Tracce di canti

In volo da Uluru a Darwin, 24 agosto 2014

“ [...] si credeva che ogni antenato totemico, nel suo viaggio per tutto il paese, avesse sparso sulle proprie orme una scia di parole e di note musicali, e che queste piste fossero rimaste sulla terra come ‘vie’ di comunicazione fra le tribù più lontane.

‘Un canto’ disse [parla Arkady, uno dei personaggi de Le Vie dei Canti, MGT] ‘faceva contemporaneamente da mappa e da antenna. A patto di conoscerlo, sapevi sempre trovare la strada.’

[...]

L’Australia intera poteva, almeno in teoria, essere letta come uno spartito. Non c’era roccia o ruscello, si può dire, che non fosse stato cantato o che non potesse essere cantato. Forse il modo migliore di capire le Vie dei Canti era di pensare a un piatto di spaghetti ciascuno dei quali è un verso di tante Iliadi e Odissee – un intrico di percorsi dove ogni ‘episodio’ è leggibile in termini geologici.” (Bruce Chatwin, Le Vie dei Canti, Adelphi, pp. 25-26)

Questi canti vengono tramandati oralmente dagli anziani ai giovani – che potranno cantarli solo divenuti a loro volta anziani – all’interno di una stessa tribù, e di tanto in tanto scambiati con tribù confinanti. Inoltre, elementi dei canti vengono raffigurati nelle pitture rupestri, nei luoghi sacri sparsi attraverso la terra: il Serpente Arcobaleno, la Donna Pitone, le Sette Sorelle e Wadiniru, Nabulwinjbulwinj, lo Spirito Fulmine, l’Uomo Lucertola dalla Lingua Blu…

Di questi canti ho colto qualche ridottissimo frammento, come aver ritrovato di un intero poema un emistichio, anche quello incompleto e frammentario. E questo li rende ancora più misteriosi e affascinanti, ricordo lo stupore provato alla scoperta che i versi dei lirici greci, coì evocativi e poetici, da me tanto amati al liceo, non erano che minuscole pietruzze, frammenti di lunghi poemi a noi non pervenuti (e anche quelli erano cantati, su uno spartito a noi ignoto).

Una geografia o cosmogonia i cui primi riverberi mi si sono chiariti nel “Dot painting workshop” a Uluru, con Sarah, della tribù Anangu. Geraldine, la sua interprete, ci spiegava che ogni loro dipinto è una storia, in cui si trovano, cifrati nei simboli da loro adottati, riferimenti geografici, vicende mitologiche e avvertimenti pratici. Perciò, quella che impropriamente veniva chiamata arte aborigena, non era in realtà che un sistema di comunicazione, di trasmissione d’informazioni, di storie, di rituali.

A raccontare una storia dipingendo abbiamo provato anche noi, Boris, la Vale ed io, insieme a una bella signora originaria delle Blue Montains, al “Dot painting workshop”. Alcuni eventi e luoghi della mia, dalla mia nascita ad oggi, li ho raccontati così.

IMG_5488La mia storia (foto: Giovanna T.)

Un’altra storia ce l’ha raccontata ieri Luke, durante la splendida escursione a Cave Hill, la collina della caverna, anche questo un luogo sacro degli Anangu a circa duecento chilometri da Uluru. Un capitolo della storia delle Sette Sorelle, inseguite da Wadiniru, innamorato della più giovane di loro. La più anziana delle sette sorelle era saggia e con poteri straordinari, un po’ strega un po’ donna medicina; Wadiniru, anche lui dai poteri magici, in grado di assumere le più diverse sembianze, di roccia, di vento, di canguro, di emu o di qualsiasi altro animale, accompagnato da Namba, una sua “quarta” gamba, un secondo pene impetuoso e talvolta incontrollabile.

Guidati da Luke, passiamo di luogo in luogo a Cave Hill: vediamo il focolare vicino al bush in cui le Sette Sorelle si erano fermate a riscaldarsi e da cui sono scappate quando la più anziana aveva avvertito la presenza di Wadiniru, fattosi vento; vediamo le rocce di cui Wadiniru aveva assunto le sembianze, a volta a volta con Namba, più basso, ma sempre vicino a lui, parte di lui; vediamo la caverna in cui le Sette Sorelle si erano rifugiate, le tracce della sorella più anziana e di quella più giovane, due cavità semicircolari nella roccia (le donne e gli uomini sono rappresentati, nei simboli Anangu, da un semicerchio, ad indicare l’impronta che lasciano sulla sabbia, seduti a gambe incrociate); vediamo la fenditura scavata nella roccia da Namba, scagliatosi addosso alla sorella più giovane, per rapirla. Vediamo le tracce di questa storia perché Luke ce le racconta; senza il suo racconto, forse non ci saremmo forse accorti di nulla.

