Cammina cammina…

Queste settimane di silenzio blog sono dovute semplicemente al fatto che lavoro, lavoro e ancora lavoro. Scrivo articoli, rivedo articoli di altri, rivedo traduzioni di articoli di altri, mando feedback e proposte di correzione, ricevo feedback e proposte di correzione, riscrivo articoli miei. Scrivo mail, rispondo a mail. Partecipo a riunioni. Rivedo il sito internet del mio Selbstlernzentrum (tutto nuovo, ora!). Nei ritagli di tempo insegno.

Passo la maggior parte delle mie giornate, e a volte anche qualche ora di notte, seduta alla scrivania. Alla mia scrivania di casa, con le foto di amiche e dei miei cari, alla scrivania del mio studio all’università, sommersa dalle carte.

Faccio poco movimento, poco yoga, poco nuoto. Un po‘ fremo, ma per mancanza di tempo non riesco a organizzarmi.

Rientro la sera a casa e non ho neanche voglia di preparare da mangiare, così finisco con la classica insalatina spinaci, funghi e parmigiano, o parmigiano funghi e rucola e qualche fetta di formaggio presa direttamente dal frigo.

Sto ferma, eppure corro. Con la mente, corro al prossimo articolo da scrivere, ai compiti da correggere. Al convegno da preparare. Ohiohiohi, se ci penso, smetto di scrivere anche queste poche righe.

Invece di stare ferma con le gambe e correre con la mente dovrei fare il contrario: fermare la mente e camminare. Insomma meditare. Camminare è una delle attività più naturali e più sane per l’uomo. Spostarsi, calibrando il peso sulle proprie gambe, alzando e poggiando i piedi uno alla volta, uno davanti all’altro, leggeri, sicuri, in equilibrio. La schiena eretta, lo sguardo in avanti, le braccia al ritmo delle gambe.

Camminare non è solo camminare. Bruce Chatwin, nel suo bellissimo Le vie dei canti, fa diverse considerazioni sul fatto che camminare, muoversi, spostarsi, viaggiare è profondamente intrinseco alla natura umana, in senso letterale, per l’individuo e la società – il nomadismo ne è un esempio – e in senso metaforico – andare avanti, non a caso certi interrogativi filosofici si esprimono attraverso la metafora del movimento: da dove veniamo? Dove andiamo?. (Chi siete, da dove venite, dove andate? Cosa portate? Un fiorino!, è l’indimenticabile battuta di Non ci resta che piangere). Camminare è vivere, è procedere, progredire. Il fatto che non avanziamo in modo lineare è altrettanto naturale. Per questo anche nel lavoro le prime scritture, le cancellature, i commenti di altri, le riscritture. Senza perdersi d’animo. Continuare ad andare avanti.

Certi grandi scrittori sono anche grandi camminatori. Lo era Rimbaud, che Righas descrive cosÌ: “Era un grande camminatore. Sì, un camminatore straordinario, col cappotto aperto e un piccolo fez in testa malgrado il sole” (citato da Bruce Chatwin, Le vie dei canti, Adelphi, pagina 227)

E Kierkegaard scrive: “Soprattutto, non perdere la voglia di camminare: io camminando ogni giorno, raggiungo uno stato di benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno; i pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo, e non conosco pensiero così gravoso da non poter essere lasciato alle spalle con una camminata… ma stando fermi si arriva sempre più vicini a sentirsi malati… Perciò basta continuare a camminare, e andrà tutto bene. (Soren Kierkegaard, lettera a Jette (1847), citata da Bruce Chatwin, id., pagina 229).

Mentre scrivo seduta alla scrivania, mi vedo percorrere mentalmente sentieri conosciuti e meno conosciuti. Sentieri che si diramano e s’incrociano nel bosco, sentieri di montagna che affiancano pareti rocciose o laghi. Sentieri di terra rossa nei Canyon degli Stati Uniti. Distese brulle di terra ancora più rossa degli outback dell’Australia. Il sentiero mai percorso che conduce al villaggio Masai di Lekele.

Mentre scrivo seduta alla scrivania, e mi chiedo cosa farò in questa fine di pomeriggio berlinese, la mente piena di post-it “finire di rileggere il testo di C.”, “continuare a rivedere il capitolo sull’autonomia”, “cercare un testo per l’esame di fine modulo” o anche “controllare sul sito della palestra gli orari estivi dei corsi di yoga”, la decisione si è presa da sola. Uscirò a fare due passi.

