Oltre il deserto – il silenzio delle gru

Da qualche settimana mi dibatto tra onde irregolari e potenti d’interrogativi, d’incertezza, d’instabilità. Cercando di cogliere il confine invisibile che separa il vuoto e la pienezza, il dolore e la felicità, il rifiuto e la piena adesione alla mutevole realtà in cui sono immersa. Dopo essere stata travolta da una nuova, potente onda salata, riemergo, prendo fiato. E, mentre ancora cerco di decifrare ciò che mi sta accadendo, sono altri a suggerirmi il bandolo, a mettermi in mano un sottile filo d’Arianna. In questo caso Amos Oz, di cui sto leggendo Conoscere una donna.

“Yoel è in piedi dietro la casa […]. Il collo piegato all’indietro, il viso rivolto al cielo: vede stormi d’uccelli migratori in formazione di freccia che vanno verso sud. Sono cicogne? Gru? Passano ora sui tetti rossi delle villette, sopra giardini orti e prati, sono infine riassorbiti nelle piumose nuvole che brillano a sud-est. Dopo i frutteti e i campi verranno pendii rocciosi e villaggi di pietra, wadi e crepacci, ed è già il silenzio desertico e oscuro dei mondi dell’Oriente avvolti in un cupo vapore, e al di là è ancora il deserto, le piatte sabbie mobili e poi gli ultimi monti. […] Come fanno a trovare la strada? E come sanno che è tempo di partire? Supponiamo che in un punto sperso di una foresta africana sempreverde ci sia una specie di torre di controllo invisibile, da cui esce giorno e notte un segnale sottile e continuo, troppo alto perché l’orecchio umano possa coglierlo, troppo acuto per i sensori più sofisticati. Il suono si proietta come un raggio trasparente dall’equatore al nord estremo, e gli uccelli lo seguono in massa per raggiungere la luce e il caldo. Yoel, come se avesse avuto una piccola illuminazione, solo nel giardino i cui rami cominciano a indorarsi al contatto con l’alba, credette per un attimo di capire, o non di capire, di sentire, tra i due ultimi anelli della sua colonna vertebrale, il suono direzionale africano degli uccelli. Se avesse avuto le ali, sarebbe partito. […] In quell’istante, per il tempo di uno o due respiri, gli sembrò che l’alternativa tra il vivere e il morire non avesse alcun significato.” (Amos Oz, Conoscere una donna, Feltrinelli, 2003, pp. 90-91).

In questi giorni mi chiedo spesso anch’io: come sappiamo quando è tempo di partire? E come faremo a trovare la strada? Come saprò, come farò? Mi sforzo di ascoltare per carpire un segnale, che forse è troppo sottile, che forse è troppo acuto per il mio orecchio. Il raggio trasparente che mi guidi verso la luce. Ne colgo qualche riverbero, di tanto in tanto. Rari cristalli di luce. Bagliori lontani.

Lo scorso ottobre eravamo a Rangsdorf, un villaggio vicino a Berlino, ad aspettare il passaggio delle oche selvatiche. Ai bordi del lago, sono arrivate all’imbrunire. Due, quattro, e poi ancora, sette, nove. A stormi hanno inondato il cielo con le loro sagome brune. Ci hanno assordato con i loro gridi incomprensibili. Si sono posate, a poco a poco, sul lago. Annerendolo.

Ero senza fiato. Sopraffatta. Loro sapevano dove andare, dove posarsi per la notte, prima di riprendere il viaggio. E io?

Avvolta nella magia di quella presenza, volevo telefonare a mio babbo, perché sentisse quei gridi, perché si immaginasse quegli stormi mentre il crepuscolo si trasformava nel blu della notte. Il telefono non prendeva. Mi sono dovuta accontentare di spiegarglielo qualche settimana dopo, con gesti goffi.

