L’inverno del nostro scontento

La quarta ginnasio passerà agli annali per diversi motivi.

Il trepidato passaggio dalle medie al ginnasio, dallo stato di preadolescenti a quello decisamente più prestigioso di ginnasiali, da una classe tutta femminile (o maschile, a seconda) a una classe mista, si rivelò contro tutte le aspettative – almeno per alcuni di noi – uno choc.

Il professore d’italiano, latino, greco, storia e geografia – diciotto ore settimanali, praticamente un maestro – portava il nome di una belva feroce, al plurale addirittura, e il nomen si rivelò più che mai omen.

Trenta giovani speranze (“se ne giàn baldánzosi”, come ebbe a dire una di noi incespicando negli accenti durante un’ormai leggendaria lettura ad alta voce dell’Eneide nella traduzione di Annibal Caro) si ritrovavano centrifugati in una classe che doveva diventare una miscela esplosiva: ragazzini ancora imberbi (almeno in un caso) usciti in parte dall’addestramento militare della signorina Fuzzi, di cui riuscirono a sfruttare il vantaggio per almeno i due anni di ginnasio, ragazzine ingenue e curiose di diversa estrazione e con diverse inclinazioni ginniche, filosofiche e sociali, giovani volenterosi provenienti da vari località dell’Appennino tosco-romagnolo, futuri professionisti, avvocati, notai, medici, architetti, commercialisti, insegnanti, politici, storici (sia ricordato qui lo storico C. M.) … eravamo tutti lì, le femmine in grembiule nero, in maglioncini colorati e jeans i maschi.

(foto Maria Giovanna Tassinari)

Rigorosamente separati nei banchi – e la tradizione si mantenne, perché, a memoria d’uomo, l’unica coppia mista nei banchi furono la Maria Paola e Alessandro in III liceo – correggetemi se sbaglio – e anche nell’intervallo, per il quale il suddetto professore ci disponeva in due cerchi distinti e omogenei per sesso, sorvegliandoci con occhio truce e cisposo, pronto a fermare col piede o col vocione il minimo scarto alla regola. Nel resto del corridoio, al secondo piano, tutti gli altri si mescolavano, i ragazzi intortando o tormentando le ragazze, le ragazze sfarfallando, ridacchiando, inanellate una all’altra, a crocchi, a grappoli, mentre le più coraggiose scendevano al piano terra, dove si trovavano – irraggiungibili – i liceali.

Tuttavia, nonostante questa separazione artificiosa – o forse proprio grazie a questa – siamo cresciuti insieme, giorno per giorno, fuori e dentro l’intervallo, passando dalle ore di greco a quelle di latino, da quelle di matematica a quelle di francese, tenute da  una mite professoressa dal nome di un dicotiledone.

E già in quell’anno riuscimmo a marcare i nostri primi successi, le pietre miliari di un cammino che ci ha portato a essere ancora oggi una delle classi più meravigliose, uniche e unite del globo terrestre, la mitica, inimitabile, irraggiungibile III A!

Tralascio banalità come il passatempo del lancio della cimosa contro malcapitati bersagli umani, le cui origini devono risalire a un martedì, il giorno libero del suddetto professore, passatempo alacremente praticato e affinato durante tutto il quinquennio da un manipolo di maschi – sia detto senza ironia – della classe.

Degne di entrare negli annali sono invece le ore trascorse chini sui banchi a disegnare cartine geografiche e storiche (la mia gratitudine eterna va ancora oggi alla Rita, allora mia compagna di banco, che mi forniva i modelli che io ricalcavo cercando di tenere leggera la mia maldestra matita), a ricopiare dalla lavagna Il canto dell’uccello cieco, poema oscuro e malinconico di Antonino Anile, a fare a gara a tradurre le frasi di latino alla lavagna – gara che inevitabilmente era vinta a turno dai due M., che alle medie con la signorina Fuzzi avevano già studiato la sintassi dei casi con lo stesso libro, Domina gentium

In quelle ore silenziose, il professore immobile e feroce sulla sua cattedra lignea, ci scambiavamo sguardi timidi, qualcuno sorrideva, cominciavamo a comunicare di là dei confini del nostro banco, della nostra fila, a tessere insieme quella rete che ci avrebbe unito, a decorarla di trofei raccolti nel corso delle battaglie, a impreziosirla di frammenti, di episodi, di pietre colorate, di fiori rari, di storie, di trovate, d’invenzioni e di risate.

(http://www.flickr.com/photos/fotomel/2670237283/sizes/s/)

Una rete che ci sostiene ancora adesso,almeno me mi sostiene, e qualche altra compagna pure, e anche certi compagni, lo so, quando a volte sbalzati via dal trapezio della vita ci sembra di precipitare. Ma non voglio diventare sentimentale, al contrario!

Al tono lirico ed evocativo di questa prima puntata succederà quello comico della prossima, che voglio dedicare ad alcuni dettagli grandiosi delle nostre prime res et gesta!

A seguire!

PS. Il canto dell’uccello cieco è riprodotto in versione integrale alla pagina 312 del pdf cui ho messo il link.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in compagni di risate, compagni di scuola, L'angolo di Tita Olivia, liceoginnasiogianbattistamorgagni e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

6 risposte a L’inverno del nostro scontento

  1. margherita vignoli ha detto:

    Che bello avere avuto una classe così…per noi non è stato lo stesso, anche se appartenevamo al gruppo di quelli del secondo piano, sfarfallanti e ridacchianti..!In realtà eravamo una classe tutta femminile, molto divisa, ogni gruppetto a sè…lo testimonia anche l’unica cena di classe qualche anno fa…dunque ho sempre invidiato, vedo a buona ragione, la vostra coesione e la vostra memoria collettiva…e le vostre risate, anche se in questo io e il mio piccolo gruppo eravamo veramente maestre…:-)

    • bloggiovi ha detto:

      Davvero, Marghi, quanto a risate non eravate seconde a nessuno!
      E non solo quanto a risate, ma quanto a capacità di rileggere, interpretare trasfigurare la realtà nei suoi dettagli più disparati!!!
      Ho imparato molto da voi!

  2. Carla ha detto:

    sì va bè, ma la divisa era nera (con le fasce bianche laterali come i carabinieri) e non blu……..
    (Giovi scrivi che è un incanto! nonsmetteremai- baci Carla

  3. valeria vegni ha detto:

    Allora….intanto faccio una correzione…….Mario e Paola, un altro banco misto……e io del terribile professore ricordo le caramelle……e adoro il suo cognome!!!! SIMBA! A presto, baadaye!

    • bloggiovi ha detto:

      Verissimo, Vale, grazie della correzione! Vedi, la memoria collettiva funziona, mi ero proprio dimenticata che in III c’era anche il banco misto di Mario e Paola. E dire che erano proprio davanti a noi!
      E le caramelle, anche quelle le avevo dimenticate!
      Quanto al nome, beh’…. Badaye!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...