Canta e cammina, o meglio, Danza la vita, canto scout

(grazie a Canale Somist, http://www.youtube.com/watch?v=tdXR3dYD6ss)

È di nuovo route, spingerò i miei passi sulla strada… Anche questo, canto scout

(grazie a Francesco Giuseppe Galluzzo, http://www.youtube.com/watch?v=zn9sXThv-wk)

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Di cosa parliamo quando parliamo d’amore

In questi giorni, a Graz per un convegno, mi sono imbattuta in numerosi segni che mi spingono a parlare d’amore. Anzi dell’amore.

Vorrei cominciare con un primo capitolo su quell’amore che spesso viene inteso (o forse frainteso?), come amore romantico, come attrazione irresistibile di due persone l’una verso l’altra, come passione, come ricerca, come inseguimento spesso disperato di un ideale. Quest’amore, che inizia di solito con un innamoramento, ha tanti volti quante le persone che lo vivono. E, a dispetto degli stereotipi cui la nostra società ci suggerisce – o c’impone – d’adeguarci, è per ciascuno un’esperienza unica.

Personalmente lo vedo come un trovarsi di anime, anzi forse un ritrovarsi. Come un riconoscere nell’altro la scintilla che mi aiuta a diventare me stessa, la spinta, la domanda inattesa, spesso scomoda, che mi costringe a guardarmi dentro e a mettermi in discussione. A mettermi in cammino. Verso l’altro, verso un’altra parte di me, forse migliore, in ogni caso diversa.

L’amore, quando lo incontri, lo riconosci, anche se a volte ci vuole tempo. Lo riconosci e fa paura, perché a volte vorresti scappare, scappare dalle ferite che t’infliggerà, dal senso d’abbandono che ti prende a volte, dai dubbi, e anche da quell’insostenibile felicità che ti sa regalare se ti apri a lui. Come quando a yoga l’insegnante mi aiuta a mettere indietro le spalle e il petto in fuori, e improvvisamente m’investe una sensazione di apertura verso il mondo e al tempo stesso di paura: quanto può accogliere, contenere il mio cuore di tutto quello che c’è là fuori?

Tra le tante paure che ho provato nella mia storia d’amore, la più forte e la più sorprendente è stata quella che mi ha presa quando mi sono resa conto che B. era la persona giusta, che non avrei potuto negarlo neppure a me stessa, e che era arrivato il momento di mettermi in cammino, come dicevo prima, insieme a lui.

L’amore è un incontro di anime, eppure quello che percepiamo nel quotidiano in genere è quello terreno, tra due persone fisiche, con caratteri simili o contrapposti, con gusti e inclinazioni particolari, con fissazioni, coi desideri, con le illusioni e le proiezioni che ogni giorno c’ingannano. È l’amore che ci lega, questo. Qui a Graz – ecco uno dei segni in cui mi sono imbattuta – c’è un ponte sul fiume Mur, il fiume che attraversa la città, al quale sono agganciati un numero infinito di lucchetti: lucchetti verdi, rossi, dorati, di metallo, di plastica, lucenti, brillanti, uno sopra l’altro, uno a fianco all’altro, con nastri, fiori, cuori, e incisi o scritti sopra i nomi o le iniziali degli innamorati. Era la prima volta che vedevo una cosa del genere, ma alcune colleghe mi assicurano che è usanza in tante parti del mondo. Ma che amore è, tenersi legati, chiusi a chiave, col lucchetto? Il guaio è che in questo modo teniamo a bada le nostre paure, l’altro e anche noi stessi. Teniamo a bada la libertà.

IMG_4975Lucchetti (foto Giovanna T.)

Per fortuna, però, l’amore sa andare al di là. Sa andare oltre le apparenze, le limitazioni del quotidiano. Sa andare oltre la distanza, la separazione, di ore, di giorni, di mesi, di anni. Parlo per esperienza, chi mi conosce lo sa. Certo, la distanza, l’assenza, mette alla prova l’amore. Ed è una prova non facile, ma a volte necessaria, per potersi affacciare all’incontro di anime.

Il secondo segno in cui mi sono imbattuta, qui a Graz, ieri mattina, andando all’università, è la riproduzione di una miniatura di una dama di corte e del suo poeta. Nel medioevo, l’amor cortese, che legava il poeta alla dama di corte, restava segreto e platonico, il poeta amava la dama da lontano, ne cantava le grazie e aveva per massima aspirazione raggiungere la cortesia, l’ideale di virtù e onestà della società del tempo. Mi sono fermata un attimo a guardare quella riproduzione, a fotografarla, consapevole di quanto sia lontano ormai quest’ideale d’amore, soppiantato da una realtà tutta diversa, quella della presenza, dell’immediato, dell’impazienza, del tutto e subito cui abbiamo abituato i nostri giovani, cui stiamo anche noi cedendo sempre più.

foto 1Scena cortese (foto Giovanna T.)