Ora del filo sottile che mi lega a lui, che mi lega ai luoghi in cui migreremo, ne sfioro appena l’estremità. Se avessi le ali…

E mi viene in mente quando, anni fa, accompagnai all’aeroporto B., che dall’Italia rientrava a Berlino per salutare sua mamma, che se ne sarebbe andata di lì a pochissimo, che aspettava lui per andarsene. Ancora ignara del dolore che l’aspettava, esprimevo la pesantezza del mio timore, il non potermi librare al di sopra del cemento su cui poggiavo. E lui, con un gesto leggero, sollevando le maniche della maglia bianca di cotone che avevo appoggiata sulle spalle, mi disse: “Ma tu hai le ali…”

Oche selvatiche sul lago di Rangsdorf (http://www.youtube.com/watch?v=Aqhabq8E8BY)

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Con le parole o con la musica?

L’altra sera ero semiaddormentata sul divano e, tra un colpo di tosse e l’altro, scorrevo distrattamente foto e post di amici su fb, quando B. mi ha investita con una questione filosofica: “Perché con le parole non si riesce mai ad esprimere ciò che proviamo veramente?”. “Che domanda!”, gli ho risposto io, un po’ piccata, perché dovevo interrompere il mio distratto far niente e anche perché, mentre prima ero io a voler chiacchierare, lui invece era tutto preso a scrivere, “Mi meraviglio di te! Banale!”, ho aggiunto, senza resistere alla tentazione di affondargli una puntura di scorpione. E su questo tono si è avviata una discussione concitata quanto scoordinata: “Ma perché le emozioni sono un flusso mentre le parole sono discrete!” “Diskret?” “Sì, insomma, non so come si dice in tedesco, le parole sono delle unità distinte, divise una dall’altra, come i numeri, uno, due, tre,  e non possono rendere il continuum delle emozioni…” “No, die Worte sind im Fluss” (le parole sono in flusso) “Ma no, guarda, sto leggendo proprio adesso un libro Auf den Spuren der Emotionen (La traccia delle emozioni, di Manfred Clynes) e lì spiega appunto che… “ “Tu e la tua scienza razionale! La risposta è nel cuore!” L’affermazione mi penetra nella carne e mi ferisce. Come se non avessi cuore! Vorrei dirgli che in me c’è ancora la bambinetta di due-tre anni che un medico un giorno definì “molto evoluta intellettualmente, ma affettivamente in ritardo”; ma forse è ora che me la scrolli di dosso quest’etichetta, e lasci stare… Tra una replica e l’altra, con un po’ d’invidia da parte mia per B. che scrive libri e poesie, col cuore, mentre io scrivo articoli per riviste accademiche, con la ragione (ma poi in fondo entrambi scriviamo con il cuore ela  ragione, altrimenti non funzionerebbe), vorrei dirgli, ma non glielo dico, che ogni lingua ha una mappa diversa delle emozioni, che alcune hanno parole per esprimere emozioni che altre nemmeno conoscono. La lingua che parliamo ci condiziona, no? Vorrei dirglielo, ma non glielo dico. La serata finisce che ciascuno si porta a letto le sue emozioni, senza parole.