Le pareti della caverna sono ricoperte da innumerevoli pitture, alcune vecchie di oltre 22.000 anni, altre più recenti. Pitture ocra, bianche, nere e anche gialle, le più recenti. Pitture in strati, storie sovrappostesi le une alle altre, nei secoli, nei millenni. Tra queste scorgiamo le Sette Sorelle in fuga, Wadiniru nelle sembianze di uomo, con testa di lupo, di canguro, di roccia. Le guardiamo a bocca aperta, a testa in su, cercando di imprimercele nella mente (in questa caverna sacra non è permesso fare fotografie).

La storia, però, non finisce qui. Wadiniru ha inseguito le Sette Sorelle per oltre tremila chilometri, un canto che attraversa tutta l’Australia. Arrivate dal nord dell’Australia all’oceano, per sfuggirlo, le Sette Sorelle si tuffano in mare e poi volano in cielo, per trasformarsi in stelle; e Wadiniru dietro di loro. Così l’inseguimento continua: Orione insegue le Pleiadi.

Con un gesto ampio del braccio, a indicare il tuffo nell’oceano e il volo in cielo, gli occhi rivolti lontano, verso un punto indefinito a tremila chilometri di distanza, Luke conclude la storia e tace. Intorno a noi il calore, la luce abbagliante e il silenzio del meriggio.

Luke è di Melbourne, un giovane biondo dai lineamenti forti e dal sorriso dolce. Durante quest’escursione guida il pulmino 4×4 per oltre duecento chilometri, di cui forse la metà su uno sterrato rosso circondato dal bush del Northern Territory, fermandosi di tanto in tanto per farci osservare un canguro sparire nel bush, una delle tante carcasse di macchine abbandonate lungo la strada, la sagoma rosata del Mont Conner a Curtin Springs, bello quanto l’Uluru. Arrivati a Cave Hill, poi, Nancy, la signora aborigena che avrebbe dovuto accoglierci, non si vede; così Luke ne prende il posto senza battere ciglio, mostrandoci lui le piante dello spinifex e spiegandocene l’uso; mostrandoci gli alberi del mulga, dalla cui resina le formiche del miele ricavano il succo prezioso che conservano nelle sacche melarie; mostrandoci come le donne Anangu pazientemente raccolgono e setacciano i semi che poi cucineranno. Dopo Luke ci guida sulle le tracce della storia delle Sette Sorelle e Wadiniru, fin sulla cima della collina rocciosa da cui ammiriamo un panorama sconfinato; prepara il pranzo, bistecche alla griglia, insalata e cipolle, e rigoverna prima di rimettersi alla guida del 4×4.

In una sosta a metà strada, presso la Cutting Springs Cattle Station, una stazione di servizio, campeggio e allevamento, Luke ci porta sul retro del giardino ad ammirare uccelli e pappagalli in una serie di voliere. Davanti a una voliera si ferma ad accarezzare un pappagallo bianco dalla gola dorata che sporge il suo becco verso di noi: “Good boy, good boy…”.

Poi si rimette alla guida, taciturno, certo anche lui stanco della giornata. Le mani sul volante, gli occhiali scuri, un vago sorriso sulle labbra, ci porta verso il tramonto.

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(foto di Boris P., Giovanna T. e Valeria V.)

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La Vale dei Venti

Uluru and Kata Tjuta National Park, 22 agosto 2014

Il secondo giorno all’Uluru and Kata Tjuta National Park prenotiamo una gita alle Kata Tjuta, le tante teste, anche loro una formazione rocciosa emersa dal mare. Collinone giganti, enormi panettoni, balene e balenotteri distesi nel paesaggio.

Partiamo alle 12.30 con l’Uluru Express per fare la passeggiata Valley of the Winds, la Valle dei Venti, divenuta ormai nella nostra mitologia personale, nel tracciato di questo viaggio, la Vale dei Venti (sì, il titolo è giusto, non c’è una elle di meno). Una camminata che si annuncia di due ore e mezza, un loop di 7,4 chilometri. L’autista del pulmino prima di lasciarci ci avverte che la passeggiata “goes up and down”, “C’è qualche saliscendi”, traduco alla Vale che mi guarda con aria interrogativa, e anche quest’espressione passerà alla storia. “Ah…” fa la Vale. “Ma ci sono i gradini nella roccia”, aggiunge, e ci consiglia di cominciare il circuito da destra, verso i primi due punti panoramici, i più belli, dopo i quali, volendo, si può anche tornare indietro. “Ah….”, fa la Vale.

