Ancora amore

“La vera amicizia resiste al tempo, alla distanza e al silenzio” (Isabel Allende). Queste parole, inviate a me e ad altre due amiche da un’altra, immancabile amica, valgono anche per l’amore. Sì, perché l’amore ha qualcosa in comune con l’amicizia, come rivela la loro comune radice “am-“. Se spesso nella vita di tutti i giorni li separiamo, è forse perché siamo condizionati dalle rappresentazioni che dell’amore danno la letteratura, la musica, il cinema, la pubblicità: sublimate, trasfigurate, romanticizzate, ridotte a schemi predefiniti, steoreotipate. Fuorvianti.

La stessa amica che ci ha mandato le parole di cui sopra usa ripetere che l’amore non esiste, è solo questione di ormoni. Non nego che gli ormoni contino, nel trascinarci in un’avventura, anche nell’avventura dell’amore. In fondo, siamo anche noi soggetti alle leggi della natura, anche se abbiamo imparato ad elevarci al di sopra. Siamo animali, ma non animaleschi, animali nel senso etimologico di “dotati di anima”. Ricordate lo straziante incontro tra Dante e Francesca, nel quinto canto dell’Inferno? (“O animal grazioso e benigno, che visitando vai per l’aere perso…”).

Quindi, anche l’ormone conta. Ma contano anche le parole. Quelle che pronunciamo e quelle che non pronunciamo. Conta il cuore, conta il coraggio. Il coraggio di guardarsi dentro, il coraggio di guardare in faccia l’altro, il coraggio di scavare dietro le apparenze, di condividere dubbi e incertezze, di farsi domande e interrogarsi sulle risposte.

Amare in una lingua straniera, dice Jeanne Balibar, un’attrice francese, intervistata da Anne Diaktine per Libé, significa non essere mai del tutto sicuri di quello che l’altro ci dice, ci costringe sempre a interrogarci sul senso, sulle sfumature, sugli angoli oscuri alla nostra comprensione. È più vero e vitale di quando ci si ama nella propria lingua. Perché ne scaturiscono incertezza e desiderio di capire, gli stessi che ci dovrebbero governare anche quando ci si ama e ci si parla nella stessa lingua. Conosciamo davvero il senso delle parole che l’altro ci dice ? Il vissuto che ci sta dietro ? Unico e irripetibile, spesso irraggiungibile – ecco la fonte di tanti malintesi nella conversazione amorosa.

Stamane, appena uscita di casa, ferma a un semaforo mi sono trovata vicino a una famiglia di francesi, marito, moglie e tre figli. Lui, incollerito e duro, continuava a ripetere a lei seccamente: “Estelle, tu rentres à l’hotel! Estelle, tu rentres à l’hotel!” Un ordine, una minaccia di separazione, terribile per tutti quanti, pensando alla giornata di vacanza in visita alla città davanti a loro. I figli lo guardavano ammutoliti. E lei, timidamente ripeteva: “J’essaie de te parler, j’essaie de te parler” (sto cercando di parlarti…).

È questo che non dobbiamo mai smettere di fare, quando amiamo: parlarsi. Nell’amore, nell’amicizia, nella vita in generale: parlarsi. Con le parole, con i gesti, con il cuore. Parlarsi.

Lo auguro a tutti noi, che amiamo, che abbiamo amato e che ameremo. Ancora.

ilbacio-klimtGustav Klimt, Il bacio, 1907-1908, particolare

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Memorabilia 2

Questione d’abitudini

Siamo un gruppo affiatato, la Vale, Boris ed io, e, grazie, all’esperienza del viaggio negli USA, due anni, fa, oltre che a un’amicizia ormai millenaria, sappiamo come prenderci, nei momenti di buona e nei momenti più critici.

Momenti critici sono quelli dei pasti, perché, come dice la Vale, abbiamo abitudini alimentari quanto meno divergenti. La Vale, appena si alza, deve far colazione, in casa. Boris ed io possiamo aspettare ore; io, in particolare, vorrei fare colazione al bar, e la ricerca del bar può andare per le lunghe. La Vale mangia ad orari regolari pasti regolari. Leggi: al ristorante. Boris e io invece, mangiamo a orari irregolari, in piedi o camminando, quelli che la Vale chiama “cazzabuboletti”, un panino, una quiche (io), una carotina (Boris) o altra verdura, acquistati preferibilmente in bancarelle o negozietti strani (ricordo ancora quell’ottimo pesce fritto tailandese mangiato nella meravigliosa atmosfera del Mindil Beach Sunset Market di Darwin la sera del nostro arrivo. Mhm!) Quando si fa una cert’ora, quindi, bisogna mettersi alla ricerca di un ristorante per il verso per la Vale. Più la ricerca è lunga, più la Vale, affamata, s’inscurisce. Boris, nel frattempo, si dedica alle sue attività preferite, foto urbane e shopping; io, a volte mi accodo alla Vale, a volte a Boris.