***

Due giorni dopo, a Braunschweig, al convegno dell’AKS: Il vantaggio delle lingue. Il ruolo delle lingue all’università, incontro Michael Langner. È un linguista che studia con passione l’origine, la neurofisiologia della musica, delle emozioni, del linguaggio e il loro rapporto. Lo ringrazio ancora per avermi consigliato il saggio di Manfred Clynes e gli accenno brevemente alla questione che ancora mi tiene occupata: come tracciare la mappa che delimita i confini, difficilmente sormontabili, tra linguaggio, parola ed emozioni? E lui, se da una parte capisce e condivide la mia argomentazione – la lingua è discreta, razionale, segmenta la realtà, la seziona, la bisturizza, ed è quindi di per sé inadatta a esprimere le emozioni – dall’altra comincia a sgorgare un sacco di informazioni, frutto delle sue amplissime letture. Non sai che la musicologia aiuta tantissimo a scoprire le origini e il funzionamento del linguaggio? Ci sono lingue più musicali delle altre, che dispongono cioè di una più ampia gamma d’intonazioni, nelle quali è più facile esprimere dei sentimenti, come per esempio l’italiano e il tedesco, mentre altre, come il finlandese, sono più monotone e quindi li lasciano trasparire a fatica. Ovvio, come non averci pensato prima?   Ed è vero che, se nella lingua parlata arriviamo a trasmettere emozioni attraverso il tono della voce, il volume, la velocità, ancora di più alle emozioni diamo corpo al di fuori delle parole: arrossiamo, ci corrucciamo, ci ribolle il sangue  nelle vene, ci viene l’amaro in bocca, ci ripieghiamo su noi stessi, sentiamo il gelo di un distacco,ridiamo, ci inondiamo di lacrime, siamo travolti da ondate di gioia ineffabile, ci illuminiamo, ci avviciniamo, ci allontaniamo l’uno dall’altro. E nella parola scritta, stampata, tutto ciò scompare. Non resta che la lingua a farsi carico di questo complesso universo. Come riuscirci? La neurofisiologia della musica ci svela diversi meccanismi della nascita del linguaggio: tre mesi prima della nascita, il piccolo, nel ventre materno, impara a identificare prima di tutto aspetti prosodici e musicali della lingua della madre – a quella del padre non arriva, in questo senso possiamo davvero parlare di lingua madre – e mette così le basi per sviluppare il linguaggio, riconoscere i limiti delle parole, costruire le relazioni di significato. E ai primordi, il linguaggio non era che modulazioni musicali: l’uomo di Neanderthal comunicava attraverso “Hmmmmm” modulati (questa è la tesi di Steven Mithen nel suo The Singing Neanderthals, raccomandatomi da Michael), erano Neanderthals cantanti: “the Neanderthals used their brains for a sophisticated communication system that was Holistic, manipulative, multi-modal, musical and mimetic in character: Hmmmmm” (appunto) “They utilized an advanced form of “Hmmmmm”  that proved remarkably successful […]. They were ‘singing Neanderthals’ – although they songs lacked any words – and were also intensely emotional beings: happy Neanderthals, sad Neanderthals, angry Neanderthals, disgusted Neanderthals, envious Neanderthals, guilty Neanderthals, grief-stricken Neanderthals and Neanderthals in love. Such emotions were present because their lifestyle required intelligent decision-making and extensive social cooperation.” (Steven Mithen, The Singing Neanderthals, Harvard University Press, 2007, p. 221) Mi gira la testa, mi viene voglia di chiamare immediatamente B., di raccontarglielo (a parole), di comprare il libro (cosa che ho fatto subito), di tuffarmici dentro, d’immergermici come nella cascata color arcobaleno dello Yosemite National Park in California, di lasciarmi levigare dalle acque, di farmi scrostare dai secoli, dai millenni d’evoluzione per provare il sentimento di quest’unità originaria, e poi dalle lingue che parlo, che tanto spesso si confondono, mi confondono, dalle parole che mi sfuggono, dal “come si dice già?” in cui tanto spesso incespico. Come vuoi che si dica? Si modula, si solfeggia, si accorda la voce. Col cuore. upperyosemitefallYosemite Upper Fall (foto di Mike Morgan: https://www.facebook.com/YosemiteNPS )

Traduzione del brano in inglese (per chi la desiderasse):

“Gli uomini di Neanderthal usavano il cervello per un sofisticato sistema di comunicazione che era olistico, manipolativo, multi-modale, musicale e mimetico: “Hmmmmm” [ l’acrostico funziona  inglese, ma non in italiano, visto che “olistico” in italiano comincia per “o”]. Utilizzavano una forma avanzata di “Hmmmmm” che si verificò essere notevolmente efficace […]. Erano Neanderthal cantanti – sebbene i loro canti fossero privi di parole – ed erano anche creature assai emozionali: Neanderthal felici, Neanderthal tristi, Neanderthal arrabbiati, Neanderthal disgustati, Neanderthal invidiosi, Neanderthal con sensi di colpa, Neanderthal afflitti e Neanderthal innamorati. Tali emozioni erano presenti perché il loro stile di vita richiedeva decisioni intelligenti e un’ampia cooperazione sociale”.

L’originale inglese del saggio di Manfred Clynes è Sentics. The touch of emotions, Doubleday & Co., 1977.

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Giù la testa

All’inizio non volevo neanche andarci. Boris aveva comprato i biglietti con mesi d’anticipo e poi se ne era dimenticato, e aveva accettato diverse letture a Lingen (non chiedetemi dov‘è). Tornata da Groningen, mi vedo i due biglietti sulla scrivania: e ora cosa ne faccio? Così, all’ultimo momento avevo chiesto a Thomas e Christine se uno di loro voleva accompagnarmi. All’Arena o2World, a Berlino, all’ultimo concerto di Ennio Morricone.

