Minuti che contano – Piatti, pirati e poesia

Vi è mai capitato che pochi minuti o addirittura un fazzoletto di secondi decidessero la vostra giornata? Che in pochi secondi il film si riavvolgesse e prendesse un’altra piega? Come un “temporale estivo” a Miami? (vero Carla?)

Il fine settimana scorso ci è successo più volte. Sentite qua.

Atto primo

Sabato sera, Boris e io siamo pronti per il cinema – Battleship al Titania Palast a Steglitz, Berlino. Sì lo so, un film di fantascienza, non è per niente il mio genere, ma mi sottovalutate, o sottovalutate il mio amore per Boris o la sua capacità di persuasione… Eheheh!

Beh, biglietti già in mano, manca ancora un quarto d’ora all’inizio del film, o meglio all’inizio della pubblicità – ce ne sorbiamo circa venti minuti prima di ogni film, in Germania va così, rimpiango il circuito delle sale d’essai italiane –, giusto il tempo di fare il giro dell’isolato. Perché non buttiamo un occhio al Forum Steglitz? Davanti al centro commerciale, qualche bancarella, mele caramellate, liquerizie, wurstel, naturalmente. Dentro negozi di scarpe, di abbigliamento, un bar, al secondo piano un enorme negozio di casalinghi, Culinaris. Dagli scaffali occhieggiano pentole multicolori e…. contenitori per il pane.

(foto: http://cher-ry.blogspot.de/2011/07/le-creuset.html)

Entriamo. Un giovane commesso in t-shirt ci si avvicina e ci chiede se ci può aiutare.

– No, grazie, guardiamo solo. Le ultime parole famose.

– È una vita che voglio un contenitore per il pane, dice Boris (anni fa ne avevamo uno di plastica blu di Ikea, ma il pane si ammuffiva) , – e tu?

– Io? No, non ci tengo… (E poi, penso, non mangiamo tanto pane, adesso, no?)

Come se non avessi parlato.

– Quale preferisci?, chiede Boris davanti a una teoria di contenitori in metallo, alcuni cilindrici, altri rettangolari, arancioni, gialli, verdi, blu, bianchi, grigio metallizzato.

– Ma, non saprei… (Ma non dovevamo andare al cinema?)

Poi ne vedo uno bello in coccio, laccato di bianco. C’è anche scritto “pane”, in italiano.

– Quello!

– Quello?

– Sì quello, ma non è che ci serve un contenitore per il pane, no? Scegli tu!

– Facciamo testa o croce. Testa, quello di coccio, croce, quello di metallo.

Esce testa. Boris riprova. Esce croce. Riprova ancora. Esce testa. Compriamo il contenitore in coccio prima ancora che me ne possa rendere conto. Ci ho messo più tempo a scrivere.

Al cinema, Boris tiene fra le gambe l’enorme sacchetto giallo con il nostro contenitore. Io gli tengo la mano.

Tornati a casa, mentre cucino, Boris fa spazio per il contenitore, eliminando tutto quello che gli sembra superfluo, il portacoltelli, il porta biscotti con le mucche e un paio di altre cosette. Non pare soddisfatto. Avrebbe preferito quello di metallo? Sono io che non mi so mai decidere…Un piatto blu di Bunzlau finisce in mille pezzi. Non dico niente.

(foto: Maria Giovanna T.)

Atto secondo (la mattina dopo)

Oggi dobbiamo andare a Brema, Andreas ha messo in scena uno spettacolo con testi di Boris e ci ha invitato a vederlo. Biglietti già comprati (come quelli del cinema), partenza ore nove e quarantotto dall’Hauptbahnhof.

Ore sette e mezzo. Boris si alza e si rimette a dormire sul divano.

Ore otto, vado di là: – Boris, sono le otto, non ci dobbiamo alzare?

Nessuna risposta. Torno a letto.

Ore nove. Boris si alza. Nell’aria aleggia ancora il contenitore di coccio (intatto per fortuna), o forse è quello di metallo? L’atmosfera non è delle migliori. Partiamo o non partiamo? Mi scorrono già davanti agli occhi film alternativi. Se non partiamo posso andare a bere un cappuccino da Einstein, in piscina, all’università…

Ore nove e dieci. Boris telefona in stazione. Coi biglietti che abbiamo non possiamo prendere un altro treno. Accende il computer, stampa i biglietti.