Così, ci incamminiamo. Sotto il sole delle 13.45, un cielo che non ha una nuvola, e con una temperatura di 27 gradi centigradi. Al primo punto panoramico arriviamo in men che non si dica “Beh, non ci vuole un c….”, dice la Giovi, “ha detto mezz’ora, ci abbiamo messo quindici minuti…”. Scendiamo a destra sui gradini di roccia, bisogna stare attenti, ma niente di troppo impegnativo. La Vale e Boris scattano foto a go go, alte pareti rocciose, alberi e arbusti di un verde grigiastro, eucalipti ed acacie di una specie sconosciuta, orchidee selvagge e altri fiori spinosi a metà tra i cardi e i giacinti (scovolini e scovoloni, commenteranno le due sorelle Vegni su fb). Come faranno a crescere tutte queste piante qui, mi chiedo, non c’è un filo d’acqua… Avanziam “baldánzose”, tra “Ah!” e un “Oh!” di meraviglia per le piante, per le pareti rocciose, per gli scorci di paesaggio, per qualche insetto..

Finché, improvvisamente, ci troviamo di fronte a una parete di roccia infossata tra due monti, un’inclinazione di 45 gradi circa, una trentina di passi in altezza e: “Oh! E adesso?”, chiedo. “Giovi, piegati in avanti e metti un piede davanti all’altro!”, mi dice la Vale. Detto fatto, in breve arriviamo in cima, mentre Boris, più sotto, aiuta due giapponesine in difficoltà.

Dall’altra parte della salita si apre un sentiero che conduce verso una gola. Il secondo punto panoramico. Anche questo lo percorriamo con entusiasmo, seppure con concentrazione. Una sfida: per la Vale le vertigini, per me le rocce ripide. I due maltesi che ci precedevano di pochi passi sono già due puntini minuscoli in fondo alla valle. Come ci arriveremo? Del resto, la parete che ci siamo appena lasciate alle spalle impedisce ogni ritorno.

Tra una foto e l’altra arriviamo in fondo alla gola, che poi è in cima ad un’altra discesa, ancora più ripida. Il tempo di aspettare Boris che continua a fotografare e la Vale è sparita. Scendendo con circospezione guardo a destra e a sinistra del sentiero, per accertarmi che la Vale non sia precipitata o non si sia gettata giù dalla disperazione (lo aveva detto che non voleva camminare…). Guardo davanti a me a fondo valle: a perdita d’occhio, nessuno. Sono spariti anche i due maltesi che erano accanto a noi, una coppia di giovani tedeschi che mi avevano superato da poco e l’uomo che aveva appena fotografato lo scarabeo giallo. Inghiottiti nel nulla.

Nel frattempo devo davvero concentrarmi sul cammino, il sentiero di pietre in discesa, e mentre guardo dove metto i piedi mi chiedo: ma la Vale, dove sarà?

Finita la discesa siamo al centro della valle su cui convergono le tante teste: balene e balenotteri di pietra intorno a noi, dietro alle spalle un massiccio alto. Si leva il vento. Non forte, giusto una brezza piacevole, ora che l’ombra è finita.

E si va avanti. Il cammino è interminabile, il sentiero deserto, a parte me e Boris. Ora si procede in piano, ma dopo poco cominciano i ciottoli. Un’insegna annuncia uno shelter, una tettoia, con acqua potabile. Che la Vale sia là? Quando arriviamo allo shelter, però, la Vale non c’è. C’è solo un cartello che annuncia ancora 2,4 chilometri alla fine del sentiero. 2,4 chilometri di ciottoli, grandi e piccoli, che non finiscono più. Boris si ferma ancora a fare delle foto, io tengo il ritmo, sennò non arrivo più. Della Vale nessuna traccia. Del resto sui ciottoli non si possono lasciare impronte.

Sempre più sudata, sempre più aggredita dalle mosche, sempre più stanca, continuo il cammino. Dulcis in fundo, l’ultimo tratto dell’anello è di nuovo ripidissimo, gradini di pietra altissimi e impervi, oltre tutto mi devo fare strada attraverso una comitiva di tedeschi e una di giapponesi in discesa. E niente Vale.