Già arrivare all’’o2World di per sé è un’esperienza eccitante: in metropolitana, con la famosa Linie 1 (Volker Ludwig ci ha dedicato un musical che è tutt’ora uno dei pezzi teatrali tedeschi più rappresentati in tutto il mondo), direttamente da Uhlandstrasse fino a Warschauerstrasse, attraversando uno dei ponti più suggestivi di tutta la città. Al capolinea della metropolitana, un fiume di persone si riversa sul ponte pedonale che collega la stazione all’o2World. Guidati da luci al neon blu elettrico ci dirigiamo verso la gigantesca costruzione.

Fuori è tutt’un brulicare di persone che si cercano intorno a uno dei numerosi ingressi. È tutt’uno squillare di cellulari, “Wo seid ihr? Dove siete?” “Ich bin hier an der blue line, sono qui alla blue line” (l’ingresso preferenziale per i clienti di una compagnia telefonica, si potrà mai?). Arriva Thomas, un’ultima suspense, prima il lettore elettronico non legge il mio biglietto, quello di Thomas sì, a una verifica manuale l’addetto ai controlli mi fa cenno di passare comunque, poi arrivati ai nostri posti (Innenraum B Mitte, 17 e 18), al mio posto c’è seduto un altro, ma l’equivoco è presto risolto, e mentre lui si dirige all’A Mitte 17, noi finalmente prendiamo posto.

L’arena è affollatissima, davanti a noi un palco per l’orchestra e il coro si staglia dietro uno sfondo blu; ai lati due schermi, nei quali viene proiettata prima un’intervista con Ennio Morricone, poi durante il concerto via via i titoli dei brani.

Entra l’orchestra, entra il coro, gli strumenti vengono accordati, quel momento particolare e pieno d’attesa di quello che verrà, le voci di tutti gli strumenti che si sovrappongono, cercano il loro tono, incontrano quello dei compagni…

E poi, entra lui. Il maestro. Accolto da un applauso calorosissimo, si inchina davanti a noi e dà inizio al miracolo. Uno dopo l’altro, i pezzi che tutti conosciamo, dalla nostra infanzia, dalla nostra giovinezza, le note che hanno dato vita ai nostri sogni, che hanno dato corpo alla nostra fantasia, che hanno riscaldato le nostre nostalgie, che ci accompagnano anche quando usciamo dal cinema: Gli intoccabili, Metti una sera a cena, Maddalena, la battaglia di Algeri, Il clan dei siciliani, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, Queimada, e poi ovviamente i grandissimi Giù la testa, C’era una volta il West…

Li conosco quasi tutti, i brani, o meglio li riconosco, anche se uno o due film non me li ricordo. E mi stupisco che in quest’Arena, queste decine di migliaia di persone li conoscano anche loro. Lo si capisce dagli applausi, dalle standing ovation che si ripetono durante la serata.

Ascolto rapita, il corpo teso in avanti, le mani davanti alla bocca, in stupita meraviglia, in gratitudine. Ogni brano sembra scaturire direttamente dal cuore e nel cuore riversarsi come il getto d’una cascata, suscitando ammirazione, piacere, commozione, e innumerevoli ricordi.

Ricordo il giradischi portatile sul quale in via Pettini 4, nella sua stanza coi due lettoni uno in fila dietro l’altro, la Vale ed io ascoltavamo incessantemente “Sciam Sciam”, come lo chiamavamo, avvolte nei maglioni fuori misura che avevamo rubato ai nostri babbi.

Ricordo le serate passate a vedere i film western – non il mio genere preferito, ma quelli di Sergio Leone sono tutt’un’altra cosa – o anche tanti altri film, con mio babbo, ricordo lo sguardo e il tono con cui elogiava i grandi del nostro cinema italiano, con cui pregustava di rivedere un film o un altro, proprio quelli di cui Morricone ha composto la colonna sonora.

E, mentre ascoltavo rapita il concerto, pensavo a mio babbo, riscoprendo e facendo mia la sua grande ammirazione per la musica di Morricone. Ne sentivo la mancanza, ne cercavo la presenza. In alto, oltre il soffitto della grande Arena, o dietro il palcoscenico, in un guizzo di luce, un lieve movimento dello sfondo blu.