È invece nell’alternarsi di presenza e assenza, del flusso e del riflusso delle onde, dell’inspirazione e dell’espirazione – con impercettibili momenti di vuoto – nell’alternarsi di sistole e diastole, il ritmo della vita (vedi il mio post Distacchi).

E rincamminandomi verso il convegno mi concedo un battito d’ali, quasi a saggiarne la forza che mi serve per volare al di là del distacco. E mi tornano in mente alcune parole di un brano di Kahlil Gibran che Don Paolo lesse al nostro matrimonio e che ancora mi ripeto:

“Voi siete nati insieme e insieme starete per sempre.

[…]

Ma vi sia spazio nella vostra unione,

E tra voi danzino i venti dei cieli.

Amatevi l’un l’altro, ma non fatene una prigione d’amore:

Piuttosto vi sia un moto di mare tra le sponde delle vostre anime.

[…]

Donatevi il cuore, ma l’uno non sia di rifugio all’altro,

Poiché solo la mano della vita può contenere i vostri cuori.

[…].”

Nuvole (foto Boris P.)

Ci sono stati altri segni, a Graz. Ne parlerò in un prossimo post.

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Ciò di cui non si può parlare

Da qualche settimana mi tornano in mente alcune affermazioni di Wittgenstein. Emergono da un tempo in cui mi dedicavo alla filosofia del linguaggio, cercando di afferrarne i principi: logica della realtà, trasparenza e opacità, linguaggio e verità… Wittgenstein, Carnap. Russell e altri ancora. Wittgenstein era quello che mi affascinava di più, con la sua logica ineluttabile e poetica del Tractatus e poi con l’esplosione delle Osservazioni e delle Ricerche filosofiche. Era il tempo in cui preparavo un esame da ricercatrice presso un’università italiana, un esame per un posto che non ottenni. Per fortuna, posso solo dire, con il senno del poi, altrimenti mi sarei probabilmente ritrovata su un ermo colle, dietro una siepe che “dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”.

Però Wittgenstein mi risuona dentro, in questi giorni. „I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo“. Una frase complessa, che non voglio analizzare qui dal punto di vista filosofico. Un colpo di accetta al desiderio del pensiero umano di sconfinare, una griglia che ci separa dalla realtà, una realtà che possiamo percepire – modellare – solo attraverso il linguaggio.

Per fortuna non è sempre così. Per fortuna il mondo lo esploriamo a tentoni attraverso i sensi, attraverso quel miscuglio inesprimibile di sapori, odori e immagini che ci riempiono il cuore. Quel profumo indescrivibile che emana dalla siepe di bosso e che immediatamente mi riporta a Trieste, in Scala Santa, nel giardino della villa della zia Irma, tra i leoni di marmo che osservavano silenziosi i giochi di noi bambini, la scarpata che mi si presentava come inaffrontabile e sulla quale invece mio cugino Fabrizio si avventurava, l’eco delle voci dei bambini che giocavano in corte, in un palazzone che, per un mistero geo-architettonico, si apriva in una voragine una trentina di metri sotto la balaustra del nostro, di giardino.

Per fortuna il mondo lo esploriamo – lo viviamo – anche al di là dei sensi, nel mistero dei sogni, nei quali inventiamo un linguaggio tutto nuovo, intessuto di voci e di immagini di questo e di altri mondi.

Per fortuna il mondo lo scopriamo anche attraverso il silenzio, il respiro leggero della meditazione, lo scivolare via dei pensieri dalla nostra mente, lo sprofondare per un attimo indefinibile in un senso pervasivo di pace e di felicità, che si dissolve ancor prima che riusciamo ad afferrarlo.

Per fortuna. Wittgenstein deve averlo intuito anche lui, in qualche modo, perché il suo Tractatus lo conclude con quel sibillino “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. Una frase, anche questa, che si può leggere come una limitazione, la definizione di un confine, le colonne d’Ercole del pensiero, il divieto ultimo di pronunciarsi su una realtà non scandagliata dalla logica. Una frase, però, che si può leggere anche come un invito. Un invito etico, a tacere su ciò di cui non abbiamo certezza; un invito metafisico, a contemplare in silenzio ciò di cui abbiamo (per ora) solo un’eco indistinta.

Nel Tractatus, questa mirabile costruzione della logica, c’è un’altra frase che mi rivive dentro: “Le mie proposizioni illustrano così: colui che mi comprende, infine le riconosce insensate, se è salito per esse – su esse – oltre esse. (Egli deve, per così dire, gettar via la scala dopo che vi è salito).” Gettar via la scala dopo che ci si è saliti. Senza guardarsi indietro, anzi, guardando oltre. Senza vertigini, senza paura dell’abisso. Il mondo sub pedibus, sotto di noi. In tutto il suo rigore, il Tractatus assume per me il valore di una meditazione.

