Ombre rosse

Da ormai una settimana siamo in viaggio negli Stati Uniti. On the road. In quattro, Boris, scritt, al volante, Nico, navigatrice, Vale, amministratrice degli spazi e dei rifornimenti ed io, cronista.

Dei grandi parchi e delle bellezze naturali che stiamo visitando, delle strade che percorriamo la 191, la 63, l’89, l’80, la 28, la 30, centinaia di miglia tra uno stato e l’altro, Colorado, Utah, Arizona, Utah, Wyoming e ancora Utah e poi Wyoming, alla volta del South Dakota non parlerò oggi. Sui nostri discorsi, sulle risate, sui racconti, e sull’evolversi delle dinamiche interpersonali dirò altrove.

Oggi, rispondendo a una richiesta esterna (grazie, Linda) e a un bisogno interiore di avvicinamento, dirò qualcosa sui nativi americani, alla volta dei quali ci dirigiamo.

Il primo l’ho visto a Denver, il giorno dopo il nostro arrivo. Ancora giovane, forse sui quarant’anni, jeans e maglietta blu impolverata, lunghi capelli raccolti in una coda, una valigetta con le ruote, era seduto accanto all’ingresso di un supermercato. Più tardi, nel corso della giornata, l’ho rivisto un paio di volte. Come a conferma di quanto avevo letto e sentito, di quanto mi era stato raccontato, mi trasmetteva l’immagine della povertà, della disoccupazione, dell’alcolismo forse, dell’emarginazione, in una terra che una volta era dei suoi antenati, era la sua. Anzi era di tutti, perché nella cultura nativo americana, la terra non la si possiede, vi si vive, la si rispetta, la si onora, la si ringrazia per quanto essa dà a chi la abita, uomini, animali e piante. “Non si vende la terra sulla quale si cammina”, dice Cavallo Pazzo, Tashunka Witko, durante la guerra per i Black Hills.

E invece i nuovi arrivati, coloni, soldati, gli “americani”, i federali, li hanno combattuti, espropriati, costringendoli a firmare trattati contro il loro interesse, li hanno combattuti e fatti prigionieri, li hanno cacciati, a migliaia, forzandoli a marce disumane, centinaia di chilometri, nelle quali donne, anziani e bambini morivano o venivano uccisi, in cammino verso “riserve” sempre più lontane dalle loro terre, sempre più piccole, sempre più aride e infertili. Leggo qualche capitolo del libro di Dee Brown, Seppellite il mio cuore a Wounded Knee, e una rabbia profonda mi assale per le ingiustizie e la ferocia perpetrate su queste popolazioni pacifiche. Arapaho, Navajo, Hopi, Cherokee, Cheyenne, Sioux, Oglala, Lakota, Apache, Irochesi, Siletz, Ute, Omaha, Mohicani, Pueblo, Kiowas, Comanche e tanti altri. 500 hundred nations, come enumerate nella serie di documentari prodotti da Kevin Costner.

Il secondo incontro è con Joe, la guida Navajo (o Diné, uomini, come si chiamano nella loro lingua) che ci conduce attraverso la Monument Valley, sul territorio del Navaho Tribal Village. I Navajo sono tra i nativi più fortunati, dopo una guerra nel 1860-61 e una disfatta, riuscirono comunque a ottenere dagli Stati Uniti la sovranità su alcune terre – certo non le più fertili – nel loro territorio d’origine. Manuelito, uno dei capi della ribellione, prima di arrendersi, ferito e stremato, dice a chi gli chiede di accettare le condizioni dei bianchi: “Il mio Dio e mia madre vivono nel West e io non li lascerò. È una tradizione del mio popolo che noi non dobbiamo mai attraversare i tre fiumi: il Grande, il San Juan e il Colorado. Né posso lasciare le Chuska Mountains. Io sono nato qui e qui rimarrò. Non ho niente da perdere, tranne la mia vita, e quella possono venire a prenderla quando vogliono, ma io non mi muovo. Non ho fatto niente di male agli americani o ai messicani. Non ho mai rubato. Se verrò ucciso sarà versato sangue innocente.” (Seppellite il mio cuore a Wounded Knee, pag. 47)

Joe (non conosco il suo nome in Navajo) è un uomo alto e robusto, dal volto tondo e dai lineamenti dolci. All’ombra del cap, i suoi occhi color caffè si socchiudono in fessure sottili e guardano lontano. Nelle soste tra una tappa e l’altra parlo un po’ con lui. Racconta del numero quattro, da loro considerato sacro: quattro i mondi che si succedono, quattro le direzioni nello spazio, quattro i clan che non si devono mescolare tra loro. Racconta quello che i loro anziani raccontano da generazioni, che gli uomini del loro popolo hanno origine da animali, e in animali si possono trasformare. Orsi, aquile, cavalli, serpenti, coyote… Anche se gli scienziati e gli antropologi li fanno risalire a popolazioni dell’Asia, discese dal Nord America dopo aver attraversato lo stretto di Bering, le leggende degli anziani sono più suggestive. Più potenti. Ma le leggende si perdono, i giovani a scuola imparano l’inglese, lasciano il territorio per andare all’università e solo pochi tornano. Dove andranno le leggende quando non ci sarà più nessuno a tramandarle?

