L’allegria

I centocinquant’anni dell’Unità d’Italia, le bacheche di facebook straboccanti di avvisi e annotazioni politiche, i risultati delle amministrative a Milano, Napoli, Trieste, Torino e altre città, il Due giugno (con le frecce tricolori), un’intervista con Paul Ginsborg sulla Berliner Zeitung, e infine la Vale che mi annuncia una foto del campanile di San Mercuriale decorato con il tricolore: tutto mi ricorda che sono italiana.

(foto: Valeria Vegni, 2 giugno 2011)

Vivo a Berlino, ho perfino la doppia nazionalità – di cui sono orgogliosissima, lo sbandiero a tutti, anche se incontro una certa indifferenza, a dire il vero – parlo tutti i giorni cinque lingue diverse, l’italiano meno di tutte, mi sento europea, europeissima, anzi quando ascolto la bbc cittadina del mondo, però sono italiana. E sono felice di esserlo. Certo, ci sono momenti in cui mi sento in imbarazzo, quando mi si chiede il perché di certi fatti, quando si discute con persone che, non vivendo in Italia, non riescono a spiegarsi come possano coesistere corruzione e amore del proprio paese, mafia e bucatini all’amatriciana, abusivismo edilizio e bellezze naturali, come gli elettori italiani siano disposti ad accettare certe realtà (si sa che spesso gli italiani, noi italiani, guardiamo più al “particulare” nostro, come diceva Guicciardini nell’indimenticabile Ricordo 28).

Ma non è di questo che voglio parlare, bensì del perché sono felice di essere italiana. Ma cosa vuol dire, essere italiana?

Essere italiana significa insieme essere forlivese (secondo la ben nota teoria che l’identità italiana è identità locale, cittadina), ma anche aver gettato gli ormeggi in altre città, sentirmi a casa anche a Trieste, a Gallipoli, a Bologna, a Cecina, a Siena, a Roma. Essere italiana significa parlare la lingua del “sì”, come la chiamava Dante, significa poter leggere e gustare suono per suono, parola per parola Dante, Montale, Clemente Rebora e Dino Campana, Elsa Morante e Natalia Ginzburg. E, anche se non parlo il dialetto, volete mettere certe poesie di Spallicci, di Tonino Guerra, volete mettere Ivano Marescotti?

Sono felice di essere italiana perché quando resto ammirata di fronte alla Primavera del Botticelli (per me un mito di bellezza) sono orgogliosa quasi come se l’avessi dipinta io, che non so neanche disegnare. Con Caravaggio il pensiero non mi sfiora, perché dipinge su vette irraggiungibili.

http://www.artinvest2000.com/caravaggio_madonna_loreto.htm

Sono felice di essere italiana perché quando invito gente a cena e faccio le tagliatelle (grazie all’Augusta che mi ha insegnato a tirare la sfoglia), o quando faccio la piadina, che mi viene piuttosto fuori a forma di carta geografica (ve le ricordate le mie cartine geografiche?), o quando faccio i cappelletti per Natale, so che sono parte di una tradizione, di una storia.

Sono felice di essere italiana significa riconosco le mie radici e riconosco che, anche se cittadina del mondo, sono prima di tutto cittadina di un paese che mi ha dato i natali e anche i capodanni. Che mi ha dato un’ottima istruzione, non solo grazie ai grandi maestri che ho incontrato all’Università, alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna, ma anche grazie alla dedizione delle insegnanti delle medie, la signora Bosi, la Gaddoni – un gruppetto di noi andò a trovarla a Castel San Pietro, in occasione del suo matrimonio: la ricordo in casa sua, già vestita da sposa, in piedi su uno sgabello per gli ultimi ritocchi, una donna di casa intorno a lei con uno spillo in bocca…

Sono felice di essere italiana perché da noi più che altrove le reti sociali sono forti e ampie, come quelle dei pescatori: la famiglia, i vicini, gli amici, gli sconosciuti, si può contare su tante persone.