Quando poi la giornata volge al termine, la situazione si può fare tesa, perché, come la Vale stessa riconosce, “se non mangio una bistecca m’incazzo”. Ricordo in particolare la sera del nostro arrivo a Cairns, quando, dopo esserci sistemati in appartamento, siamo usciti alle nove e mezzo passate e non siamo riusciti a trovare un ristorante aperto. Non solo, al supermercato (quello sì, aperto) dove abbiamo potuto fare la spesa ed assicurarci qualche Ceasar salad o Greek salad, insieme ad altri “cazzabuboletti” vari, vedi le mie adorate barrette di cereali che la Vale invece non sopporta, al supermercato, dicevo, non c’era verso di trovare una bottiglia di vino. Anche in Australia, come negli Stati Uniti, la vendita degli alcolici si fa a parte. Immaginatevi il tenore della serata: senza bistecca, senza vino!

Per fortuna la sera dopo, rientrando dalla nostra passeggiata al giardino botanico, Boris e io abbiamo scoperto una “sticaus” (steak house) proprio vicino a casa. Con licenza di servire alcolici. E wifi. E così, tutte le restanti serate a Cairns erano assicurate.

In vino levitas

Un’abitudine che invece accomuna Boris e la Vale, è quella di concludere la giornata con qualche bicchiere di vino. Rigorosamente bianco la Vale (che però, a mali estremi, accetta anche di bere il rosso, per esempio una sera a Darwin a una Noodle house e anche, sempre a Darwin, al Nirvana); sempre rosso Boris. Io mi accodo a Boris, preferisco il rosso.

Dopo le ricognizioni necessarie a identificare i negozi di alcolici più vicini a casa (Liquorland in Brunswick Street a Brisbane, o nello stradone dietro casa a Cairns, o dietro l’angolo di Harriet Place a Darwin, e , come ricorderete, l’Outback Pioneer Hotel all’Ayers Rock Resort), Boris e la Vale – o più spesso la Vale – si organizzano per fare provviste. “Per i tempi di magra”.

Così le serate, anche se passate in casa, se debitamente innaffiate, sono un successo garantito. Ciascuno chino sul proprio pc o tablet, tra un segnale di fumo alla famiglia e un blog, tra una mail e un capitolo di un libro (sì, Boris ogni tanto, di nascosto, lavorava, il fedifrago, facendomi subito prendere dai sensi di colpa, “Cosa fai, lavori?”) si faceva strada una battuta, poi un’altra, una risata, poi un’altra, un commento, poi un altro e si finiva per suggellare la giornata in scioltezza. O almeno, sciolti loro, io un po’ meno, visto che, mentre loro il vino li rende leggeri, me, mi appesantisce un po’. Così finiva che io ero quella che cedeva per prima (il che non è una novità), e caracollavo verso il letto, lasciando loro due a trafficare, scrivere, parlare, bere, ridere, confabulare… E mentre io mi adagiavo tra le braccia di Morfeo, loro, si libravano leggeri sostenuti da Dioniso e dal suo corteo. Anche qui, insomma, c’era qualche saliscendi

 Cammin facendo

Dove andiamo andiamo, Boris e la Vale si comprano delle scarpe. Negli Stati Uniti Timberland, stivali di cuoio da cow boy e mocassini; in Australia le UGG multicolori, foderate di pelo, che li hanno salvati nelle fredde mattine e serate a Brisbane. Questa volta anch’io ero alla ricerca di scarpe, le Blundstone, che dopo averle inseguite per anni, ho finalmente acquistato a Brisbane in un negozio di articoli da campeggio. E, come vuole il caso, appena rientrata a Berlino, alla festa della Düsseldorfer Strasse, scopro che mentre noi eravamo in Australia, a due passi da casa ha aperto proprio un negozio della Blundstone…

Le scarpe, si sa, servono per camminare. La Vale, in questa vacanza, ne ha usate parecchie. Infatti, mentre io ero al convegno, a Brisbane (nel programma avevo scritto proprio così: dal 10 al 15 agosto la Giovi è al convegno, Boris e la Vale si arrangiano), Boris ha fatto fare alla Vale quello che non voleva: camminare. Fin dal primo giorno, con le sue scarpe da ginnastica comprate a Forlì per il viaggio, la Vale si era procurata le prime vesciche scarpinando dietro a Boris in direzione del ponte, del museo d’arte moderna, di Kangooroo Point, della South Bank, del museo degli opali… “Sono solo due chilometri da qui al museo degli opali…” “Sì, due chilometri… australiani!”. E, cammina cammina, guardandosi ogni tanto alle spalle per vedere se arriva l’autobus, ancora un semaforo, poi un altro semaforo: “È dopo questo semaforo!”, dice Boris. Finché, all’ennesimo semaforo, si trovano davanti a un cartello che indica la Golden Coast. “E noi eravamo a piedi!”, precisa la Vale, che alla Golden Coast ci aveva fatto un pensierino, con altri mezzi di locomozione, però.