Ormai non resta che il sentiero che dal loop ci porta alla tettoia vicino al parcheggio dalla quale ci raccoglierà il pulmino, un’ultima ventina di minuti sotto il sole, con le mosche che tentano di entrare nel velo a mo’ di chador che mi sono fabbricata con la sciarpa.

E finalmente, in fondo al sentiero, pronta a scattarci un fotofinish, c’è la Vale. Tutta sorridente. Era arrivata già da un bel po’: “Quando ho visto come buttava, ho preso il via e sono venuta giù a manetta. Non vedevo l’ora d’arrivare!”

La Vale dei Venti.

A confermare il tutto c’è la serie di foto che ha pubblicato su fb. Della prima metà del percorso, tante. Della seconda metà… nessuna.

La sera poi ripercorriamo con la mente il cammino, un po’ orgogliose di avercela fatta.

La Valle dei Venti.

 

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The Valley of the Winds (foto: Boris P. e Valeria V.)

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Il dio montagna

Uluru e Kata Tjuta National Park, 21 agosto 2014

Siamo arrivati ieri ad Ayers Rock, all’Uluru. L’Uluru è una montagna sacra agli Anangu, il clan di aborigeni che vive in questa zona centrale dell’Australia. Un enorme monolite, originatosi centinaia di migliaia di anni fa, prima per erosione del vento, che separò le rocce dalla sabbia, poi per la forza del mare che aveva invaso il territorio e schiacciò la sabbia fino a farla diventare roccia, roccia che infine, ritiratosi il mare, per effetto dei movimenti tettonici, emerse potentemente dalla terra. Secondo gli Anangu, invece, in questo territorio da oltre 22.000 anni, la montagna è stata creata da loro, dai loro canti – e questo è il mistero delle Vie dei Canti, del Dreamtime, l’indissolubile e magico legame tra canto e terra. A ogni luogo è associata una storia di creature mitologiche.

L’Ulue, il dio montagna, è popolato di storie, la donna pitone, l’uomo lucertola dalla lingua blu, l’uomo emu, storie incise nella memoria collettiva degli Anangu, che incarnano la loro geografia, i loro valori e le loro tradizioni. Gli incontri con i nativi di qui non ce ne svelano che pochi frammenti, raccontati nella loro lingua, una lingua dura e reticente, suoni palatali pronunciati a mezza voce, in una cantilena che nessuna traduzione rende.

Il nostro primo contatto con l’Uluru avviene prima dell’alba. Alle cinque e trenta (sempre mattinieri), saliamo insieme a un buon centinaio di persone, su tre autobus diversi della AAT King che ci porteranno a un punto panoramico per osservare il sunrise, il sorgere del sole sull’Uluru. La sensazione di essere parte di un grande meccanismo turistico – e sicuramente lo siamo – scompare non appena mi allontano dalla terrazza panoramica nella quale i fotografi si sono appostati a decine con i loro treppedi, i loro teleobiettivi, o anche gli Ipad e gli Iphone.

Mi avvio su un sentiero di terra rossa, intorno a me lo spinnifex, la distesa di arbusti grigio-verdi tipica di qui, e di fronte a me, immobile nella sua imponenza, il dio montagna, massiccio, monumentale, self-contained, l’Uluru. Da vicino ne scorgo le fessure, le scanalature, i lineamenti, alcune cavità, le onde disegnate forse dal mare, forse dal vento. Alle sue spalle, in lontananza, le sagome delle Kata Tjuta, le tante teste, rocce femmine. 1 e 0, maschile e femminile, uniti anche qui, come in ciascuno di noi, a formare la complessità del cosmo.

È un momento, questo, sacro, intoccabile, di quelli che ti sopraffanno, ti confrontano con il mistero della bellezza, della natura, della totalità che avvolge l’universo, se solo lo ascoltiamo. E improvvisamente il sole inonda una piega della parete, la scolpisce di luce. Mentre lo osservo cambiare colore di minuto in minuto, al freddo del primo mattino, cerco di assorbire la sua forza, la sua immobilità, il suo essere nel mondo. Cerco anch’io di essere presente. Qui. Un minuscolo frammento della coscienza universale.

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Uluru al sorgere del sole (foto Boris P. e Valeria V.)

