Ascensore per il paradiso

Che settimane, queste d’inizio anno! Un vorticare di impegni, una sequela di appuntamenti, di scadenze da rispettare, di testi da consegnare, di riunioni, di…

L’agenda trabocca di appunti, di liste di cose da sbrigare, per una che ne ho terminata– che bella sensazione, quella di tirarci una riga sopra, a volte le cose che ho fatto ancora prima di averle scritte le scrivo apposta per poterci tirare quella riga sopra! – altre cinque o sei impreviste che devo aggiungere. Correggere i testi dei progetti del corso avanzato dell’Italienstudien, preparare una riunione importante, scriverne il verbale, tener dietro alle lezioni, supervisionare il lavoro di alcuni studenti sul nostrol sito. internet Non so se sono io che ancora non ho imparato a gestire bene gli impegni, ma spesso non ho neanche il tempo di andare a mangiare in mensa – in mensa, e non al Ritz!

Insomma, la musica di questi giorni è a ritmo di rumba. A tutto ciò vanno aggiunti, la settimana scorsa, due appuntamenti in più, conferenze e seminari organizzati all’università.

Come farcela? Le già scarne sedute di meditazione scarseggiano, il livello di tensione aumenta, la sensazione di girare in giostra, viaggiare ad alta velocità senza potersi permettere di rallentare si fa sempre più pressante…

Giovedì sera, ore 18, finite le lezioni, attraverso la città in macchina per andare a Prenzlauer Berg a un appuntamento culturale insieme alle mie studentesse del Basis uno. Tangenziale, Hohenzollerndamm (con lavori in corso), Kurfürstenstrasse per tagliare fuori Potsdamer Platz, dove si sa, ci sono spesso ingorghi, poi il tunnel, esco all’Hauptbahnhof, percorro la Invalidenstrasse, attraverso la Chaussestrasse quasi nostagica dei tempi della DDR in cui la strada era buia e deserta, soprattutto deserta. Un’occhiata all’orologio: sono in ritardo. Una telefonata alle studentesse, tra un semaforo e l’altro. Vi raggiungo dopo. Mi perdo, sono a Zionskirchplatz, come ci arrivo ora alla Kulturbrauerei? Ma non era meglio se venivo in metro, almeno durante il viaggio potevo correggere qualche compito? Due giri intorno alla piazza, poi chiedo informazioni, le dimentico, come al solito, mi avventuro, ritrovo la Oderbergerstrasse, un riferimento sicuro, cerco inutilmente un parcheggio, finalmente lo trovo, comincia a diluviare, mi precipito perché sono davvero in ritardo e…. miracolo! Tutto si trasforma, due ore meravigliose passate ad ascoltare quattro poetesse che leggevano, declamavano, recitavano, sussurravano le loro poesie. La voce simpaticamente noncurante di Patrizia Cavalli, quella modulata di Antonella Anedda, il recitativo trattenuto di Patrizia Valduga, la prosaicità di Annamaria Carpi (ascoltare per credere).

Il loro amore per la vita, il loro coraggio di aprire delle ferite, la loro perspicacia nel cogliere le fessure delle cose “l’anello che non tiene”, come scriveva Montale, la loro voce nel cantare i frammenti inesorabili del nostro passaggio terreno.

E lì, in quella sala stracolma di gente, di fiato e cappotti inumiditi, trascorro due ore a ricordarmi che, sì, è proprio vero, la poesia salva la vita.

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