Serial me

Stamattina, andando all’università in bicicletta, pedalavo e pedalavo, e macinavo e macinavo nella mente possibili temi per i miei prossimi post. Ed ecco stagliarsene uno, in mezzo agli altri: io e i numeri.

Non che sia grande amica dei numeri, sia per la mia formazione prettamente umanistica, sia soprattutto perché le ore di matematica le passavo a fare “cose altre”, tipo le prove del coro con la Maria Paola, o andare a spasso per l’aula a cavallo con M.B., o scrivere uno dei numerosi diari di classe, in cui scrivevo poi solo io, e che, come sappiamo, sono andati perduti in uno dei traslochi della Vale (non te ne voglio Vale, erano pieni di c….).

Per intenderci, equazioni, incognite, logaritmi, numeri irrazionali, radici e tutto il resto, per me sono arabo. Anche per dividere il conto del ristorante faccio ricorso alla Vale, con la scusa che lei è commercialista. Se presto dei soldi a qualcuno, o qualcuno li presta a me, o se si tratta di calcolare le quote per partecipare a un regalo sono una frana. Ricordo una volta in treno con la Carla Tabaglio in cui eravamo alle prese con un calcolo complicatissimo, perché io avevo pagato il suo biglietto del teatro, lei il mio della metropolitana, poi al ritorno avevamo preso un taxi, ma il taxista non aveva il resto… Insomma, non ci si capiva più niente.

Addizionare, sottrarre, dividere, moltiplicare sono operazioni che faccio solo se necessario e con scarso entusiasmo.

Però c’è una cosa che faccio con passione – e non mi so spiegare il perché, date le premesse: contare.

Sì, contare. Conto le vasche quando vado in piscina (ed è per quello che preferisco la piscina di cinquanta metri, sennò a contare tutti gli avanti e indietro non mi passa più), conto le bracciate quando nuoto in mare (non sempre, qualche volta), conto le ore che passo a lavorare (suddivise per ambiti, le lezioni, il centro di risorse, la ricerca, le riunioni, le segno tutte, anche le frazioni, dal quarto d’ora in su e alla fine della settimana le sommo, con inevitabili errori), conto i chilometri quando viaggiamo in macchina (azzardando calcoli del tipo se continuiamo ad andare ai centotrenta e non ci sono code, quante ore ci mettiamo ad arrivare a Forlì, visto che ci restano ancora ottocentotrenta chilometri ?), conto le parole quando sto scrivendo un articolo (non è che le conti io, c’è una funzione apposta in word, finora ho scritto esattamente quattrocentoundici parole).Contare in questo modo è un’operazione facile, ma non è un vero contare, piuttosto un tenere il conto, un serializzare. Registro, tengo traccia, delle entrate e delle uscite. Ma perché poi? La vita non si lascia spiegare in termini di partita doppia.

Dietro il mio contare si nasconde a volte una certa ansia da prestazione, il voler dimostrare a me stessa e agli altri cosa ho fatto, a volte un tentativo di razionalizzare la realtà (assai limitato, per la verità, viste le scarse basi).

Eppure i numeri possiedono un fascino arcano, che non mi si è ancora svelato. Qualcosa ci dev’essere. Penso alle nove sfere celesti, alla dottrina pitagorica, ai numeri nella Bibbia… Che il mio contare sia un modo umile per avvicinarmi a qualcosa che non comprendo?

Invece di contare dovrei raccontare. Anche se è più difficile, non basta mettere le cose in fila, bisogna disporle in altro modo, scoprirne le geometrie, i legami, il senso nascosto, le cause, i corsi…

E mentre concludo questo post, tutt’a un tratto mi viene in mente che la filosofia vedica sostiene che ogni essere umano ha a disposizione un numero di respiri prefissato, prima di morire. Sarà, ma i respiri, quelli non li conto…

Mandala cosmico (http://www.artelista.com/en/artwork/4666549771949287-mandalacosmico.html)

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4 risposte a Serial me

  1. ritasili ha detto:

    Se ti può consolare, anch’io conto in continuazione, o comunque sono attratta dai numeri:
    conto i gradini di qualsiasi scala mi capiti di salire o scendere, non so perchè, ma è più forte di me, quasi una rassicurazione o un promemoria nel caso dovessi ritornare sui mieri passi, o dovessi ripercorrerle a luci spente; come te conto i chilometri e il tempo che impiegerò a percorrerli (naturalmente anch’io con calcoli improbabili tra i quali mi perdo immancabilmente); non conto le vasche in piscina, perchè oltre al numero 2 tanto non vado…
    E leggo le targhe delle macchine. Mi cade proprio l’occhio e immediatamente cerco corrispondenze o chiavi di lettura e invento giochi seriali per vedere sino a dove si può arrivare. Lo stesso con i numeri di telefono. Non ti dico quando incontro una macchina con la targa quasi uguale alla mia! Qualche giorno fa mi è capitato di viaggiare proprio dietro alla macchina immediatamente precedente, tra l’altro della stessa marca e proveniente dallo stesso concessionario….A proposito di coincidenze e corrispondenze… Be’, devo dire che a quel punto mi è partita proprio una bella storia che mi ha accompagnata sino a casa.

    • ritasili ha detto:

      Chiedo scusa per gli errori di battitura

    • bloggiovi ha detto:

      Mi rassicura, Rita, leggerti. La tendenza a serializzare, far corrispondere, narrare sembra un aspetto importante della nostra quotidianità. Come pensavano gli antichi, numeri e lettere sono davvero messaggi – o almeno li possiamo trasformare in tali. La ricerca di un senso è connaturata agli esseri pensanti…
      Grazie
      Ora ti lascio, vado in piscina… 🙂

      • Maria Giovanna ha detto:

        A proposito del contare. Sto leggendo un libro interessantissimo – ma difficilissimo – di Arnold Mindell, uno psicologo che ha inventato la psicologia orientata al processo (il libro si chiama Quantum Mind: The Edge Between Physics and Psychology. Portland, OR: Lao Tse Press). Nel libro Mindell descrive i legami tra la psicologia e la matematica, tra l’analisi dei sogni e la fisica einsteiniana, tra i mondi paralleli e lo sciamanesimo. Lo leggo a spizzichi e bocconi, perché è proprio complesso, ma apre la mente. In un capitolo in cui fa un paragone tra operazioni matematiche e operazioni della coscienza, parla per esempio dell’elevazione a potenza come estensione della coscienza. E a un certo punto scrive più o meno: i processi mentali sono come respirare. Li possiamo controllare, ma anche quando lasciamo i comandi, quando dormiamo, continuano da soli. È come se fossero gli dei a contare per noi, per quanto anche noi sappiamo contare. Il processo genera se stesso, anche quando noi partecipiamo al suo farsi. Le esperienze si sviluppano da sole, hanno una loro tendenza a raggiungere la coscienza; sono come le radici che cercano di svilupparsi in alberi.”
        Non ho potuto fare a meno di pensare al mio – al nostro – contare: anche questa è un’operazione che procede da sola. E che, in un modo forse elementare, genera coscienza, come le parole, come i sogni, come la meditazione. Amazing!

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