“La risoluzione dell’enigma della vita nello spazio e tempo è fuori dello spazio e tempo.”

Dune di Wan CazaIl deserto del Sahara (foto: http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/1/14/Libya_5210_Wan_Caza_Luca_Galuzzi_2007.jpg)

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Vivere yoga

La parola yoga deriva dal sanscrito yuj, e significa congiungere, unire, unire il corpo e lo spirito, l’individuo e l’universo, ma anche soggiogare, disciplinare lo spirito attraverso il corpo, il corpo attraverso lo spirito. L’unione, la congiunzione, avviene attraverso la pratica, una pratica che dovrebbe essere costante, disciplinata, quotidiana, volta a padroneggiare dapprima posture fisiche, āsana, poi la respirazione, il soffio vitale, prāāyāma, per arrivare, astraendosi dal mondo sensoriale, attraverso la meditazione all’unione profonda con l’oggetto della meditazione stessa, samādhi.

Una meta ambiziosa. Già le āsana sono una sfida: tendere e distendere muscoli della cui esistenza ci rendiamo conto a fatica, mettere in pratica indicazioni che appaiono a prima vista contraddittorie, conciliare la piena attenzione con il lasciarsi andare… Però, quando si esce da una lezione, ci si sente leggeri ed elastici, più diritti, più pronti a guardare in faccia il mondo che ci aspetta fuori.

Non bisogna essere maestri, slegati, contorsionisti, per portare con sé un po’ di yoga. Basta essere curiosi e remissivi, disposti a impegnarsi e ad accettare le contraddizioni cui il nostro corpo, il nostro spirito ci pongono di fronte. Affrontarle con dolcezza, non con violenza, senza grandi aspettative, con umiltà.

Lo stesso avviene nella meditazione. Dopo anni in cui non avevo più meditato regolarmente, ho accettato un paio di settimane fa il 21-Day-Meditation-Challenge di Deepak Chopra e Oprah Winfrey e ora medito un po’ ogni giorno. E ne riscopro con piacere i benefici. Un vento di calma nei rovesci di questi giorni, una maggiore apertura, la sicurezza che tutto e niente conta. Tutto conta. Tutto ci prepara al dopo. Ma soprattutto tutto è presente.

Qualche giorno fa mio fratello Giorgio mi ha parlato di un Eckhart Tolle, di cui sta leggendo due libri, Un nuovo mondo e Il potere di adesso. Eckhart Tolle è un filosofo tedesco che, conciliando buddismo, cristianesimo e altro, riflette sul senso della vita, e sulle sue contraddizioni. Una tra le contraddizioni più forti, dalla quale scaturiscono tanti impedimenti, è la contrapposizione tra mente e presente. La nostra mente, tutta preda dei desideri dell’ego, dei suoi piani, dei suoi progetti, attraverso un lavorio incessante, ci scaglia lontano dal presente, proiettandoci in un futuro che temiamo, in un passato che desideriamo, insomma separandoci dalla nostra coscienza, invece di unirci ad essa. Alla coscienza vera, quella intesa come parte della coscienza universale, quella alla quale cerchiamo di unirci appunto attraverso la meditazione. O lo yoga. O qualsiasi attività svolgiamo, se siamo presenti ad essa.

Giorgio me ne ha parlato la sera del lunedì di Pasqua. Dopo cena, B. aveva proposto di uscire e c’eravamo detti d’accordo, a condizione di non camminare troppo – da quattro giorni Giorgio si portava sulle spalle alternativamente Giacomo o Michele, attraverso tutta Berlino. E B. dove ci conduce? Al lago di Grunewald. Una passeggiata di un’ora. Mentre ci addentriamo nel bosco, alla volta del lago, il crepuscolo va facendosi blu e gli alberi ombre nere. Camminando accanto a loro, non smetto di rimuginare: penso a mio fratello, che porta sulle spalle Michele, ancora più pesante di Giacomo; penso ai bambini, che cicalano intimoriti dal posto, dai fruscii sospetti tra gli alberi e le foglie, dal buio incipiente che li circonda; a Marta, che mi si stringe accanto quando due cani enormi ci si avvicinano. E a B., come ha fatto a dimenticare che Giorgio non voleva camminare troppo, e perché si vuole spingere fino al castello? E quando si deciderà a fare dietro front?

Prigioniera dei miei pensieri, mi dividevo tra il passato – riproiettavo lo spezzone di conversazione di poco prima in cucina – e il futuro – quando saremmo tornati? Fuori dalla mia mente. Preda della mia mente. Perdendomi così il silenzio che si adagiava sul lago, il blu che si faceva notte, le parole di Giacomo e la dolcezza di Michele.

