Le allegre comari ovvero A night at the Opera

Questo fine settimana la Vale è venuta a trovarmi a Berlino. Da giovedì a domenica, invece di sentirci come al solito su skype, ci siamo viste dal vero.

Siamo andate a cena fuori, abbiamo fatto shopping (!), abbiamo bevuto champagne e degustato formaggi francesi in uno dei bar à champagne di KaDeWe, abbiamo saccheggiato il mercato dei continenti al Museo Etnologico di Dahlem, abbiamo reso onore alla Ulhandstrasse n. 28 (“Troppo tardi!”), abbiamo parlato e parlato, di noi, dei suoi figli, dei miei nipoti, ci siamo fatte rivelazioni inaudite, abbiamo dormito, abbiamo taciuto, abbiamo pianto, abbiamo riso.

Sono perfino riuscita a farla arrivare incolume in S-Bahn al Neues Museum, dove ha passato un tempo imprecisato in adorazione del busto di Nefertiti prima di venire scacciata da un sorvegliante.

Potrei raccontare numerosi aneddoti (“nanetti”), riportare scambi di battute caratteristiche, chicche e perle di queste giornate, o anche momenti commoventi.

Ma il posto d’onore in questa cronaca lo merita senz’altro la nostra serata all’opera.

Per giovedì sera prenotato biglietti per il Falstaff alla Deutsche Oper. Due posti in platea, esterni, per poter allungare comodamente la gamba, visto il mio ginocchio ancora dolorante. Un compromesso accettabile, date le tre ore che ci aspettavano sedute.

Alle sei e mezzo eravamo ancora in casa, io appena rientrata dall’università, lei dall’aver sbancato Desigual, sulla Tauentzienstrasse.

Io: – Vale, bisogna che ci prepariamo, alle 7 meno dieci al massimo voglio andare.

Lei (ancora in mutande, a provare le magliette e gli short acquistati – si veste come una ragazzina 🙂 ) – Eh?

Finalmente riusciamo a salire in macchina, procediamo lentamente sulla Leibnizstrasse intasata dal traffico serale e dai lavori in corso, sbuchiamo sulla Bismarkstrasse –a sentirne il nome, la Vale mostra un reverente silenzio – cerchiamo invano un parcheggio, poi l’entrata del parcheggio riservato, poi un posto accessibile. Arriveremo in tempo?

Mentre finalmente varchiamo l’ingresso dell’opera, la Vale ancora mi chiede:

– Ma sei sicura? Ma non ti scoccia?

E io: – Oh Vale!

Saliamo le scale che ci portano platea, una puntatina in bagno rischiando di rimanere fuori e poi, all’ultimo istante prima che le porte si chiudano, ci adagiamo nei nostri posti.

L’opera ha inizio. Il Falstaff non lo conosco, e neanche lei. Ho solo fatto in tempo a leggere che è tratto dalle Allegre comari di Windsor di Shakespeare, spero di raccapezzarmici. La scena si apre con John Falstaff, cavaliere in disgrazia dalle dimensioni più che notevoli, all’Osteria della Giarrettiera. La trama si svolge, rivelandosi a tratti.

– Che acustica – dice la Vale che se ne intende – le arie però non sono proprio verdiane. E niente cori!

Minuto dopo minuto entriamo nello spettacolo, ci immergiamo nella musica, sorridiamo alle battute (“affiderei la mia birra a un tedesco… non mia moglie a se stessa”), gustiamo dettagli dei costumi. La vicenda ci prende. Il gabbo, il doppio gabbo delle comari e del marito di una di loro, Ford, alias Fontana, intesse una rete in cui restiamo via via impigliate.

L’intervallo è breve, ci permette appena di commentare, di bere qualcosa. Ed è già ora di rientrare.

In apertura del secondo atto, Falstaff, che avevamo lasciato gettato in fiume in un gran cestone per la biancheria, riappare sulla scena, vestito di stracci. Stracci? Una palandrana a macchie multicolori, dorata, blu, rossa, avvolto nella quale canta la sua disgrazia. Al centro della scena. E mi coglie una folgorazione: Desigual!

Non faccio in tempo a sussurrare questa parola che ci si scatena la sgrigna. Il fou rire, se vogliamo essere più eleganti. Ma, no, proprio la sgrigna. Sogghignamo, sghignazziamo, sussultiamo, soffochiamo i singhozzi, squittiamo in silenzio, piangiamo dal ridere, ci pieghiamo in avanti, ci teniamo la pancia, deglutiamo, cerchiamo inutilmente di zittirci. Riprendiamo il fiato per ricominciare, inarrestabili. Non serve non guardarci, pensare a cose tristi, dirci, ma insomma, bisogna che ci controlliamo… Non serve pensare, ecco, adesso i vicini di posto davanti a noi si volteranno, ci zittiranno bruscamente, chiameranno la maschera, verrà la polizia, ci trascineranno fuori dal teatro, ci arresteranno… Che figura! No, continuiamo a ridere. Tutto per una parola: Desigual!