Grazie Boris, grazie Ennio Morricone, grazie babbo!

Giù la testa: http://www.youtube.com/watch?v=kB9OlIMfEfY

Il sito ufficiale di Ennio Morricone: http://www.enniomorricone.it/news.php

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Più di niente: uomini e topi

Qualche settimana fa ho ripreso in mano, anzi ho ricomprato, Padri e figli di Turgenev. Ne avevo parlato alcuni mesi fa con mio zio, e mi era tornato il desiderio di rileggerlo.  Nell’edizione Einaudi, la densa introduzione di Franco Cordelli ne ricostruisce la ricezione, da Dostoevskji a James, da Maurois a Nabokov, da Leone Ginzburg a Vittorio Strada.

Il libro è senz’altro un piccolo capolavoro, e descrive, come ben scrive Cordelli, “il cammino di Bazarov [il protagonista, ndr.] nel deserto russo”. Bazarov, studente di medicina, appassionato di biologia, si definisce “nichilista”. Non crede in niente, nemmeno nelle scienze che studia, negli esperimenti che conduce su rane e insetti, con dedizione, se non con passione. Nelle tappe del suo cammino, che nonvoglio rivelare, per chi non avesse il libro, incontra e si scontra con diverse persone: lo zio del suo amico Arkadij, che non ne sopporta le idee; la giovane Fenicka, che gli affida fiduciosa le cure del suo piccolo; una giovane vedova, la Odincova, che vive con una zia e la sorella in una tenuta di campagna; e i suoi stessi genitori, un piccolo medico di campagna e sua moglie, che si struggono per lui.

Bazarov non crede in niente, e lo sbandiera. Critica il mondo intero. Ma il mondo ricostruito nel romanzo è, nella sua tragicità e nella sua instabilità (la fine della servitù e i rivolgimenti sociali nella Russia del XIX), solidamente costruito. Un edificio con il suo bel portico, colonne, strutture portanti, circondato da un giardino i cui sentieri sono ben disegnati.

Sull’onda del nichilismo, da Turgenev sono ripassata a Dostoevskij, Memorie del sottosuolo. Pubblicato nel 1864, due anni dopo Padri e figli, era nella mia memoria il primo testo “nichilista”.

E, subito, fin dalle prime parole, il miracolo! Una narrazione geniale, sconclusionata, logorroica, irriverente e scanzonata, lamentosa e autoironica. Un flusso di coscienza ante litteram, la lingua di un pazzo che riversa sui suoi ascoltatori i suoi pensieri a ruota libera. E mentre leggi sei lì, in un salottino fumoso russo, con questo malcapitato, “un uomo malato”, un “uomo maligno”, “un topo”, come si autodefinisce, che parla e parla e lascia i suoi interlocutori allocchiti, a chiedersi che senso c’è in quelle parole.

E il senso, signori miei (direbbe il narratore), sono le visioni di un grande, capace di scavare nell’animo umano, di trarne alla luce la grettezza, la meschinità, l’abiezione e al tempo stesso l’umanità; una mescolanza tra impulsi animali e domande filosofiche, di chi, guardandosi allo specchio, si accorge di essere ancora meno di quello che vorrebbe essere.

Sentite cosa dice:

“Vi dirò solennemente che molte volte ho voluto diventare un insetto. Ma perfino di questo non sono stato degno. Vi giuro, signori, che aver coscienza di troppe cose è una malattia, una vera e propria malattia. Per il quotidiano vivere umano sarebbe anche troppo la comune coscienza umana, cioè di una metà, di un quarto inferiore che tocca in sorte all’uomo evoluto del nostro disgraziato secolo diciannovesimo, e che abbia, per giunta, la doppia disgrazia di abitare a Pietroburgo, la più astratta e artificiosa città di tutto il globo terrestre. […] Voi pensate, ci scommetto, che io scriva tutto questo per affettazione, per far dello spirito sugli uomini d’azione, e ancora per un’affettazione di cattivo gusto, che faccia chiasso con la sciabola come il mio ufficiale. Ma, signori, chi mai può menar vanto delle sue stesse malattie, e ancora farne oggetto di affettazione?