(foto: Giovanna T.)

Nel percorso attraverso la Monument Valley, Joe ce ne disvela i segreti, le sagome racchiuse nelle rocce, il cammello, le tre sorelle, l’elefante, Gesù Cristo, il drago che dorme, il mohicano… C’è anche un pavone, nascosto dietro l’orso, scoperto da Boris.

Quando arriviamo al Big Hogan, Joe mi si avvicina e mi chiede “How strong is your imagination?”, poi m’indica sulla montagna opposta il muso di un orso. Infine m’invita a stendermi sulla parete in fondo alla caverna rotonda e a guardare in alto attraverso il foro circolare che la sovrasta. E seguendo il disegno delle sue dita, la roccia prende vita, e la forma di un’aquila, col becco che si allarga sulla parete, le piume della testa e del collare. Mi stendo e Joe si stende vicino a me, e insieme in silenzio ammiriamo quest’uccello, simbolo di forza e di potere, portatore di visioni e di rivelazioni, capace di librarsi ad altezze inaccessibile, di unire terra e cielo. Per qualche istante siamo solo due esseri umani che condividono un mistero, una meraviglia, una rivelazione di vita.

Quando terminiamo il nostro giro, gli dico “ahéhee”, “grazie”, in Navajo, e lui mi risponde: “Grazie, auf Wiedersehen”.

(foto: Giovanna T.)

L’ultimo incontro è di questa mattina, a Williams, in Arizona, la cittadina simbolo della Route 66. Nel piccolo locale in cui facciamo colazione, “Coffee and café”, ci serve una donna assai robusta, dal sorriso aperto e dai tratti cordiali. Mentre si allontana dal nostro tavolo, noto che porta tre trecce lunghissime nere, che le cadono lungo la schiena fino alla vita. Penso che forse è proprio una tra quei tanti giovani che se ne sono andati a vivere in città, a condividere una cultura che non è del tutto la loro. Il locale è modesto, frequentato da gente del posto. Un vecchio entra a prendere due colazioni che si porta via in contenitori di polistirolo; andandosene a passi lenti e incurvato la saluta con un sorriso e la ringrazia.

Sul punto di uscire vado a salutarla e anche a me viene spontaneo ringraziarla, per questo posto così accogliente, per tutto l’amore che mette nel lavoro che fa. Gli occhi le si inumidiscono, anche a me del resto, mi ringrazia e mi prende le mani: “Have a good day!”.

(foto: Giovanna T.)

 Turquoise Horse

 

I am the sun’s son.

I sit upon Turquoise Horse

At the opening of the sky.

 

My horse walks on terrifying hooves

and stands at the upper circle of the rainbow

with a sunbeam in his mouth for a bridle.

 

My horse circles all the peoples of the Earth.

 

Today, I ride on his broadback and he is mine;

Tomorrow, he will belong to another.

(Gerold Hausman, Meditations with the Navajo. Prayers, Songs and Stories of Healing and Harmony)

(foto: Giovanna T.)

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2 risposte a Ombre rosse

  1. Linda Guzzetti ha detto:

    cara Maria Giovanna,
    è vero che gli europei che sono andati sul continente americano hanno distrutto la gran parte degli abitanti preesistenti, ma non sono del tutto sicura che gli abitanti degli attuali Stati uniti fossero pacifici. Se ben ricordo, si facevano guerre tra diversi gruppi. Ovviamente questo non è un buon motivo per sterminarli.
    Mi è piaciuta molto la storia della barista dalle lunghe trecce nere, buon viaggio, Linda

    • bloggiovi ha detto:

      Cara Linda,

      grazie del tuo commento asciutto e dritto al punto, come nel tuo stile. E`vero che i nativi americani si facevano la guerra fra di loro, ma personalmente ho ancora molto da scoprire su questa pagina della storia. Vengo da una settimana presso un’organizzazione di volontariato in South Dakota e sono piena di impressioni e di esperienze che riferirò presto su queste pagine.Poi ovviamente, a Berlino potremo parlarne a voce, anche con Luita!

      A presto

      Maria Giovanna

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