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Il mare sotto le ali

Cairns – Cooktown – Cairns, 19 agosto 2014

Alle cinque e trenta di mattina (in questo viaggio ci si alza molto presto) arrivamo all’aeroporto di Cairns, nel settore dedicato ai voli charter, per prendere l’aereo che ci porterà a Cooktown. Il tassista ci lascia di fronte all’hangar dell’Hinterland Aviation. Non c’è ancora nessuno. Mi avvicino alla rete di cinta dell’aeroporto e, col naso appiattito contro la rete, guardo i Cessna parcheggiati, ce ne saranno una decina, di diverse compagnie. A quello dell’Hinterland Aviation sta lavorando un uomo, lo pulisce con energici movimenti. Nel frattempo sulla pista principale si avvia e decolla un aereo della Qantas, forse un Boeing 717.

L’aeroporto immerso nel buio, nella brezza fresca del primo mattino, le luci lontane degli aerei, la falce di luna calante nel cielo, le stelle, tutto mi riempie di nostalgia e di gratitudine. Nostalgia dei giorni in cui mio babbo mi portava, ancora piccola, all’aeroporto Ridolfi di Forlì – allora non lo apprezzavo appieno – a guardare interminabili atterraggi e decolli.

Mi si avvicina la Vale, e anche lei ricorda quando suo babbo portava lei e Toto da piccoli al Miramare di Rimini, a vedere gli F104 (grazie al colonnello, poi generale Ciceroni).

Questo viaggio è un viaggio anche con i nostri padri: il cielo, il mare, l’amore per la natura e la curiosità per tutte le forme di vita erano anche le loro.

Nella saletta d’attesa dell’Hinterland Aviation, una saletta a forma di torre di controllo, c’è il wifi, e tutti e tre ne approfittiamo, la Vale per caricare le foto che non riesce a caricare al Reef Palms, Boris per controllare la posta, io per mandare qualche messaggio su whatsapp. Ed è allora che mi raggiunge la notizia che, improvvisamente, se ne è andato il babbo della Marghi. I pochi particolari comunicatimi dalla Robi m’inondano di tristezza. Anche lui se ne è andato. Un altro babbo che ha lasciato le sue figlie, i suoi nipoti. Penso a quanto deve essere triste la Marghi, per non avere potuto salutarlo, e il suo dolore è anche il mio. I miei sogni inquieti di questi giorni, della notte scorsa in particolare, acquistano una dimensione premonitrice: ne era protagonista proprio la Marghi, i suoi figli, i figli della Federica, la casa di Magliano, Alberto (di Meldola), che portava strane stoffe, che non sarebbero bastate per un vestito… E il mio sogno s’incrocia con quello che mi racconta la Robi, in chat. Sogni di padri, sogni che ci comunicano qualcosa in un linguaggio sconosciuto.

Più tardi, fuori Cooktown, vicino a Cape York, seguiamo Willie Gordon, un aborigeno del clan Guugu Yimithirr, che ci racconta le storie delle pitture rupestri della sua gente, storie che parlano di tradizioni, di nascita e di morte, di conoscenze e valori trasmessi attraverso le generazioni, di amore e rispetto per i padri e le madri. Cammin facendo, ci mostra le rocce dove sono nati suo padre e suo nonno, e dove suo nonno è sepolto, e ci dice: “We shouldn’t mourn about our fathers that have gone, their spirits are with us. We should remember them, keep memory of all the good we have learnt from them and let them go. This is their journey; you have your own journey.”

Il Cessna Caravan 208b TCF decolla sulla pista e prende quota. Nella luce del mattino sorvoliamo il mare. Guardo in giù, e dopo un po’ scorgo, lontane, muoversi delle ombre. Delle onde? Sono una, due, dieci, cento, forse mille e più. Forse delfini? Forse orche? Forse balene, è questa la loro stagione, tante, tantissime, a popolare questa parte dell’Oceano Pacifico intorno alla barriera corallina. Le vedo da lontano saltare, riconosco gli spruzzi dell’acqua, le vedo muoversi a branchi, di due, di, tre, di dieci, in tante direzioni. Il naso schiacciato contro il finestrino le osservo, le conto, le sogno…

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il Cessna, il mare e le nuvole dal Cessna (foto di Giovanna T. e Boris P.)