Del resto, che dico? Tutti lo fanno; delle malattie appunto menano vanto, e io, magari, più di tutti.” (p. 8)

Questo libriccino anticipa Pirandello, Musil, Joyce, Kafka, contiene in sé tutte le meraviglie e le abiezioni della natura umana.

Nel mio percorso interiore sono andata oltre il nichilismo, ma le sue parole mi affascinano ancora, mi coinvolgono, mi travolgono, mi stupiscono e mi appagano. Dostoevskij, quest’uomo che ha visto la morte in faccia, quando, condannato alla forca, si vide commutata la pena allorché era già salito sul patibolo, quest’uomo che ha bevuto, fumato, giocato, dilapidato i suoi averi e scritto come un pazzo, per vivere, per mantenersi, quest’uomo è un grande!

memorie_del_sottosuolo(La copertina del libro, foto: http://www.pinterest.com/explore/memorie/)

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Il vento sotto le ali

Te ne sei andato discretamente, senza grande clamore. Ci hai lasciato il primo dell’anno, in silenzio. Ci hai lasciati esterrefatti, increduli, addolorati. Noi, i tuoi figli, la mamma, i tuoi nipoti, e tutta la famiglia.

Lo sgomento iniziale, il dolore di quei primi giorni, la sofferenza della tua mancanza sono ancora vivi in me. Il non volerci credere, i perché, i dove sei andato rimangono. La tua assenza è una ferita aperta.

Resta un gran vuoto, e l’eco di un amore silenzioso. E il mistero, che si ripete a ogni partenza, il mistero di ciò che si compie in quei passi in cui si lascia l’involucro del corpo, come lo chiamavi tu, per dirigersi verso un’altra dimensione.

Nel dolore dell’averti perso si rinnova il dolore di altre perdite, della perdita della Cri sopra tutte le altre, lo squarcio indicibile che tutti ci portiamo dentro.

Eppure, c’è anche altro. C’è la dolcezza di quei giorni trascorsi insieme, il conforto dell’abbraccio di un fratello, ci sono le ore passate insieme con la mamma, i gemelli, la Robi, la Marta, la Piccia, i bimbi, Pierfra e B., come a rinsaldare il tessuto famigliare dopo lo strappo.

Le visite dei tuoi amici ci hanno regalato qualcosa di unico: ognuno con un racconto, un particolare, un dettaglio di uno dei tuoi voli, dei tuoi scritti, delle tue battute, della tua ironia così difficile da decifrare per chi non ti conosceva bene, ma così apprezzata da chi ti conosceva. È stato bello incontrarli, parlare con ciascuno di loro, vedere trapelare dai loro racconti la cordialità e la gioia di vivere, di condividere avventure e passioni come hai fatto con loro.

I miei sentimenti sono ancora troppo confusi per metterli su carta: il dolore si mescola alla tenerezza, la disperazione di non averti potuto aiutare si mescola alla gratitudine di averti avuto in dono, la tua severità di quando eravamo piccoli si stempera nella quieta remissività degli ultimi tempi.

Ci sarebbe tanto da dire, su di te, su di noi, sulla nostra storia, ma è ancora troppo presto per me. Non voglio racconti che tirino le fila di una vita. Voglio cercarti ancora, come gli altri che ci hanno lasciato, voglio ritrovarti, e non solo in un gesto, una parola, uno sguardo. 

Guardo il cielo e mi chiedo dove sei, il vento sotto le ali.

albadelcippaL’alba sopra Forlì (foto di Marco Carnaccini)

“Il cielo è quasi sereno quando abbandoniamo il sostegno della terra sotto le ruote per il sostegno del vento sotto le ali.” (Richard Bach)

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Radici

Ogni volta che apro il frigo sono lì che mi guardano minacciose e beffarde. Sanno che prima o poi verrà il loro momento, che le dovrò affrontare, che verremo alle mani.

Sono entrate in casa nostra con il Landkorb, che ci viene consegnato ogni due settimane da un distributore del Brandenburgo. Il Landkorb di cui il Pedro con un epiteto lungimirante, aveva sentenziato la potenziale, inquietante tossicità: l’”anticorp”!