Insomma, consumata da queste scarpinate, la Vale ne ha dovuto comprare un altro paio, di scarpe, le pedule, perché le sue le aveva lasciate a Forlì “per non appesantire il bagaglio”. Con il risultato che, sempre per non appesantire il bagaglio, di scarpe la Vale ne ha lasciate anche in Australia: le scarpe da ginnastica nuove, nel cottage a New Farm, Brisbane, e i sandali Birkenstock, consumati fino all’osso. Per fortuna che in ufficio ci va in bicicletta.

Io invece, nell’autunno berlinese, il primo paio di Blundstone me lo sto godendo da matti. Il secondo ancora no – perché sì, ne ho un secondo paio, coll’elastico rosso, regalatomi da Boris il giorno stesso del rientro, nel negozio della Düsseldorfer Strasse, perché, come ha detto “Il viaggio non è ancora finito…”.

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(foto di Boris P., Giovanna T. e Valeria V.)

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Per Don Pierluigi

Don Pierluigi se n’è andato. Improvvisamente. Mentre leggevo il messaggio mandatomi dalla Robi stentavo a decifrarlo. A capirlo. Se n’è andato mentre esercitava le sue funzioni, mentre officiava un funerale, mentre accompagnava un’anima verso l’al di là, mentre confortava i suoi parrocchiani. Se n’è andato dalla casa del padre alla casa del padre.

Se n’è andato un pezzo della storia di Regina Pacis, scrive Gianky. Non sono nella posizione di poter parlare tanto di lui, lo conoscevo sì, ma l’ho frequentato molto meno di quanto abbiano fatto gli altri. Eppure qualcosa voglio dire, per accompagnarlo anche da lontano, per ringraziarlo di quello che ha dato a tante, tante persone, giovani e meno giovani, a Regina Pacis, a Predappio, a Castrocaro e chissà in quanti altri posti, in quante altre occasioni.

Don Pierluigi era per me un esempio del servizio umile e sereno che alcuni uomini di chiesa sanno dare. Le sue prediche, a Regina Pacis, erano semplici e dirette. Ricordo tante frasi da lui cominciate con “Ecco…” Ecco, è la parola che serve per mostrare, per annunciare una presenza. “Ecco…” era il suo modo di annunciare il Vangelo.

Ricordo Don Pierluigi quando veniva a casa a portare la comunione a mia nonna. Una preghiera silenziosa, un Padre Nostro mormorato in raccoglimento, che dava fiducia e serenità.

Ricordo il suo sorriso. Ricordo la sua disponibilità ad aiutare, ad ascoltare. La sua capacità di stare discretamente in seconda fila, di non mettersi in mostra. Ricordo il suo essere diretto. Al funerale di mia nonna, quando leggendo una preghiera, mi commossi come al solito e mi pareva di non essere in grado di continuare, lui mi esortò a bassa voce, ma fermo, “Su, non ti commuovere” e riuscii a continuare ricomponendomi (un’eccezione, come sanno bene nella mia famiglia).

In tutti questi anni in cui vivo lontano da Forlì l’ho visto poco, quasi per niente. Altri l’hanno accompagnato, spero più da vicino. Penso alla solitudine di tanti sacerdoti, che deve essere stata anche la sua, ai rischi corsi e ai traumi, alle ferite anche fisiche, sopportate in silenzio. A una vita dedicata al servizio degli altri. Un servizio fino all’ultimo istante, in questo caso. Un cerchio che si chiude.

Penso a Don Pierluigi, ora liberato dai vincoli terreni, lo penso in viaggio verso un’altra dimensione, e prego per lui la pienezza e l’amore e il sostegno che lui ha saputo, umilmente, dare agli altri, qui, sulla terra.

Claudio Chieffo canta Il giovane ricco

Ave Maria, splendore del mattino

 

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Memorabilia

Nella cronaca del nostro viaggio meritano un proprio posto anche alcuni episodi salienti, picchi intorno ai quali si costruisce la nostra mitologia personale, nodi sui cui s’incontrano la trama e l’ordito della nostra esperienza: debolezze e manie, incidenti di percorso, fortunate coincidenze, detti famosi…

Tempi di magra

Nel volo d’andata da Dubai a Brisbane, anticipando una tendenza che mi contraddistinguerà per tutto il viaggio, finito di mangiare metto da parte dal vassoio della cena quello che resta: cracker e un panino finiscono nella sportina marrone, “per i tempi di magra”, dico alla Vale, e anche la tortina al cioccolato coi frutti di bosco sparisce.

“Ma dove l’hai messa?”, mi chiede la Vale, che mi ha vista trafficare a lungo.

“Lì sotto”, accennando al mio sedile.

“Attenta ai piedi!”, mi avverte lei tra le risate.

E in effetti, faccio appena in tempo a controllare, è lì, a pochi centimetri dai piedi del vicino dietro di me. Scossa dalle risate, le lacrime agli occhi, mi affretto a metterla in un posto più sicuro. Ridiamo ancora un bel po’ poi la Vale torna a dedicarsi alla sua occupazione preferita durante i voli (ma questo lo racconterò a parte).