E Giorgio, che si era già riconciliatosi con l’idea di camminare, anzi no, che vi aveva aderito pienamente, sulla via del ritorno mi parlava di Tolle e del presente. Essere nel presente. Nel luogo, nel momento. Nel gesto, nella sensazione. Nel respiro, nella postura. Essere yoga.

In questi giorni ho cercato di osservare se e quanto sono nel presente. Sono presente. Non ho individuato che degli attimi, ripetere un mantra durante la meditazione, riavvolgersi nelle coperte per custodire un lembo di sogno, sentire battere il cuore di B., essere tutta me stessa a lezione, scrivere queste parole. Attimi, solo attimi, lo so… Ma il presente è spesso inafferrabile, come la coscienza. È l’acqua che scorre del ruscello, è la cascata che risuona lontano, è l’arcobaleno che s’intravede all’orizzonte, sono le gocce di pioggia che si dissolvono sul vetro. Sono le tortore che tubano fuori dalla finestra, come quelle che si sentono a casa a Forlì…

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Yosemite National Park, upper fall (foto: https://www.facebook.com/YosemiteNPS?fref=ts)

A chi si interessa allo yoga e alla scrittura, consiglio di leggere il bel testo di Luisa Carrada su Yoga e scrittura.

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Oltre il deserto – il silenzio delle gru

Da qualche settimana mi dibatto tra onde irregolari e potenti d’interrogativi, d’incertezza, d’instabilità. Cercando di cogliere il confine invisibile che separa il vuoto e la pienezza, il dolore e la felicità, il rifiuto e la piena adesione alla mutevole realtà in cui sono immersa. Dopo essere stata travolta da una nuova, potente onda salata, riemergo, prendo fiato. E, mentre ancora cerco di decifrare ciò che mi sta accadendo, sono altri a suggerirmi il bandolo, a mettermi in mano un sottile filo d’Arianna. In questo caso Amos Oz, di cui sto leggendo Conoscere una donna.

“Yoel è in piedi dietro la casa […]. Il collo piegato all’indietro, il viso rivolto al cielo: vede stormi d’uccelli migratori in formazione di freccia che vanno verso sud. Sono cicogne? Gru? Passano ora sui tetti rossi delle villette, sopra giardini orti e prati, sono infine riassorbiti nelle piumose nuvole che brillano a sud-est. Dopo i frutteti e i campi verranno pendii rocciosi e villaggi di pietra, wadi e crepacci, ed è già il silenzio desertico e oscuro dei mondi dell’Oriente avvolti in un cupo vapore, e al di là è ancora il deserto, le piatte sabbie mobili e poi gli ultimi monti. […] Come fanno a trovare la strada? E come sanno che è tempo di partire? Supponiamo che in un punto sperso di una foresta africana sempreverde ci sia una specie di torre di controllo invisibile, da cui esce giorno e notte un segnale sottile e continuo, troppo alto perché l’orecchio umano possa coglierlo, troppo acuto per i sensori più sofisticati. Il suono si proietta come un raggio trasparente dall’equatore al nord estremo, e gli uccelli lo seguono in massa per raggiungere la luce e il caldo. Yoel, come se avesse avuto una piccola illuminazione, solo nel giardino i cui rami cominciano a indorarsi al contatto con l’alba, credette per un attimo di capire, o non di capire, di sentire, tra i due ultimi anelli della sua colonna vertebrale, il suono direzionale africano degli uccelli. Se avesse avuto le ali, sarebbe partito. […] In quell’istante, per il tempo di uno o due respiri, gli sembrò che l’alternativa tra il vivere e il morire non avesse alcun significato.” (Amos Oz, Conoscere una donna, Feltrinelli, 2003, pp. 90-91).

In questi giorni mi chiedo spesso anch’io: come sappiamo quando è tempo di partire? E come faremo a trovare la strada? Come saprò, come farò? Mi sforzo di ascoltare per carpire un segnale, che forse è troppo sottile, che forse è troppo acuto per il mio orecchio. Il raggio trasparente che mi guidi verso la luce. Ne colgo qualche riverbero, di tanto in tanto. Rari cristalli di luce. Bagliori lontani.

Lo scorso ottobre eravamo a Rangsdorf, un villaggio vicino a Berlino, ad aspettare il passaggio delle oche selvatiche. Ai bordi del lago, sono arrivate all’imbrunire. Due, quattro, e poi ancora, sette, nove. A stormi hanno inondato il cielo con le loro sagome brune. Ci hanno assordato con i loro gridi incomprensibili. Si sono posate, a poco a poco, sul lago. Annerendolo.