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Il sorriso degli opali

Cairns, 16 agosto

Le prime ore a Cairns, una cittadina balneare all’estremo nord della barriera corallina, le trascorriamo passeggiando e curiosando a un mercatino d’artigianato sul lungomare. Il sole inonda la città, la temperatura è calda, l’atmosfera avvolgente. Giovani e famiglie a passeggio, bambini a sguazzare in un parco giochi d’acqua o nella laguna di fronte al mercatino. Mentre la Vale ed io beviamo un caffè, Boris si è già addentrato tra le bancarelle. C’è un mondo da scoprire: scrub per il corpo a base di erbe e di oli essenziali, massaggi di riflessologia plantare (la Vale ed io ce ne regaliamo uno a testa), artigianato di aborigini, strumenti musicali, boomerang, animali di latta decorati con vetri multicolori, tessuti…

Davanti alla lagunetta Boris ci viene incontro con l’aria sorniona di chi ha già fatto acquisti. Cos’avrà comprato questa volta?

Mi si avvicina e da sotto la maglietta estrae, appeso a un cordoncino di cuoio, un opale. Gli opali sono pietre con venature interne che, alla luce del sole, rilucono di tanti colori, blu, dorato, verde, viola… Questo è bellissimo, nulla a che vedere con quelli che avevo visto finora: una pietra liscia di un marrone scuro, quasi tigrato nelle sfumature più chiare, e al sole rivela tanti piccoli tesori, quasi delle Songlines. “Vieni, ti faccio vedere gli altri, li ho comprati da un ragazzo, li fa lui…”

Mi avvicino alla bancarella, dove sono esposti tanti altri opali, ciondoli di diverse dimensioni e colori legati a cordoni di cuoio, altri ancora incastonati in anelli o ciondoli d’argento. Il ragazzo che li fa, un giovane australiano biondo, i capelli schiariti dal sole legati dietro la nuca, la pelle abbronzata, un paio di braccialetti di cuoio e di rame al polso, ai piedi infradito di cuoio, pantaloni militari stinti e un sorriso dolcissimo nei suoi occhi grigio-verdi, mi si avvicina. O forse sono io che mi si avvicino e gli parlo, in questi incontri non si sa bene, forse siamo entrambi attratti uno all’altro. Parliamo un po’, gli dico che mio marito ha appena comprato un ciondolo, la Vale comincia a guardarne alcuni anche lei, “Take them into the sun”, portali al sole, le dice, per guardarli meglio, per scoprirne i segreti.

E io e lui, Matthew, ma conosciuto da tutti come Mattiuz, “Se mi chiami Matthew nessuno capisce chi sono”, ci mettiamo a parlare. Di come ha imparato a levigare, a cesellare le pietre, che fa tutte lui, una diversa dall’altra – e mentre me ne parla i suoi occhi si illuminano, quasi i riflessi degli opali, no, sono i riflessi della sua anima. E di suo padre, anche lui un artista, scultore di legno, di pietra, di acciaio e anche di plastica. Un uomo creativo, di quelli che non tengono la creatività tutta per sé, ma la trasmettono agli altri, un uomo che gli permetteva, a lui, bimbetto di sette anni, di avvicinarsi alle sculture cui lui lavorava e di metterci le mani. Così ha imparato anche lui ad amare le pietre, ed ora questo amore lo trasfonde nel suo lavoro, ogni pietra diversa dall’altra, e anche lui diverso da suo padre, suo padre più impulsivo, lui invece piu attento al dettaglio, ma lui come suo padre e suo padre come lui, uniti da quello che uno era e l’altro è divenuto. Mentre parla di suo padre io penso al mio, a quello che mi ha dato, anche se non era un artista, o forse lo era, a modo suo: l’amore per il racconto, per la scrittura, la dignità, l’onestà e il lavoro, e penso a quanto ho imparato e gliene sono grata. Gli occhi di Mattiuz brillano mentre parla e anche i miei brillano, forse non i riflessi degli opali, forse sono lacrime che si affacciano alla superficie, ma a guardarci bene ci si dovrebbero vedere tanti colori.

Continuiamo a parlare, io guardo affascinata alcuni Buddha intagliati nell’opale, tanti di diverse dimensioni e colori, ce n’è uno che mi piace in modo particolare, è racchiuso in un tempio violetto e giallo senape, e intanto Mattiuz mi mostra un geco, un geco di bronzo, il suo animale protettore, il suo totem, nel cui muso ha intagliato una cavità nel quale brucia l’incenso, mentre scolpisce i suoi Buddha.