Corpi estranei che t’invadono lo spazio, come nei più catastrofici film di fantascienza – ricordo con sgomento una proiezione al festival di Cannes, nel Palais du Cinéma, di un remake di Abel Ferrara del film di Don Siegel Invasion of the Body Snatchers.

La prima volta che le ho viste non sapevo neanche come si chiamassero, anzi non ne immaginavo nemmeno l’esistenza. Sono dovuta andare a cercarle su google immagini, digitando “Wurzel”. E lì, una pagina dopo l’altra, la rivelazione: erano Schwarzwurzel, Petersilienwurzel, Knollen e altre ignote creature del suolo. Provare per credere.

Il passo successivo è stato, sempre su google, cercare come si cucinassero, o meglio come si consumassero: il mio desiderio principale non era quello di gustarle in un piatto prelibato, bensì di consumarle, per togliermele dalla vista, finché non ce ne fossero più, nella speranza che non ritornassero mai più.

E invece sono tornate, a schiere, tutte insieme: Schwarwurzel, Petersilienwurzel, Knollensellerie. Non chiedetemi come si traducono in italiano, vi assicuro, in Italia non esistono!!!

Ho procrastinato finché potevo, ma oggi, dopo una settimana d’intenso lavoro, sapevo che non avrei potuto rimandare oltre: il momento era venuto.

Così, rientrata dall’università, ho vinto tutte le mie resistenze e ho preso il toro per le corna. Cominciando con le Schwarzwurzel: lunghi bitorzoli neri, pieni di terra, tanto che anche dopo il terzo lavaggio il lavandino era invisibile sotto uno strato di terra; legnosi, tanto legnosi che nel pelarli rilasciavano una resina appiccicosa, sulle mani, nella ciotola, nel lavandino, nel rubinetto, una resina tanto resistente da non andar via neanche con sapone e spazzola, ne ho ancora qualche traccia sulle dita mentre scrivo.

Ho continuato coraggiosamente a pelarle, a tagliarle, a buttarle nel tegame dove, insieme a una cipolla soffritta, dovrebbero dare vita a una zuppa. Ho continuato, pensando con nostalgia ai minestroni forlivesi, teneri spinaci, bietole verdissime, zucche dolci, fagiolini gustosi, tutte verdure solari e confortanti; pensando alla pappa al pomodoro, al pomodoro così cedevole al tatto e al taglio, pensando alle peperonate e ai fricò…

E mentre continuavo a pelare e tagliare radici su radici (dopo le Schwarzwurzel sono passata alle Petersilienwurzel) e a metterle in pentola, non ho potuto fare a meno di pensare a Tacito, e ai Germani – nella cui terra in fondo sono immersa, letteralmente dopo tutte queste operazioni di ripulitura – e ai loro mores.

I Germani, “truces et caerulei oculi, rutilae comae, magna corpora et tantum ad impetum valida: laboris atque operum non eadem patientia, minimeque sitim aestumque tolerare, frigora atque inediam caelo solove adsueverunt” (occhi azzurri d’intensa fierezza, chiome rossicce, corporature gigantesche, adatte solo all’assalto. non altrettanto resistenti alla fatica e al lavoro; incapaci di sopportare la sete e il caldo, ma abituati al freddo e alla fame dal clima e dalla povertà del suolo). I Germani, che “reges ex nobilitate, duces ex virtute sumunt” (scelgono i re per la loro nobiltà, i comandati per il loro valore). I Germani, che “ad matres, ad coniuges vulnera ferunt; nec illae numerare aut exigere plagas pavent, cibosque et hortamina pugnantibus gestant” (recano alle madri, alle mogli le ferite, e quelle non temono di contare e di esaminare le piaghe, e portano ai combattenti cibo ed esortazioni)… (le citazioni di Tacito le ho tratte dal sito http://www.progettovidio.it/tacitoopere.asp)

Cibo, cioè… radici.

E mentre all’università discuto di multi-, inter-, trans- e postculturalità, di identità mutliple, anzi di fine delle identità, provo sulla mia pelle, faccio esperienza anche in cucina di quando poco lineare sia il cammino da un luogo all’altro, da cultura all’altra…

Mentre scrivo, in cucina bollono in pentola (in due pentole, a dire il vero), una zuppa di Schwarzwurzel e una zuppa di Petersilienwurzel. Qualcuno in casa le mangerà. A me non resta che rilavarmene le mani.