Ero senza fiato. Sopraffatta. Loro sapevano dove andare, dove posarsi per la notte, prima di riprendere il viaggio. E io?

Avvolta nella magia di quella presenza, volevo telefonare a mio babbo, perché sentisse quei gridi, perché si immaginasse quegli stormi mentre il crepuscolo si trasformava nel blu della notte. Il telefono non prendeva. Mi sono dovuta accontentare di spiegarglielo qualche settimana dopo, con gesti goffi.

Ora del filo sottile che mi lega a lui, che mi lega ai luoghi in cui migreremo, ne sfioro appena l’estremità. Se avessi le ali…

E mi viene in mente quando, anni fa, accompagnai all’aeroporto B., che dall’Italia rientrava a Berlino per salutare sua mamma, che se ne sarebbe andata di lì a pochissimo, che aspettava lui per andarsene. Ancora ignara del dolore che l’aspettava, esprimevo la pesantezza del mio timore, il non potermi librare al di sopra del cemento su cui poggiavo. E lui, con un gesto leggero, sollevando le maniche della maglia bianca di cotone che avevo appoggiata sulle spalle, mi disse: “Ma tu hai le ali…”

Oche selvatiche sul lago di Rangsdorf (http://www.youtube.com/watch?v=Aqhabq8E8BY)

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Con le parole o con la musica?

L’altra sera ero semiaddormentata sul divano e, tra un colpo di tosse e l’altro, scorrevo distrattamente foto e post di amici su fb, quando B. mi ha investita con una questione filosofica: “Perché con le parole non si riesce mai ad esprimere ciò che proviamo veramente?”. “Che domanda!”, gli ho risposto io, un po’ piccata, perché dovevo interrompere il mio distratto far niente e anche perché, mentre prima ero io a voler chiacchierare, lui invece era tutto preso a scrivere, “Mi meraviglio di te! Banale!”, ho aggiunto, senza resistere alla tentazione di affondargli una puntura di scorpione. E su questo tono si è avviata una discussione concitata quanto scoordinata: “Ma perché le emozioni sono un flusso mentre le parole sono discrete!” “Diskret?” “Sì, insomma, non so come si dice in tedesco, le parole sono delle unità distinte, divise una dall’altra, come i numeri, uno, due, tre,  e non possono rendere il continuum delle emozioni…” “No, die Worte sind im Fluss” (le parole sono in flusso) “Ma no, guarda, sto leggendo proprio adesso un libro Auf den Spuren der Emotionen (La traccia delle emozioni, di Manfred Clynes) e lì spiega appunto che… “ “Tu e la tua scienza razionale! La risposta è nel cuore!” L’affermazione mi penetra nella carne e mi ferisce. Come se non avessi cuore! Vorrei dirgli che in me c’è ancora la bambinetta di due-tre anni che un medico un giorno definì “molto evoluta intellettualmente, ma affettivamente in ritardo”; ma forse è ora che me la scrolli di dosso quest’etichetta, e lasci stare… Tra una replica e l’altra, con un po’ d’invidia da parte mia per B. che scrive libri e poesie, col cuore, mentre io scrivo articoli per riviste accademiche, con la ragione (ma poi in fondo entrambi scriviamo con il cuore ela  ragione, altrimenti non funzionerebbe), vorrei dirgli, ma non glielo dico, che ogni lingua ha una mappa diversa delle emozioni, che alcune hanno parole per esprimere emozioni che altre nemmeno conoscono. La lingua che parliamo ci condiziona, no? Vorrei dirglielo, ma non glielo dico. La serata finisce che ciascuno si porta a letto le sue emozioni, senza parole.