L’opera procede davanti a noi, lontano da noi, non so cosa sia successo in quel quarto d’ora e più – non esagero – in cui ridevamo.

Abbiamo smesso, e già ci rallegravamo di essere riuscite a controllarci – una cosa così non m’era mai capitata a teatro, lo giuro – che già ricominciamo, ognuna per conto suo. Tra le lacrime le faccio segno di farsi in là, di non guardarmi di sottecchi, vorrei tra lei e me una barriera di vocabolari, come facevamo la Paola ed io in quinta ginnasio, quando non riuscivano a calmarci neanche le minacce dell’Ugolini. Tutto è inutile. Ridiamo, ridiamo, ridiamo da morire…

Più tardi la Vale mi dirà che le sembrava di essere tornata sui banchi di scuola, io invece mi sentivo nel presente, dentro il presente, oltre l’effimero, attirata verso il centro dell’universo – solo il vago ricordo di un episodio simile al matrimonio di uno dei nostri amici, quando un’osservazione di Enrico, o di Alberto, non so più, aveva scatenato in me un riso inarrestabile, a loro era bastata una sghignazzatina, io invece non smettevo più…

Così giovedì sera alla Deutsche Oper, ridendo sentivo spazzati via il dolore alla gamba, la tensione, le imbragature che porto tutti i giorni al lavoro, le maschere, le convenzioni, le attese, le preoccupazioni, la paura della morte – sì perché di tanto in tanto andando in apnea mi chiedevo, chissà, ci verrà voglia di ridere anche sul letto di morte? Forse sì!

L’opera volge al termine con una scena shakespeariana, un grande albero al centro di un bosco, le comari, i borghesi di Windsor in maschera, e poi elfi, libellule, folletti… Falstaff scornato, sbeffeggiato, si riscatta infine agli occhi dei borghesi riconoscendo la grande verità, la forza inarrestabile che fa girare il mondo: il gabbo, il gabbo!

Ed eccoli lì sul palcoscenico, tutti a sghignazzare, irreverenti, pieni di spirito, a ridere uno dell’altro, a ridersi addosso: tutti gabbati!

Ed eccoci qui, anche noi, che abbiamo riso, che ridiamo ancora applaudendo, con le lacrime agli occhi, per l’emozione, e che rideremo ancora, chissà quante volte, di noi, di altri, della vita: tutti gabbati!

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(foto: Giovanna T e Boris P.)

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4 risposte a Le allegre comari ovvero A night at the Opera

  1. valeria vegni ha detto:

    WOW GIOVY!!!! Inutile dire che sto ancora sghignazzando, nonostante sia a casa e che domani è lunedì! …Lunedì, giovedì, venerdì, i giorni passano veloci, più che veloci…..passano in un attimo! IL TEMPO CI GABBA????? Noi gabbiamo LUI !!! Tchuss, kuss, amutut!

    • bloggiovi ha detto:

      Giusto Vale, forse siam gabbate, ma per lo più lo gabbiamo noi il tempo, perché sappiamo rifugiarci in quegli spazi dove il tempo non conta più…
      Comunque, buona settimana! Amutut! XXX
      Ieri sera è arrivata a casa la figura Ambete, non ti dico l’emozione! Mi guarda, mi protegge, e, vedi un po’ con la sua bocca sdentata sembra sghignazzi anche lei, benevolmente, però!
      Badaya!

  2. Maria Paola Giorgini ha detto:

    Che belle che siete! Che belle foto che vi ha fatto Boris…sarà che riuscite sempre a gabbare il tempo con la “sgrigna”, sarà che vi trattate a flute di champagne…siete belle, anche se un po’ troppo magre (dalla mia prospettiva Nevsky) !

    Tchuss…MP

  3. bloggiovi ha detto:

    Cara Maria Paola,
    grazie per questo tuo commento dalla prospettiva Newsky! Quanto alle foto, quelle a KaDeWe le ho fatte io, e anche quella della Uhlandstrasse 28, guardala bene, è un luogo di interesse storico!
    A presto un abbraccio
    PS Ogni volta che mi collego al blog penso al nostro ultimo incontro a Bolzano, hai visto che la giovane damigella che ho scelto come icona viene dal castello di Bolzano!
    Un riabbraccio, Tschüss e Kuss!
    Giovi

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