Ore nove e venti. Lui si lava, io mi vesto, io mi lavo, lui si veste. Lui prepara lo zaino, io chiamo un taxi, agguanto il netbook, lui si mette le scarpe, io scendo già. Alle nove e trenta siamo in taxi. Nessuno dice niente (per non distrarre il tassista).

Alle nove e quarantacinque siamo in stazione, una stazione enorme a tre piani, niente a che vedere con quella di Forlì. Alle nove e quarantotto al binario, proprio mentre il treno entra in stazione. Uff!

 Ce l’abbiamo fatta, e ne è valsa davvero la pena. Ci aspetta una giornata indimenticabile.

 Intermezzo

Non appena arrivati a Brema ci aspetta un’altra corsa mozzafiato. Milena, la nipote di Ulrike, in partenza per Berlino, si accorge solo in stazione di aver lasciato la borsa a casa. Mancano nove minuti alla partenza. Ulrike torna a casa bruciando i semafori, Andreas avvertito per telefono le va incontro in strada con la borsa, noi in stazione siamo pronti per la staffetta, e, miracolosamente, Milena riesce a salire in treno proprio mentre si chiudono le porte. Tiriamo un respiro di sollievo!

 Poi è la volta del luna park: due ore fantastiche con Ulrike e suo figlio Theo, di dieci anni: tirassegno, troika volante, avventure dei pirati con vascello fantasma, prigionieri, pappagalli parlanti, isola del tesoro e coccodrilli! Per il palato, spiedini di pollo, panini di pesce e cuori di panpepato. Alla lotteria Ulrike vince un’orchidea, noi due giacinti odorosi.

(foto: Boris P.)

Tornati a casa infreddoliti, Andreas ci prepara una tisana bollente. In cucina, l’occhio mi cade sul suo contenitore per il pane: bianco, di metallo, proprio come quello che avrebbe comprato Boris. L’ha ereditato dalla sua nonna, dalla splendida casa di Magadino, in Ticino, sul Lago Maggiore. Quelli di coccio conservano meglio, ci rassicura. E poi la sorpresa. Il servizio di piatti di Magadino, un Villeroy e Boch degli anni trenta decorato con fiori e frutta, Andreas ce lo regala, se lo vogliamo.  All’unisono rispondiamo:

– Certo che lo vogliamo!

 Atto terzo

Lo spettacolo si svolge in casa. Andreas è al pianoforte, un attore, Guido Gallmann, legge da alcuni testi di Boris. Hundehimmel, cielo da cani. Testi scritti vent’anni fa. Ascoltiamo rapiti. I suoi anni da bambino, i giochi nel quartiere, la compagna dei suoi primi anni, Hexe (strega), il pastore tedesco di sua nonna Usch; sua madre, Elke e suo padre, Raimund, visti con occhi profetici. Gli occhiali del suo nonno di Amburgo. Poi le prime esperienze con le ragazze, gli incontri, le notti di Berlino.

Il tempo scorre veloce. E mi regala una rivelazione. È il Boris di allora, il Boris di oggi: visionario, poeta, sensibile, coraggioso, capace di scavare dentro i sentimenti, di svelare la natura profonda delle cose, di dire le verità che nessuno osa menzionare. Uno spirito libero. L’uomo che amo.

Quando abbraccio Andreas e lo ringrazio per il regalo che mi ha fatto, non penso solo ai piatti di Magadino, penso a questo. Mi ha restituito la forza di vedere Boris al di là del quotidiano, al di là dei film di fantascienza, al di là di tutte le piccole cose che ci velano gli occhi quando non facciamo attenzione. Minuti che contano. Minuti che cambiano la vita.

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5 risposte a Minuti che contano – Piatti, pirati e poesia

  1. daniela ha detto:

    Una storia vera, ma soprattutto un amore vero. Beato Boris ad averti vicino, ad avere un amore come il tuo vicino…

    • bloggiovi ha detto:

      Cara Daniela,

      grazie del tuo commento. Beh, devo dire che sono fortunata anch’io ad averlo al mio fianco. E a quanto vedo, anche tu e Massimo siete una splendida coppia!
      Comunque il lavoro di coppia non finisce mai: c’è sempre qualcosa da scoprire, qualcosa da migliorare…
      A presto, un abbraccio!
      giovi

  2. Valeria Vegni ha detto:

    Giovy, amica mia, finalmente!!!!……..Ama e continua ad amare……con spirito libero!!!!!

  3. Valeria Vegni ha detto:

    Amutut, engorai, tai sere!

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