Dalla statuetta, da Mattiuz emana un calore e un senso di pace, un amore per il suo lavoro, per suo padre, per la vita stessa, che mi travolge. Mentre lo saluto ho le lacrime agli occhi, saluto lui e le sue pietre, lui e il suo mondo, un po’ più consapevole del mio: Namaste.

IMG_5348Buddha in tempio d’opale (foto: Giovanna T.)

https://www.facebook.com/mattiuzjewelry

 

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La banda degli autonomi

 Aeroporto di Brisbane, 15 agosto 2014

L’AILA World Congress si è appena concluso. In aeroporto a Brisbane, in attesa del volo che ci porterà a Cairns, qualche parola su questi giorni. Giorni di lavoro, passati da un simposio all’altro, sui temi intorno ai quali ricerchiamo: learner autonomy, spaces of learning, autonomy and assessment, autonomy and social media. Abbiamo assistito a presentazioni di corsi disegnati per promuovere l’autonomia degli studenti, per incoraggiare la loro capacità di fare scelte informate, di riflettere criticamente, e di trovare la loro voce nell’ambito delle istituzioni e della società. Abbiamo discusso di spazi che gli studenti ricavano per sé all’interno e all’esterno delle istituzioni, un angolo riparato in un campus di Dubai, un caffè degli studenti alla Okayama University, una panchina in un parco di San Pietroburgo. Contributi stimolanti, discussioni animate, scambi di idee e di esperienze, e soprattutto scambi di energia tra di noi, di vibrations, di entusiasmi, di affinità intellettuali e umane.

Ci siamo incontrati in tanti, come dicevo, da ogni parte del mondo. Ci siamo ritrovati a discutere nei simposi, a chiacchierare nelle pause, a cenare e bere insieme un paio di sere, a ballare, a ridere, a rincorrerci da una sessione all’altra. Ognuno con caratteristiche e personalità proprie, con le proprie pazzie, forse (“Macken”, come si direbbe in tedesco), ma tutti parte di una comunità. In effetti è proprio il senso di appartenere a una comunità che mi ha animato in questi giorni, di appartenere a una comunità che condivide un impegno, una motivazione, una passione: la pratica di un’educazione umanistica, da esseri umani per esseri umani, basata sul rispetto e la fiducia.

E anche qui a Brisbane questa comunità è cresciuta e si è consolidata di giorno in giorno: anziani e nuovi, grandi nomi e novizi, tutti ascoltati con rispetto e curiosità. Una comunità scientifca e umana, quella di cui sono parte, con anche lati buffi e divertenti, che hanno reso questo congresso così speciale. Steve, con la sua pacatezza e la riflessività, Hugh, effervescente e con il fascino del newyorkese (anche se proprio newyorkese non è), Fumiko, che dietro la sua riservatezza nasconde un’intelligenza e una perseveranza unica, Sara, geniale e folle, penetrante e ridanciana, Diane, al suo opposto, ma stranamente sua grande affine, silenziosa e minimalista nelle sue affermazioni; Naoko, dal sorriso di bambina, Carol, di un’umanità straordinaria, Katherine, dalla parlantina sciolta, Garold, l’umanista, Christian, il nottambulo, Terry, che sa ascoltare, Kirsten, travolgente nel suo entusiasmo, Moira, dallo sguardo acuto, Cynthia, impeccabile nell’abbigliamento e pronta a scavare nelle profondità dei fenomeni, Andy e Fiona, dediti alla (tras)formazione degli insegnanti, Lindsay, attento osservatore, Diego, così attento agli altri. Tutti alla pari, anche i più grandi, i più famosi. Mi sono sentita accolta, rispettata, ascoltata. Come diceva David nella sua presentazione, un gruppo è più che un insieme di persone. Un gruppo è un insieme di persone che condividono delle attese, delle idee, e che si muovono verso un obiettivo comune. Ciascuno per vie proprie, ma tutti insieme.

Questo è ciò che ho vissuto in questi giorni, e che li rendono così preziosi. Ho ricevuto stimoli per il mio lavoro, per la mia ricerca, conferme che ho compagni di strada, ma ho percepito anche un calore e il senso di un’amicizia che è appartenenza al di là delle mere idee. E me l’hanno confermato il modo in cui Boris e la Vale sono stati accettati e certi momenti, le risate folli di Sara, Kirsten e Katherine, la cordialità dei nostri scambi, in un continuum (diceva Hayo oggi) dal personale al professionale, i sorrisi, gli abbracci, le proposte.