“La Giovi sembra nata in tempo di guerra. Fa sempre delle provviste!”, osserverà la Vale verso la fine della vacanza, dimostrando una notevole capacità d’osservazione. Durante le tre settimane di viaggio avrò messo da parte:

  • Bustine di Nescafé e tè verde dal buffet della colazione a Uluru per il nostro fabbisogno giornaliero in appartamento;
  • Scatoline monodose di miele per poter prendere le gocce di tea tree contro il mal di gola la mattina
  • Cracker e panini vari rimasti dai pasti in aereo (solo quando erano confezionati)
  • Il muffin e le barrette delle breakfast box di tutti e tre datoci il primo giorno a Uluru
  • Forse altre cose che non ricordo.

Questa mia mania, però, dev’essere contagiosa. Nel volo di ritorno Brisbane – Dubai la Vale mi stupisce mettendo da parte:

  • Un muffin della colazione
  • I cracker e il formaggino (dopo averli cercati a lungo perché erano caduti sotto il sedile – per fortuna confezionati)
  • Un panino.

Nel volo da Dubai a Monaco, poi (con la Vale, ci eravamo già salutati), Boris mi chiede di mettere via la salsina piccante e i cracker: “Possono sempre tornare utili”, mi dice mentre me li allunga perhé li faccia sparire nella sportina marrone, “per i tempi di magra…”

Eastern_Grey_Squirrel_in_St_James's_Park,_London_-_Nov_2006_editAnche gli scoiattoli fanno provviste (foto: http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/7/7c/Eastern_Grey_Squirrel_in_St_James%27s_Park,_London_-_Nov_2006_edit.jpg)

Raddoppiamento fonetico

A Brisbane, la mattina presto, ci incamminiamo insieme, io verso l’Exhibition Centre, al congresso, Boris e la Vale alla volta del museo degli opali. Arrivati su Brunswick Street, sulla sinistra scorgo una laterale che porta al grande ponte di ferro che attraversa il fiume:

“Che ne dite, si potrebbe passare per il ponte? ”

La Vale esita, secondo lei la strada più breve è quella a destra del ponte: “Secondo me si deve andare a destra, Boris, è la strada che abbiamo fatto ieri.” Io però insisto per il ponte. Esitiamo. Lei ripete “Secondo me, noi dobbiamo andare a destra”. E allora? “Prendiamo il ponte o no?”

E Boris dà voce alla sua esasperazione in modo assai romagnolo: “Siete due malettte!” (con tre t dovute all’enfasi).

È finita che la Giovi ha preso il ponte, Boris e la Vale sono andati a destra. Il ponte l’hanno preso il giorno successivo, con la Vale che, soffrendo di vertigini, ha chiesto a Boris: “Mi dai la mano?”

10568865_10202481393612627_6623412021089208843_nIl ponte (foto: Valeria V.)

Punti di vista

Una breve verifica degli scontrini della carta di credito dopo gli importanti acquisti fatti all’aeroporto di Cairns in partenza per Ayers Rock, getta la Giovi nel panico: il suo, anzi il mio, conto corrente è la fossa delle Marianne, il massimale scoperto in caduta libera. La conseguente incazzatura con muso è il perfetto pendant alla pioggia di dollari di due anni fa alla Monument Valley (sarà l’effetto delle formazioni di terra rossa? O delle nostre abitudini d’acquisto nei viaggi?).

Fatto sta che, uniti dall’unica chiave a disposizione per il nostro appartamento, ci avviamo tutti e tre verso l’Outback Pioneer Hotel, l’unico posto dove, dietro esibizione della suddetta chiave, si può comprare il vino necessario al rilassamento serale (bianco per la Vale, Chardonnay, rosso per Boris e la Giovi). In testa al trio la Vale, decisamente diretta verso la meta (“Noi seguiamo il capo, il capo, il capo, seguiamo il nostro capo ovunque voglia andar” sono le parole della canzone dei bambini perduti dell’Isola che non c’è, in Peter Pan, che ho riguardato in aereo da Dubai a Brisbane), segue Boris intento a fare foto, ma anche lui un po’ incazzereccio, e a distanza la Giovi, imbacuccata preventivamente contro le mosche nella sciarpa, a mo’ di musulmana.

C’incamminiamo lungo la strada a destra, lasciatoci alla spalle il Desert Gardens Hotel. Cammina cammina, intorno a noi solo sterpi e spinifex. Il bush. Dopo qualche decina di minuti, ancora non si vede niente. Solo il bush.

Esco dal mio mutismo immusonito per buttare là: “Secondo me non è la strada giusta.”, ma Boris e la Vale non sono nella disposizione d’animo propizia ad accettare osservazioni da me, che faccio l’incazzata. Boris azzarda qualche passo nel bush, in direzione di quello che dovrebbe essere l’Ouback Pioneer, tornando però rapidamente indietro. E la Vale, contagiata dal nervosismo incombente, perde anche lei la pazienza: “Ma insomma, è un circuito! Siamo a pochi passi dal nostro appartamento, è lì dietro! Non vedi l’antenna della telecomunicazione?” È con quella, ci aveva detto la guida sull’autobus venendo dall’aeroporto, che ci si orienta.