Sono felice di essere italiana perché ci sono tanti italiani, più bravi di me, che ogni giorno s’impegnano nel volontariato – più che altrove, anche se non è una gara – lavorando con gli anziani, con i disabili, con le persone sole e bisognose.

Essere italiana significa infine sentire in me qualcosa di Caterina Sforza, che, quando Forlì fu presa d’assalto dal Valentino e dalle sue truppe, che le avevano ucciso il figlio, Giovanni dalle Bande Nere, in piedi in cima alla Rocca di Ravaldino lo apostrofò mostrandogli il grembo: “Me l’hai ammazzato? Ma io ne metto al mondo degli altri!”

È questa creatività, questa capacità di rinnovarsi, questo non darsi mai per vinti, quest’energia per ricominciare, che sento in me, ogni giorno, la mia parte d’italianità.

“E subito riprende

il viaggio

come

dopo il naufragio

un superstite

lupo di mare

 Versa il 14 febbraio 1917”

(Giuseppe Ungaretti)

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6 risposte a L’allegria

  1. miria ha detto:

    Mi sono sentita commossa e…orgogliosa!
    Commossa perché hai toccato corde del mio cuore.
    Orgogliosa perché il potere della parola, il suo uso magistrale e potente, ci ricorda ancora una volta che la nostra lingua è bellissima ed è un peccato mortale svilirla, ridurla a poche frasi utili per i comizi e per seminare odio e paura delle differenze.
    Ancora grazie!

  2. Maria Paola Giorgini ha detto:

    Giovy, mi hai fatto piangere! C’ero anch’io dalla Gaddoni e c’ero anch’io agli Uffizi, davanti alla Primavera di Botticelli…abbiamo scoperto la nostra bella lingua e la nostra arte insieme, dalle scuole medie in poi. Ti voglio bene. MP

  3. flora bisegna ha detto:

    Me ne stavo andà a dormì guardacaso dopo una solenne amatriciana quando ho pensato
    va che controllo la posta.
    Mi piacerebbe tirarti un pippone sul perchè mi vergogno un bel p0′ di essere italiana ma è pur vero che motivi di rallegrarmene ne ho. Tra i tanti l’essere maturata tra l’ ingenua fede cristiana della mia infanzia e della mia adolescenza, l’aver amato i bei luoghi di devozione di cui l’Italia è piena (Assisi, Camaldoli, Subiaco, Monte S. Angelo…) e l’aver integrato questo mio indomabile fervore spirituale con un’ altrettanto schietta inclinazione … a sinistra. Il tutto tra mille dubbi mille delusioni , tanto lavoro e tanta passione.
    Un altro motivo per essere grata alla bella lingua italiana: “La vita agra” di Luciano Bianciardi.
    Mi sembra di dirti tutto questo specchiandomi nel tuo allegro sorriso di pischella (romanesco, leggi ragazzina).
    Ti abbraccio forte
    Flora

    • bloggiovi ha detto:

      Carissima Flora,

      grazie della tua risposta, che condivido profondamente, dalla fede critsiana al fervore sociale, da Luciano Bianciardi (un grande!) al romanesco – che pure non domino.
      In equilibrio tra ricerca di un senso religioso, impegno sociale e umile, ma profonda testimonianza, rendo omaggio a Erri de Luca, uno scrittore e una persona umile ed integra.
      Certo, qualche motivo di vergogna c’è anche per me – rafforzato dal fatto che all’estero le cose le vedono più chiaramente di noi, grazie all’apporto prospettico della distanza, e dal fatto che mi vengono fatte spesso domande a cui non so rispondere. Ma, per i motivi che ho detto, in questo post mi sono voluta concentrare sui motivi di allegria – ben consapevole che a volte è un’allegria di naufragi.
      E a te, che porti il nome della Primavera, auguro di continuare con la forza critcia e la passione che ti fanno unica!

      A presto
      Giovanna

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