po’ tra il North Rim e il South Rim, calcolando ovviamente le miglia di distanza), per prima cosa prenotiamo il tanto atteso giro in elicottero. Per farlo uniamo tutte le forze del gruppo – e l’aiuto di una coppia di anziani americani che mangiavano un hamburgher là vicino.  Dopo diversi tentativi andati a vuoto di chiamare il numero verde della Grand Canyon Helicopters riusciamo finalmente a fissare un tour per le 17.10 del pomeriggio e a trasmettere per telefono i dati della carta di credito (della Vale, per pareggiare i conti). Naturalmente calcoliamo – impostando la signorina – il tempo necessario per arrivare dall’uscita sud del Grand Canyon a Tusayan, a 11 miglia a sud, dove si trova l’eliporto, e ci diamo un’ora di partenza, calcolando che l’addetta al telefono, una signorina in carne ed ossa, ci aveva avvertito di essere là mezz’ora prima per espletare tutte le formalità.

Ci resta tempo per una passeggiata lungo il Canyon, certo non l’historic trail che ci avevano consigliato, ma il paesaggio è mozzafiato. Quando si avvicina l’ora, cominciamo a fare domande di controllo: “Nico,che ore sono?” (di cinque minuti in cinque minuti), ma Boris si spinge avanti, sempre più avanti, vuole fare altre foto, finché, sulle quattro, torniamo sui nostri passi. Sempre più trafelati, perché la macchina era al parcheggio 2, no, al 3, anzi, al 4. Superiamo bus di turisti quasi di corsa, la Vale deve andare in bagno e c’è la fila, si fa sempre più tardi, speriamo che sulla 64 per Tusayan non ci siano code, ma una coda c’è, turisti fermi a fotografare dei cervi, degli alci, che ne so? (Li ha fotografati anche la Vale).

Arrivati infine all’eliporto, diamo il nostro numero di prenotazione, i nostri passaporti, ci mettono uno per uno su una bilancia – avremmo potuto chiedere quanto pesavamo in libbre, peccato, non ci abbiamo pensato – e finalmente ci dicono: “You are scheduled at 4.10:” “Come at 4.10?”, ci chiediamo. Forse abbiamo capito male, si sa, siamo in Arizona, vattelappesca come parla il ragazzo con camicia da pilota che segue il nostro file. “Qualcuno ha capito che cosa ha detto?” E Boris (che intanto s’era già comprato una maglietta arancione): “Ha detto le 4 e 10, ma si sarà sbagliato, avrà voluto dire le 5 e 10!.”

Fatto sta che il nostro giro lo facciamo e, per la cronaca, è stata un’esperienza indicibile, tra pioggia torrenziale, sole e arcobaleno, e quando scendiamo torniamo al Grand Canyon per vedere il tramonto. Veramente la Vale sentiva già il richiamo della bistecca a Williams, Arizona, dove avevamo prenotato una camera in un villaggio-trenino, ma, mentre la Nico ed io ci affacciamo ancora una volta sui precipizi, si è dovuta accontentare di un “coccocino” (sic).

Quand’ecco che, all’appuntamento, alle sette al visitor center, la vediamo arrivare con una strana luce negli occhi: “Io non vorrei dire, ma, ragazzi, qua tutti gli orologi segnano le sei!”

E io: “Come le sei?”

E la Nico: “L’avevo letto io nella guida che l’Arizona ha un altro fuso orario, ma ho detto, ma va là, vuoi che sia vero!”  Era vero!

Questo rimescolamento d’orari (une boulette d’horaires) ci riporta improvvisamente in anticipo sulla tabella di marcia e la bistecca a Williams si profila sempre più vicina all’orizzonte – sempre che, a differenza di Monticello, a Williams servissero la cena anche alle otto di sera (che poi erano le sette).

Tutti ringalluzziti, ci mettiamo in strada per un altro paio d’ore abbondanti. Finché, al calar delle tenebre, ancora in lande desolate, con gli stomachi che rumoreggiano e le bocche chiuse, un enorme segnale stradale giallo ci fa sussultare la Vale, la Nico e me (Boris non sussultava perché quidava): End of day time – use head light. E noi: “Come end of day time? E adesso che ore sono?”

 Postilla – In fin dei conti

Gli ultimi calcoli disperati li abbiamo fatti la sera prima della partenza. Nel biglietto aereo ci permettevano 23 chili a testa da imbarcare in e 18 in cabina. Vi lascio immaginare le acrobazie nel fare le valigie, nonostante tre, anzi quattro borse in più acquistate in fretta e furia l’ultimo giorno a Cheyenne.

Arrivati all’aeroporto, Boris mette la sua valigia (la più pesante, a causa dei numerosi acquisti) sul nastro del check-in: la bilancia segna 58 (libbre? Quanto sarebbe in chili?) L’assistente di terra, una signora di mezz’età gentilissima, gli propone due alternative: o pagare 200 dollari di sovrappeso o imbarcare un altro bagaglio a 75 dollari. “Faccia lei i suoi conti! “

È andata a finire che Boris ha comprato una bellissima borsa da viaggio per 75 dollari e l’ha imbarcata per altri 75 dollari. Tutto sommato gli è convenuto. Vero Vale?

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(le foto sono sempre di Nicoletta M, Boris P., Giovanna T. e Valeria V.)

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5 risposte a Recalculating

  1. Valeria Vegni ha detto:

    Grazie a te, Giovy, presenza fedele dei miei giorni, dei miei sogni e delle mie innumerevoli tristezze…..un viaggio così lungo, all’estero intendo, insieme non lo ricordo….forse in Costa Azzurra , fra altri mal di pancia???
    Ho riso molto, e la Nico pure…..però, per dovere di cronaca, l’Arizona non ha un altro fuso orario. Semplicemente non ha aderito all’ora legale, e d’inverno è un meno otto come tutti gli altri Stati (visitati). E visto che mi hai provocato, fra Forlì e Berlino ci sono 929 km in linea d’aria, quante miglia? Quanti “fettone”?
    Baci, al mitico driver, allo scrittore, alla scrittrice, alla grande amica e, senza meno, alla Signorina. Amutut.

    • bloggiovi ha detto:

      Grazie Vale, delle precisazioni e delle aggiunte! Sì in Costa Azzurra, ci andammo insieme… Ma in confronto, la Costa Azzurra è dietro l’angolo, conta?
      Quanto all’ora dell’Arizona, legale o no, ci ha provocato un jet lag delle otto ore di differenza tra Forlì e Denver (ma con Philadelphia erano sei, o mi sbaglio?)…
      Tra Berlino e Forlì 929 chilometri in linea d’aria? Ma allora perché il contachilometri della nostra Volvo segna 1250?
      (comunque in miglia 929 chilomentri sarebbero 580 e rotte, se ho calcolato bene, come da Bryce Canyon a Yellowstone, l’avevo detto io che era come Forlì-Berlino!).
      Leggere il tuo commento di prima mattina mi darà lo slancio per la giornata di lavoro, che sarà preceduta da un cappuccino da Einstein – oggi ci vuole – e da una pedalata fino all’università (8 km, 5 miglia)
      Baci anche a te, e se hai voglia fatti sentire su whatsapp! Ancora non ho imparato ad usarlo! Scusa Vale, dove l’ho messo?🙂

  2. Ari ha detto:

    per Boris: navigatore in english is NAVIGATOR (per davvero hehe)

  3. Pingback: Mugs and magnets | bloggiovi

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