Continuiamo a camminare, io poco convinta. “Secondo me stiamo andando verso l’aeroporto.”

“Ma che aeroporto! Se ti dico che è un circuito!”

Continuiamo ancora, finché, poco dopo, non arriviamo a un cartello: AIRPORT.

Sotto il velo, dietro il muso, sorrido.

IMG_2441Nel bush (foto: Boris P.)

PS. All’Outback Pioneer ci siamo poi andati con la navetta, una volta tornati indietro. Era a due passi da casa.

“Scusa, ma…”

Le avvisaglie si erano avute già due anni fa, alla Monument Valley, dopo la ben nota pioggia di dollari: “Vale, potresti venire giù in momento?” avevo chiesto allora con voce incerta.

Ormai è diventata un’abitudine, un’etichetta che mi aderisce addosso come un tubino sagomato. Sono sempre alla ricerca della mie cose. “Dov’è la chiave, Boris?” “Qualcuno sa dove ho messo i miei occhiali?”, “Qualcuno ha visto la mia Nivea?”,“Vale, sai dove ho messo il voucher?”

“Non fare questa domanda a NOI”, mi dice la Vale, “che solo tu puoi rispondere…”

“No, Vale, NON posso rispondere!”

 Post scriptum. I ruoli si capovolgono, a volte, e per la prima volta, qualche giorno fa, è stato un altro a fare a me questa domanda: “Giovi, sai dove ho messo le chiavi di casa?” Ma questa è un’altra storia…

 

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foto (come sempre) di Boris P. e Valeria V.

Nota (le informazioni le ho dovute ricercare, perché la mia memoria classica, ahimé, non aveva saputo ricostruirle…)

I Memorabilia sono un’opera di Senofonte dedicata a Socrate. Il titolo latino distorce leggermente il significato del titolo originario che è (ΞΕΝΟΦΩΝΤΟΣ) ΑΠΟΜΝΗΜΟΝΕΥΜΑΤΑ, appunti, ricordi. Come i miei. I diretti interessati, e anche i meno diretti interessati, sono invitati a rettificare, completare, commentare.

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Dreamtime

In volo da Darwin a Brisbane, 28 agosto 2014

Nella cultura aborigena il Dreamtime, il Tempo del Sogno, indica il tempo della creazione, e comprende in sé la mitologia e la cosmogonia delle tribù. In questo viaggio però, per me, dreamtime acquista una connotazione personale.

Appena arrivata in Australia, down under, infatti, i miei sonni sono popolati di sogni. Sogni strani. Sogni intensi, irreali, inquietanti. In alcuni casi premonitori. Sogni in cui si affollano persone diverse, in cui quelli che non ci sono più, mio babbo, mia nonna, mia sorella, la zia Irma, l’Annamaria di Trieste, si mescolano ai vivi. Sogni che disegnano un coagularsi di rapporti interfamiliari: Boris padre dei nostri nipoti, conoscenti e famiglia berlinese uniti sotto uno stesso tetto, amici dei tempi della scuola che vengono a reclamare il loro posto nella mia vita, adulti divenuti bambini e bambini dallo sguardo silenzioso e serio di un adulto. È come se dopo avere attraversato l’equatore ed raggiunto, dopo un viaggio di 18.000 chilometri, l’altro emisfero, le immagini della mia vita si fossero ricomposte in altre costellazioni, come in un caleidoscopio. È come vedere nell’emisfero australe l’altra parte del cielo.

In queste notti dai sonni così frammentati resto stesa a lungo in silenzio, riguardando le immagini dentro di me, rivivendo le sensazioni trasmessemi dai sogni, cercando a volte di ricomporre i pezzi del mosaico, più spesso però lasciandole lievitare dentro di me, finché il sonno non sopravviene a portarmene delle altre.

Questi sogni così dominati da famigliari e amici, è come se mi fossero mandati a rinsaldare i forti legami con loro, con i miei affetti, la mia identità, le mie origini. E improvvisamente mi sento come Oskar, l’ornitorinco di Das wilde Pack, una serie di libri di Boris e André, che dopo aver rimesso sull’aereo per l’Australia i suoi unici cugini, gli unici che gli hanno rivelato chi era, che gli hanno confermato un’appartenenza, lui che non aveva simili qui in Europa, Kade e il suo piccolo, comunica con loro per le vie dei sogni.

Il dreamtime per me è anche questo: un’enorme tela intessuta attraverso i cieli, al di sopra delle terre e degli oceani, a ricordarmi chi sono e i miei compagni di viaggio su questa terra.

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Pitture rupestri al Kakadu National Park e il cielo sopra l’Australia (foto Boris P. e Giovanna T.)

Per saperne di più sui sogni

Sogni, simboli e sorrisi

Giorni, notti e…

Ciò di cui non si può parlare

I confini delle realtà

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Collegamenti…

In volo da Darwin a Brisbane, 28 agosto 2014

In questo viaggio, la prima domanda che si faceva appena preso possesso di uno degli appartamenti in cui abbiamo abitato era: “C’è il wifi?”, e la seconda: “Qual è la password?”.