***

Due giorni dopo, a Braunschweig, al convegno dell’AKS: Il vantaggio delle lingue. Il ruolo delle lingue all’università, incontro Michael Langner. È un linguista che studia con passione l’origine, la neurofisiologia della musica, delle emozioni, del linguaggio e il loro rapporto. Lo ringrazio ancora per avermi consigliato il saggio di Manfred Clynes e gli accenno brevemente alla questione che ancora mi tiene occupata: come tracciare la mappa che delimita i confini, difficilmente sormontabili, tra linguaggio, parola ed emozioni? E lui, se da una parte capisce e condivide la mia argomentazione – la lingua è discreta, razionale, segmenta la realtà, la seziona, la bisturizza, ed è quindi di per sé inadatta a esprimere le emozioni – dall’altra comincia a sgorgare un sacco di informazioni, frutto delle sue amplissime letture. Non sai che la musicologia aiuta tantissimo a scoprire le origini e il funzionamento del linguaggio? Ci sono lingue più musicali delle altre, che dispongono cioè di una più ampia gamma d’intonazioni, nelle quali è più facile esprimere dei sentimenti, come per esempio l’italiano e il tedesco, mentre altre, come il finlandese, sono più monotone e quindi li lasciano trasparire a fatica. Ovvio, come non averci pensato prima?   Ed è vero che, se nella lingua parlata arriviamo a trasmettere emozioni attraverso il tono della voce, il volume, la velocità, ancora di più alle emozioni diamo corpo al di fuori delle parole: arrossiamo, ci corrucciamo, ci ribolle il sangue  nelle vene, ci viene l’amaro in bocca, ci ripieghiamo su noi stessi, sentiamo il gelo di un distacco,ridiamo, ci inondiamo di lacrime, siamo travolti da ondate di gioia ineffabile, ci illuminiamo, ci avviciniamo, ci allontaniamo l’uno dall’altro. E nella parola scritta, stampata, tutto ciò scompare. Non resta che la lingua a farsi carico di questo complesso universo. Come riuscirci? La neurofisiologia della musica ci svela diversi meccanismi della nascita del linguaggio: tre mesi prima della nascita, il piccolo, nel ventre materno, impara a identificare prima di tutto aspetti prosodici e musicali della lingua della madre – a quella del padre non arriva, in questo senso possiamo davvero parlare di lingua madre – e mette così le basi per sviluppare il linguaggio, riconoscere i limiti delle parole, costruire le relazioni di significato. E ai primordi, il linguaggio non era che modulazioni musicali: l’uomo di Neanderthal comunicava attraverso “Hmmmmm” modulati (questa è la tesi di Steven Mithen nel suo The Singing Neanderthals, raccomandatomi da Michael), erano Neanderthals cantanti: “the Neanderthals used their brains for a sophisticated communication system that was Holistic, manipulative, multi-modal, musical and mimetic in character: Hmmmmm” (appunto) “They utilized an advanced form of “Hmmmmm”  that proved remarkably successful […]. They were ‘singing Neanderthals’ – although they songs lacked any words – and were also intensely emotional beings: happy Neanderthals, sad Neanderthals, angry Neanderthals, disgusted Neanderthals, envious Neanderthals, guilty Neanderthals, grief-stricken Neanderthals and Neanderthals in love. Such emotions were present because their lifestyle required intelligent decision-making and extensive social cooperation.” (Steven Mithen, The Singing Neanderthals, Harvard University Press, 2007, p. 221) Mi gira la testa, mi viene voglia di chiamare immediatamente B., di raccontarglielo (a parole), di comprare il libro (cosa che ho fatto subito), di tuffarmici dentro, d’immergermici come nella cascata color arcobaleno dello Yosemite National Park in California, di lasciarmi levigare dalle acque, di farmi scrostare dai secoli, dai millenni d’evoluzione per provare il sentimento di quest’unità originaria, e poi dalle lingue che parlo, che tanto spesso si confondono, mi confondono, dalle parole che mi sfuggono, dal “come si dice già?” in cui tanto spesso incespico. Come vuoi che si dica? Si modula, si solfeggia, si accorda la voce. Col cuore. upperyosemitefallYosemite Upper Fall (foto di Mike Morgan: https://www.facebook.com/YosemiteNPS )

Traduzione del brano in inglese (per chi la desiderasse):

“Gli uomini di Neanderthal usavano il cervello per un sofisticato sistema di comunicazione che era olistico, manipolativo, multi-modale, musicale e mimetico: “Hmmmmm” [ l’acrostico funziona  inglese, ma non in italiano, visto che “olistico” in italiano comincia per “o”]. Utilizzavano una forma avanzata di “Hmmmmm” che si verificò essere notevolmente efficace […]. Erano Neanderthal cantanti – sebbene i loro canti fossero privi di parole – ed erano anche creature assai emozionali: Neanderthal felici, Neanderthal tristi, Neanderthal arrabbiati, Neanderthal disgustati, Neanderthal invidiosi, Neanderthal con sensi di colpa, Neanderthal afflitti e Neanderthal innamorati. Tali emozioni erano presenti perché il loro stile di vita richiedeva decisioni intelligenti e un’ampia cooperazione sociale”.

L’originale inglese del saggio di Manfred Clynes è Sentics. The touch of emotions, Doubleday & Co., 1977.

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Giù la testa

All’inizio non volevo neanche andarci. Boris aveva comprato i biglietti con mesi d’anticipo e poi se ne era dimenticato, e aveva accettato diverse letture a Lingen (non chiedetemi dov‘è). Tornata da Groningen, mi vedo i due biglietti sulla scrivania: e ora cosa ne faccio? Così, all’ultimo momento avevo chiesto a Thomas e Christine se uno di loro voleva accompagnarmi. All’Arena o2World, a Berlino, all’ultimo concerto di Ennio Morricone.