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  (Le foto sono una di Giovanna T., le altre tratte da http://twentyfourframes.wordpress.com/2011/07/29/invasion-of-the-body-snatchers-1956-don-siegel/ e da http://lexikon.huettenhilfe.de/gemuese/schwarzwurzel.html )

PS. Una ricerca su dizionari online mi ha dato per Schwarzwurzel scorzonera; per Petersilienwurzel non ho trovato risultati (ma Petersilie significa prezzemolo); e Knollen sono genericamente bulbi, tuberi.

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C 6?

Diario di bordo su tecnologia e comunicazione.

Telefonate con l’amico che non vuole essere nominato: lo sento a intermittenza. Lo sento e non lo sento, la voce va e viene. “Allora ….. così” “Come? Non ti sento?” “Mi senti adesso?” “Sì, adesso sì!” “Insomma, quindi….. va bene?” “Cos’hai detto? Ma che razza di telefono hai?”

Mi spiega che gli è volato via mentre andava in moto e da allora fa così, va e viene.

Le mie serate su skype con la Vale si sono complicate da quando usa il bombardino, ossia l’Ipad (ultimo modello versione stratosferica). Le prime sere non trovava dove regolare l’audio, vabbè, un problema che aveva anche col notebook, poi quando parla lo deve tenere in mano e sullo schermo ogni tanto appare un pezzo di carne umana non identificata (il pollice, il palmo della mano o simili).

Ma il bello è che anche lui, va e viene. L’altra sera mentre eravamo collegate continuavo a parlare, parlare, parlare, quando dopo un po’ la vedo trafficare, smanettare, rigirare il computer, improvvisamente mi appare a testa in giù, poi vedo il soffitto e io a continuare a chiamare: “Vale, mi senti? Mi vedi? Mi senti?” Non reagisce. E’ come se fossi un fantasma. Le mando un messaggio su whatsapp. Non risponde, continua a smanettare. Poi le dico, “Vale, ti chiamo al fisso”,  facendo dei gran gesti davanti allo schermo, in fondo ho la flatrate, le chiamate ai fissi in Italia sono gratis. E lei al computer, smanetta, e sente suonare il telefono di casa, e lo manda affan… E io mi agito davanti allo schermo, le faccio vedere il telefono che ho in mano, e mi sgolo “Vale, sono io al telefono!” E lei niente.

Altro messaggio su whatsapp:

“Non ti sento” (ore 20.48)

“Ti chiamo al tel.” (ore 20.49)

“Vale, sono io al telefino!!!” (ore 20.50) (sic, su whatsapp non è sempre facile centrare la lettera giusta…)

Niente.

“Sono IOOOO!”

Finalmente la connessione riprende, ripongo l’inutile telefono. E la Vale

“Cavolo, mentre parlavamo è suonato perfino il telefono!”

“Vale, ero IOOO!!!”

focus_monitor_whatsapp_ueberholt_facebook_evo_580x326(Whatsapp, foto: http://www.wuv.de/digital/focus_monitor_whatsapp_ueberholt_facebook)

La sera dopo, sempre su whatsapp:

“C 6 Vale?” (ore 20.54)

Ci sentiamo brevemente e ci diamo appuntamento per dopo cena. Poi, non vedendola, torno alla carica.

“Sto per crollare” (21.48)

“Quindi’?” (21.49)

“Se c 6 ora bene, sennò domani” (21.49)

Io ci sono, tu non ci sei!” (21.50)

Nota bene: io ero su fb da una vita aspettando di vederla online.

“Su” (21.50) poi corretto in “Sì”

“Sei tu che non ci sei!” (21.51)

“Ti kiamo al telef” (21.51)

“Io ci sono su skype” (21.51)

“Ma non ti vedo e io son collegata” (21.51)

“Io pure…” (21.52)

È andata a finire che ci siamo scollegate e poi ricollegate e alla fine ci siamo trovate…

E le risate che ci siamo fatte rileggendo questi scambi, le potete immaginare…

schermataskype(schermata Skype, foto: Giovanna T.)

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