A Brisbane, nel cottage di New Farm, c’era; a Cairns pure, seppure con qualche difficoltà; anche ad Ayers Rock, a certe condizioni. A Darwin, invece no.

Un’immagine ricorrente di queste vacanze sono Boris, la Valeria e la Giovi che, non appena rientrati in albergo o in appartamento, accendono ciascuno il proprio computer, Iphone, Android e Ipad e “si collegano”. Si collegano a che? Al mondo. A facebook, per caricare delle foto, per leggere e fare commenti, per dare “segnali di fumo” alla famiglia (la Vale); alla posta elettronica, per sbrigare quel po’ di lavoro necessario in vacanza (tutti); al blog, per pubblicare, anche se saltuariamente, un post (io). Le serate prima e dopo cena passano così, in buona parte in silenzio, interrotto semmai da qualche esclamazione: “Ah, la vostra foto ha già 23 ‘mi piace’ e 15 commenti!”; “La Renata è sempre su facebook!”, “Ah, Giovi, ci sei anche tu!”, e poco più. Solo una sera, a Uluru, io ero andata a letto presto, Boris e la Vale se la sono spassata a pubblicare, commentare e ridere a crepapelle.

Le serate più difficili sono state quelle trascorse a Cairns, al Palms Reef Motel, dove peraltro siamo stati benissimo. Lì la connessione era lentissima, particolarmente la sera, andava e veniva, forse il server era sovraccarico, e pubblicare foto era un’operazione lunghissima e spesso infruttuosa. In quelle serate le esclamazioni ricorrenti provenivano dalla terrazza, dove la Vale si rifugiava a fumare: “Capperi! Non riesco a caricare le foto!”; “Mi ha di nuovo buttata fuori!”; “Ma tu, Boris, sei collegato?”

Per fortuna c’era la Dunwoody Tavern, dove, a richiesta, ti davano una password per device e un collegamento di un’ora. Così, anche al ristorante, in attesa delle bistecche, facebook a gogo.

All’Ayers Rock Resort, a Uluru, negli Emu Walk Apartments il wifi era a pagamento: 30 dollari per tre giorni e per due device, il computer di Boris e l’Ipad della Vale. Quando il terzo giorno mi sono collegata anch’io, alla fine ci ha buttato tutti fuori perché avevamo superato il limite di apparecchi concesso. L’ultimo giorno, scaduto l’abbonamento, la Vale ha preso una connessione a sette dollari l’ora per pubblicare i suoi segnali di fumo, che ha però dato pochi risultati: “Ma mi caccia sempre fuori!”; “Qua non si riesce a pubblicare niente!”; “Boris, ma tu sei collegato?”. Pochi risultati, ma molte risate, perché Boris, che davvero era collegato con una password dataci alla reception da un giovane addetto che aveva forse più un debole per lui che per noi, una password che avrebbe dovuto essere valida per tre, ma funzionava solo per Boris, Boris insomma stava pubblicando la famosa foto del pennuto corrucciato che tanto successo ha raccolto su facebook: “Cara famiglia della Vale!…”

Gli ultimi cinque giorni, a Darwin, il wifi era solo alla reception. Ma la reception era in un altro edificio. Quindi, niente wifi, a parte qualche breve raid nella Mall di Darwin, il wifi nel pullman dell’AAT King che ci ha portato al Kakadu National Park, e la reception stessa, dove Boris e la Vale hanno passato un paio d’ore una sera.

Così, tutti scollegati, abbiamo passato un paio di serate a… parlare. Aiutati da generose quantità di white wine e red wine, chardonnay, shiraz e una sera perfino un sangiovese australiano, al Noodle House, o al Nirvana – uno dei migliori ristoranti della città – abbiamo parlato a lungo, scoprendo a volte anche qualche cosa che, pur dopo tanto tempo, non sapevamo l’uno dell’altro.

Stamattina, bevendo il primo caffè sulla terrazza, la Vale ha riconosciuto: “Senza la wifi mi sento a metà!”, confermando così Boris che ci giudica internetdipendenti (credendosene, lui, immune). Il fatto è che questi giorni senza connessione internet, li ho dedicati tutti a vivere i posti fantastici che abbiamo visitato, il Litchfield National Park, il Kakadu National Park, a scrivere il mio diario, anche questi post, a scrivere cartoline, leggere, pensare. Tutte attività che si possono fare anche senza collegamento internet, basta ritrovare quello corpo-mente…

Post scriptum

Questa cronaca non sarebbe completa senza una breve descrizione delle nostre ultime ore a Darwin. Prima dell’arrivo dello shuttle per l’aeroporto, alle 13.15, abbiamo ancora un paio d’ore. Boris ed io, dopo una sosta imprevista all’Art Warenhouse, dove Boris non ha resistito alla tentazione di fare acquisti, andiamo da Woolworth per acquistare due confezioni di un ottimo apple-cinnamon bread con cui ho in mente di assicurarmi qualche colazione berlinese, poi alla posta a spedire le ultime cartoline. La Vale, invece, si dirige verso la Mall, per collegarsi e controllare la posta dell’ufficio.