Entusiasmi condivisi, al di là di tutto, come quando mercoledì sera, alla fine del nostro autonomy party, ci siamo allontanati in un gruppetto, Sara, Kirsten, Moira, Garold, Christian, Joshi, Vale, Boris ed io, per bere un ultimo bicchiere insieme. Entrati in un pub, il barista ci dice non vale la pena di restare, tra quindici minuti chiudiamo. Ci stiamo avviando all’uscita quando alle prime note di Dancing Queen ci ritroviamo tutti a ballare scatenati, come se fosse stato spinto un bottone. E in quel momento siamo tutt’uno, ciascuno a disegnare nello spazio geroglifici che si incontrano, si accarezzano, si allontanano, si ritrovano, frattali nella notte.

Thanks everybody, thanks for beeing there! And see you soon, again!

2014 - 1il nostro welfie (foto K. Dofs)

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Cavalcando nuvole

Brisbane, 13 agosto

“Giovi, che terra pesti? Che mare navighi? Che nuvole cavalchi?”, mi scrive Carla su whatsapp.

Una domanda che mi calza a pennello. Cavalcate nuvole avvolte nella notte da Monaco a Dubai, qualche giorno fa, e poi da Dubai a Brisbane, sul filo dell’orizzonte, a bordo di un mastodontico bestione, un aerosauro, l’Airbus 380, insieme a Boris e all’immancabile Valeria, siamo finalmente atterrati “down under”, nell’emisfero australe, dove ci si immagina a testa in giù, dove l’acqua nel lavandino scorre a rovescio e dove l’estate è inverno, un inverno caldo e soleggiato.

Il sogno è cominciato a marzo del 2013, quando Carol ed io, sedute l’una a fianco all’alltra durante una plenary al Bremer Symposion zu Lernerautonomie, ci siamo chieste: AILA World Congress 2014, perché non presentare un proposal insieme? E così abbiamo fatto, in cinque colleghe, splendide persone e accademiche geniali, unite intorno a un tema che ci appassiona: assessment for autonomy.

Prima di partire la curiosità, l’attesa aumenta. L’attesa di incontrare, a questo AILA World Congress, colleghi da tutto il mondo, persone stimate e appassionate, che vengono dal Giappone, da Hawai, dalla Corea, dal Vietnam, dall’Inghilterra, dagli Emirati Arabi, dalla Grecia, dagli Stati Uniti, dalla Germania, da Hong Kong… I più grandi nomi, alcuni già conosciuti di persona, altri solo per mail, per scambi di articoli o in discussioni online. Non stavo nella pelle. E poi l’attesa di un’altra avventura con Boris e la Vale, un seguito all’avventura statunitense di due anni fa, due settimane a cavalcare nuvole in fuga e pestare terre nell’outback australiano.

Ed ora sono qui, siamo qui. Perfettamente a mio agio, “bien dans ma peau” – sì, nella pelle – insieme a tanti colleghi, con cui mi sento “in armonia”, perché, come diceva Steve ieri “learner autonomy is about being human”, l’autonomia d’apprendimento significa essere umani.

Da dove cominciare? Il nostro simposio è andato benissimo, cinque presentazioni filate e mezz’ora di discussione animata, uno sgorgare di idee miste a qualche battuta, metafore, risate e proposte di piste da seguire. È andato così bene che alla cena prevista tra noi colleghe se ne sono uniti altri, dal pubblico, e ci siamo ritrovati in diciassette in un tapas bar di South Bank, Brisbane, Vale e Boris compresi, a bere, ridere, conversare, mangiare, bere, ridere, bere, mangiare. E poi ancora bere, parlare, ridere, bere. Una notte che Christian ha definito “my best night in Brisbane” (e mi pare se ne intenda). Boris e la Vale, outsider, anche loro perfettamente a loro agio, anzi al centro dell’attenzione, Boris a parlare fitto fitto con un paio di colleghe, a scambiare un saluto neozelandese con Sara, a scoprire affinità con Christian e con Hugh; la Vale che ha conquistato tutti, e si è guadagnata gratitudine eterna al momento di pagare. Sara: “Who is familiar with numbers?” (e in un gruppo di linguisti non è una domanda facile) e io “Vale! She is… come si dice commercialista in inglese?” Christian: “Tax agent?”.

La serata è continuata in un altro bar, con altro vino e birra, e quando ci siamo separati, qualcuno di noi l’ha proseguita…

E la mattina dopo, al congresso, la prima cosa che mi hanno chiesto: “Where is Boris? “Where is Vale?”

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