Già arrivare all’’o2World di per sé è un’esperienza eccitante: in metropolitana, con la famosa Linie 1 (Volker Ludwig ci ha dedicato un musical che è tutt’ora uno dei pezzi teatrali tedeschi più rappresentati in tutto il mondo), direttamente da Uhlandstrasse fino a Warschauerstrasse, attraversando uno dei ponti più suggestivi di tutta la città. Al capolinea della metropolitana, un fiume di persone si riversa sul ponte pedonale che collega la stazione all’o2World. Guidati da luci al neon blu elettrico ci dirigiamo verso la gigantesca costruzione.

Fuori è tutt’un brulicare di persone che si cercano intorno a uno dei numerosi ingressi. È tutt’uno squillare di cellulari, “Wo seid ihr? Dove siete?” “Ich bin hier an der blue line, sono qui alla blue line” (l’ingresso preferenziale per i clienti di una compagnia telefonica, si potrà mai?). Arriva Thomas, un’ultima suspense, prima il lettore elettronico non legge il mio biglietto, quello di Thomas sì, a una verifica manuale l’addetto ai controlli mi fa cenno di passare comunque, poi arrivati ai nostri posti (Innenraum B Mitte, 17 e 18), al mio posto c’è seduto un altro, ma l’equivoco è presto risolto, e mentre lui si dirige all’A Mitte 17, noi finalmente prendiamo posto.

L’arena è affollatissima, davanti a noi un palco per l’orchestra e il coro si staglia dietro uno sfondo blu; ai lati due schermi, nei quali viene proiettata prima un’intervista con Ennio Morricone, poi durante il concerto via via i titoli dei brani.

Entra l’orchestra, entra il coro, gli strumenti vengono accordati, quel momento particolare e pieno d’attesa di quello che verrà, le voci di tutti gli strumenti che si sovrappongono, cercano il loro tono, incontrano quello dei compagni…

E poi, entra lui. Il maestro. Accolto da un applauso calorosissimo, si inchina davanti a noi e dà inizio al miracolo. Uno dopo l’altro, i pezzi che tutti conosciamo, dalla nostra infanzia, dalla nostra giovinezza, le note che hanno dato vita ai nostri sogni, che hanno dato corpo alla nostra fantasia, che hanno riscaldato le nostre nostalgie, che ci accompagnano anche quando usciamo dal cinema: Gli intoccabili, Metti una sera a cena, Maddalena, la battaglia di Algeri, Il clan dei siciliani, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, Queimada, e poi ovviamente i grandissimi Giù la testa, C’era una volta il West…

Li conosco quasi tutti, i brani, o meglio li riconosco, anche se uno o due film non me li ricordo. E mi stupisco che in quest’Arena, queste decine di migliaia di persone li conoscano anche loro. Lo si capisce dagli applausi, dalle standing ovation che si ripetono durante la serata.

Ascolto rapita, il corpo teso in avanti, le mani davanti alla bocca, in stupita meraviglia, in gratitudine. Ogni brano sembra scaturire direttamente dal cuore e nel cuore riversarsi come il getto d’una cascata, suscitando ammirazione, piacere, commozione, e innumerevoli ricordi.

Ricordo il giradischi portatile sul quale in via Pettini 4, nella sua stanza coi due lettoni uno in fila dietro l’altro, la Vale ed io ascoltavamo incessantemente “Sciam Sciam”, come lo chiamavamo, avvolte nei maglioni fuori misura che avevamo rubato ai nostri babbi.

Ricordo le serate passate a vedere i film western – non il mio genere preferito, ma quelli di Sergio Leone sono tutt’un’altra cosa – o anche tanti altri film, con mio babbo, ricordo lo sguardo e il tono con cui elogiava i grandi del nostro cinema italiano, con cui pregustava di rivedere un film o un altro, proprio quelli di cui Morricone ha composto la colonna sonora.

E, mentre ascoltavo rapita il concerto, pensavo a mio babbo, riscoprendo e facendo mia la sua grande ammirazione per la musica di Morricone. Ne sentivo la mancanza, ne cercavo la presenza. In alto, oltre il soffitto della grande Arena, o dietro il palcoscenico, in un guizzo di luce, un lieve movimento dello sfondo blu.

Grazie Boris, grazie Ennio Morricone, grazie babbo!

Giù la testa: http://www.youtube.com/watch?v=kB9OlIMfEfY

Il sito ufficiale di Ennio Morricone: http://www.enniomorricone.it/news.php

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