Quando la raggiungiamo alla Mall la vediamo vagare da un posto all’altro, l’Ipad aperto, in cerca di un collegamento. Tra le reti elencate, ne sceglie una, e poi si guarda intorno alla ricerca del bar o ristorante corrispondente, per sedersi, mangiare qualcosa e collegarsi. La ricerca è però difficile, perché molti dei ristoranti sono cinesi – o tailandesi, che per lei è lo stesso, dopo due cene al Nirvana – e non ha voglia di fermarsi. Percorriamo parte della Mall e risaliamo Mitchell Street. Io cerco di completare la ricerca entrando direttamente nei pochi locali papabili e chiedendo: “Do you have wifi?”. Ma il ristorante Uno, dove abbiamo mangiato il giorno del nostro arrivo, non ce l’ha; non ce l’ha nemmeno il tapas bar di fronte, che pure non era male. Tra le reti individuate dall’Ipad c’è anche il Club House, ma il Club House dov’è? Al tapas bar non lo sanno. C’è un hotspot in un bar di pies, “1 pie = wifi”, in un altro tailandese lì vicino, ma non vanno bene. Dopo lunghe esitazioni, la Vale finisce per fermarsi in un negozio di quelli aperti 24 ore su 24, con di tutto un po’. Boris ed io ci avviamo verso casa, manca poco più di un’ora all’arrivo dello shuttle e, si sa, le partenze mi rendono un po’ nervosa, e lasciamo la Vale lì, seduta su uno sgabello colorato, alle sue spalle una varietà di noccioline, davanti a lei, sul suo tablet, il mondo.

Post post scriptum

C’era il wifi anche sull’Airbus 380, ma non lo abbiamo usato. Chissà come sarebbe stato, collegarsi da sopra le nuvole…

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La Vale e il wifi (foto: Boris P.)

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Tracce di canti

In volo da Uluru a Darwin, 24 agosto 2014

“ [...] si credeva che ogni antenato totemico, nel suo viaggio per tutto il paese, avesse sparso sulle proprie orme una scia di parole e di note musicali, e che queste piste fossero rimaste sulla terra come ‘vie’ di comunicazione fra le tribù più lontane.

‘Un canto’ disse [parla Arkady, uno dei personaggi de Le Vie dei Canti, MGT] ‘faceva contemporaneamente da mappa e da antenna. A patto di conoscerlo, sapevi sempre trovare la strada.’

[...]

L’Australia intera poteva, almeno in teoria, essere letta come uno spartito. Non c’era roccia o ruscello, si può dire, che non fosse stato cantato o che non potesse essere cantato. Forse il modo migliore di capire le Vie dei Canti era di pensare a un piatto di spaghetti ciascuno dei quali è un verso di tante Iliadi e Odissee – un intrico di percorsi dove ogni ‘episodio’ è leggibile in termini geologici.” (Bruce Chatwin, Le Vie dei Canti, Adelphi, pp. 25-26)

Questi canti vengono tramandati oralmente dagli anziani ai giovani – che potranno cantarli solo divenuti a loro volta anziani – all’interno di una stessa tribù, e di tanto in tanto scambiati con tribù confinanti. Inoltre, elementi dei canti vengono raffigurati nelle pitture rupestri, nei luoghi sacri sparsi attraverso la terra: il Serpente Arcobaleno, la Donna Pitone, le Sette Sorelle e Wadiniru, Nabulwinjbulwinj, lo Spirito Fulmine, l’Uomo Lucertola dalla Lingua Blu…

Di questi canti ho colto qualche ridottissimo frammento, come aver ritrovato di un intero poema un emistichio, anche quello incompleto e frammentario. E questo li rende ancora più misteriosi e affascinanti, ricordo lo stupore provato alla scoperta che i versi dei lirici greci, coì evocativi e poetici, da me tanto amati al liceo, non erano che minuscole pietruzze, frammenti di lunghi poemi a noi non pervenuti (e anche quelli erano cantati, su uno spartito a noi ignoto).

Una geografia o cosmogonia i cui primi riverberi mi si sono chiariti nel “Dot painting workshop” a Uluru, con Sarah, della tribù Anangu. Geraldine, la sua interprete, ci spiegava che ogni loro dipinto è una storia, in cui si trovano, cifrati nei simboli da loro adottati, riferimenti geografici, vicende mitologiche e avvertimenti pratici. Perciò, quella che impropriamente veniva chiamata arte aborigena, non era in realtà che un sistema di comunicazione, di trasmissione d’informazioni, di storie, di rituali.

A raccontare una storia dipingendo abbiamo provato anche noi, Boris, la Vale ed io, insieme a una bella signora originaria delle Blue Montains, al “Dot painting workshop”. Alcuni eventi e luoghi della mia, dalla mia nascita ad oggi, li ho raccontati così.

IMG_5488La mia storia (foto: Giovanna T.)

Un’altra storia ce l’ha raccontata ieri Luke, durante la splendida escursione a Cave Hill, la collina della caverna, anche questo un luogo sacro degli Anangu a circa duecento chilometri da Uluru. Un capitolo della storia delle Sette Sorelle, inseguite da Wadiniru, innamorato della più giovane di loro. La più anziana delle sette sorelle era saggia e con poteri straordinari, un po’ strega un po’ donna medicina; Wadiniru, anche lui dai poteri magici, in grado di assumere le più diverse sembianze, di roccia, di vento, di canguro, di emu o di qualsiasi altro animale, accompagnato da Namba, una sua “quarta” gamba, un secondo pene impetuoso e talvolta incontrollabile.

Guidati da Luke, passiamo di luogo in luogo a Cave Hill: vediamo il focolare vicino al bush in cui le Sette Sorelle si erano fermate a riscaldarsi e da cui sono scappate quando la più anziana aveva avvertito la presenza di Wadiniru, fattosi vento; vediamo le rocce di cui Wadiniru aveva assunto le sembianze, a volta a volta con Namba, più basso, ma sempre vicino a lui, parte di lui; vediamo la caverna in cui le Sette Sorelle si erano rifugiate, le tracce della sorella più anziana e di quella più giovane, due cavità semicircolari nella roccia (le donne e gli uomini sono rappresentati, nei simboli Anangu, da un semicerchio, ad indicare l’impronta che lasciano sulla sabbia, seduti a gambe incrociate); vediamo la fenditura scavata nella roccia da Namba, scagliatosi addosso alla sorella più giovane, per rapirla. Vediamo le tracce di questa storia perché Luke ce le racconta; senza il suo racconto, forse non ci saremmo forse accorti di nulla.

Le pareti della caverna sono ricoperte da innumerevoli pitture, alcune vecchie di oltre 22.000 anni, altre più recenti. Pitture ocra, bianche, nere e anche gialle, le più recenti. Pitture in strati, storie sovrappostesi le une alle altre, nei secoli, nei millenni. Tra queste scorgiamo le Sette Sorelle in fuga, Wadiniru nelle sembianze di uomo, con testa di lupo, di canguro, di roccia. Le guardiamo a bocca aperta, a testa in su, cercando di imprimercele nella mente (in questa caverna sacra non è permesso fare fotografie).

La storia, però, non finisce qui. Wadiniru ha inseguito le Sette Sorelle per oltre tremila chilometri, un canto che attraversa tutta l’Australia. Arrivate dal nord dell’Australia all’oceano, per sfuggirlo, le Sette Sorelle si tuffano in mare e poi volano in cielo, per trasformarsi in stelle; e Wadiniru dietro di loro. Così l’inseguimento continua: Orione insegue le Pleiadi.

Con un gesto ampio del braccio, a indicare il tuffo nell’oceano e il volo in cielo, gli occhi rivolti lontano, verso un punto indefinito a tremila chilometri di distanza, Luke conclude la storia e tace. Intorno a noi il calore, la luce abbagliante e il silenzio del meriggio.

Luke è di Melbourne, un giovane biondo dai lineamenti forti e dal sorriso dolce. Durante quest’escursione guida il pulmino 4×4 per oltre duecento chilometri, di cui forse la metà su uno sterrato rosso circondato dal bush del Northern Territory, fermandosi di tanto in tanto per farci osservare un canguro sparire nel bush, una delle tante carcasse di macchine abbandonate lungo la strada, la sagoma rosata del Mont Conner a Curtin Springs, bello quanto l’Uluru. Arrivati a Cave Hill, poi, Nancy, la signora aborigena che avrebbe dovuto accoglierci, non si vede; così Luke ne prende il posto senza battere ciglio, mostrandoci lui le piante dello spinifex e spiegandocene l’uso; mostrandoci gli alberi del mulga, dalla cui resina le formiche del miele ricavano il succo prezioso che conservano nelle sacche melarie; mostrandoci come le donne Anangu pazientemente raccolgono e setacciano i semi che poi cucineranno. Dopo Luke ci guida sulle le tracce della storia delle Sette Sorelle e Wadiniru, fin sulla cima della collina rocciosa da cui ammiriamo un panorama sconfinato; prepara il pranzo, bistecche alla griglia, insalata e cipolle, e rigoverna prima di rimettersi alla guida del 4×4.

In una sosta a metà strada, presso la Cutting Springs Cattle Station, una stazione di servizio, campeggio e allevamento, Luke ci porta sul retro del giardino ad ammirare uccelli e pappagalli in una serie di voliere. Davanti a una voliera si ferma ad accarezzare un pappagallo bianco dalla gola dorata che sporge il suo becco verso di noi: “Good boy, good boy…”.

Poi si rimette alla guida, taciturno, certo anche lui stanco della giornata. Le mani sul volante, gli occhiali scuri, un vago sorriso sulle labbra, ci porta verso il tramonto.

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(foto di Boris P., Giovanna T. e Valeria V.)

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